Bendami il cuore -Wound narrative

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Bendami il cuore -Wound narrative Sono un'infermiera innamorata della medicina narrativa

La Dea ZincataScende e sale silenziosa, bianca come un’alba che non pretende applausi ma competenze.È lunga, paziente, u...
07/02/2026

La Dea Zincata

Scende e sale silenziosa, bianca come un’alba che non pretende applausi ma competenze.
È lunga, paziente, umida, talvolta fredda e intrisa di una colla antica che profuma di officina e di guarigione.
La chiamano benda all’ossido di zinco, ma chi la osserva davvero sa che quel nome le sta stretto.
Perché lei non fascia soltanto: lei benda e custodisce.
Avvolge l’arto ferito con la precisione di un rito.
Stringe, comprime, accompagna il sangue nel suo ritorno,
come una guida che conosce la strada anche quando il corpo l’ha dimenticata.
La sua forza non è violenta: è una fermezza gentile,
la stessa che hanno le divinità che non devono dimostrare nulla.
Sotto il suo abbraccio umido e lattiginoso, le ulcere, quelle ferite che parlano di fatica, di tempo, di peso trovano finalmente tregua.
Lei non giudica, non chiede spiegazioni.
Si posa, con quel rito quasi magico, gira e rigira, sale e si ferma, rallenta e riparte, e nel posarsi cura.
È bianca, sì, ma non è mai vuota. Dentro di lei vive un sapere antico:
che la guarigione è un gesto lento, che la bellezza può essere funzionale, che anche una benda può farsi epifania.
Nei reparti e nelle case, negli ambulatori e nelle corsie,
tra mani esperte e gambe tremanti, la benda all’ossido di zinco cammina come una piccola dea.
Una Dea Zincata, lucente non di oro ma di possibilità.
Una divinità terrestre, nata per restituire dignità alla pelle
e sollievo al cammino.
E ogni volta che viene srotolata,
è come se dicesse: “Non temere. Io sono qui per sostenerti.”
La Dea Zincata non si usa: si conosce, si rispetta, si ama.
Va toccata con cura, ascoltata nel silenzio, compresa nel suo profondo significato.
La Dea Zincata non si concede a chiunque.
Solo mani esperte possono toccarla senza ferirla o profanarla.
Perché la cura non è mai solo un gesto tecnico: è un atto d’amore, di ascolto, di responsabilità.

𝗟𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗶𝗿𝗿𝗲𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲La vita irreversibilecomincia nel punto esattoin cui la pelle non torna indietro.Lì dove il fuoco h...
13/01/2026

𝗟𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗶𝗿𝗿𝗲𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲

La vita irreversibile
comincia nel punto esatto
in cui la pelle non torna indietro.
Lì dove il fuoco ha riscritto il confine,
e il corpo ha imparato una lingua nuova
fatta di tensioni, di spessori, di memoria.

Il fuoco ha parlato in un istante,
con la voce secca delle cose che non tornano.
Ha inciso la pelle come una decisione definitiva,
lasciando dietro di sé un alfabeto di segni
che nessun tempo potrà cancellare.
Gli amici perduti quella notte
sono diventati un’assenza che cammina accanto,
un silenzio che pesa come un secondo corpo.

Le fiamme hanno avuto la rapidità di una decisione irrevocabile:
un attimo prima tutto era festa, luci, suoni, balli.
Un attimo dopo nulla sarebbe più stato
come tutte le feste del passato.
In una notte nata per accendere speranze,
il silenzio ha urlato più forte dei fuochi d’artificio .
La notte brillò un istante,
poi la montagna trattenne il respiro.

C’è un momento, dopo l’incendio,
in cui ci si guarda allo specchio
e l’immagine restituita
non coincide più con quella custodita dentro.
È uno scarto sottile, ma definitivo:
la distanza tra ciò che si era
e ciò che si è diventati.

Nel silenzio che segue le sirene,
quando il fumo si dissolve
e resta solo l’odore acre del dopo,
è lì che comincia il lavoro più difficile:
riconoscersi in ciò che è rimasto.
È lì che la rinascita prende forma,
non come vittoria, ma come adattamento.

La cicatrice non chiede consenso.
Si impone, si stabilizza,
diventa geografia permanente.
E intanto la persona cerca un modo
per abitarla senza smarrirsi,
per riconoscersi in un volto
che porta un prima e un dopo
nella stessa superficie.

La vita irreversibile
non è una resa.
È un adattamento lento,
una negoziazione quotidiana
tra la pelle che cambia
e l’identità che resiste.
È il coraggio silenzioso
di accettare che la continuità
non sta nel tornare uguali,
ma nel continuare a esistere
anche quando il corpo
ha cambiato forma.

E in quella forma nuova,
a volte inattesa,
si scopre che andare avanti
è ancora possibile.
Non perché si dimentica,
ma perché si impara
a portare con sé
ciò che non può più svanire.

Crans Montana, 1 Gennaio 2025🖤 in memoria

10/12/2025

𝑺𝒂𝒏𝒕𝒂 𝑺𝒂𝒍𝒖𝒔 2025❤️‍🩹

Non arriva con la slitta, non porta pacchi scintillanti, non veste di rosso acceso.
Ha addosso il camice stropicciato delle notti più lunghe, le scarpe antinfortunistiche delle fortune dimenticate, i guanti azzurri per difendersi dalla sofferenza dei giorni più neri.
Non ha aureole né miracoli, non viene dal cielo, ma dal turno di notte.
Santa Salus è una donna qualunque, forse un uomo, forse un’infermiera, forse un caregiver che cammina tra le corsie con le scarpe consumate, il badge al collo, le mani che sanno il peso di un corpo, il valore di un respiro.
Non porta regali, porta tregua. Non promette guarigione, ma presenza. Non fa magie, ma resta accanto.
Santa Salus non si celebra, si riconosce. Nel gesto che consola, nello sguardo che non giudica, nella pazienza che non si misura.
Santa Salus ai bambini malati regalava un sogno: li faceva correre nei corridoi come se le flebo fossero aquiloni, e le cicatrici diventavano stelle da collezionare. Per una notte, il dolore si faceva leggero come neve.
Agli anziani portava giovinezza: non quella delle rughe cancellate, ma quella degli occhi che tornano a brillare. Li faceva sentire ascoltati, vivi, parte della festa. Le mani tremanti si fermavano, e il cuore ricordava la forza di un tempo.
Ai caregiver e agli infermieri donava riposo: un’ora di silenzio, un respiro senza allarmi, la certezza che la loro fatica non era invisibile. Santa Salus li guardava e diceva: “La vostra cura è il vero miracolo.”
Nella notte di Natale, quando le strade si riempiono di luci e le case di canti, Santa Salus non prende la via dei festoni. Cammina silenzioso tra le porte chiuse, entra nelle stanze dove il dolore è più grande, dove la vita è fragile e il tempo sembra contarsi in respiri.
E dove c’è poco da festeggiare, egli porta un dono diverso: la tregua. Una tregua dal dolore che morde, dalle terapie che stancano, dalle notti che non finiscono.
Così, casa dopo casa, Santa Salus lascia il suo dono: non la guarigione, ma la dignità di vivere il Natale con dolcezza, anche quando la vita è agli ultimi capitoli.
E quando se ne va, resta un silenzio buono, una luce accesa nel cuore, la sensazione che, almeno per una notte, il dolore abbia trovato riposo.
E quando la notte di Natale si fa silenziosa, Santa Salus si ferma. Non più mantello, non più lanterna. Si toglie il camice, si sfila la maschera di forza, e resta lì, uomo o donna semplice, con le mani segnate dalla cura e gli occhi pieni di stanchezza.
E nel suo svelarsi, mostra le paure che porta dentro: la paura del domani, della fatica che non finisce, della solitudine che accompagna chi cura.

Ma proprio in quella fragilità sta la sua forza: perché Santa Salus non è altro che ogni infermiere, ogni caregiver, che nella notte di Natale sceglie di restare accanto, pur tremando, pur temendo, pur essendo umano.
E così, la festa diventa più vera: non fatta di miracoli, ma di presenze. Non di eternità, ma di attimi di pace. Non di eroi invincibili, ma di uomini e donne di Cura.

❤️Qui nasce la cura: nella dignità che resiste, nella tregua che illumina il Natale.

Panda rei 2

L'onestà della pelleNel silenzio di una corsia ospedaliera o tra le visite ambulatoriali di una giornata qualunque, le f...
25/10/2025

L'onestà della pelle

Nel silenzio di una corsia ospedaliera o tra le visite ambulatoriali di una giornata qualunque, le ferite si manifestano.
Alcune si vedono bene: tagli, abrasioni, cicatrici che il tempo e la medicina rigenerativa sanno trattare con precisione.
Altre, invece, si nascondono dietro lo sguardo, tra le parole non dette, nei gesti trattenuti.
Sono le altre ferite, quelle che non sanguinano ma bruciano, che non si suturano con ago e filo, e che spesso non guariscono mai del tutto.

La pelle ha una memoria breve. Grazie alla rigenerazione cellulare, una ferita superficiale può rimarginarsi in pochi giorni. La vulnologia parla di tempi, di fasi: infiammazione, proliferazione, rimodellamento. Un processo ordinato, scientifico, misurabile. Ma quando il dolore è emotivo, quando la ferita è psicologica, il tempo diventa un concetto relativo.
Non esistono protocolli universali, né terapie standardizzate. Ogni anima ha il suo ritmo, ogni trauma la sua lingua.
Le altre ferite sono spesso invisibili agli altri, e talvolta anche a chi le porta. Possono derivare da una perdita, da un tradimento, da un fallimento, da un’infanzia difficile o da una solitudine cronica.
E mentre la medicina ha fatto passi da gigante nel trattamento delle lesioni cutanee, la cura del dolore interiore resta ancora un territorio complesso, frammentato, spesso sottovalutato.
La società ci insegna a mostrare resilienza, a “stare bene”, a non disturbare con il nostro dolore.
Ma ignorare le ferite dell’anima non le fa sparire. Al contrario, le incancrenisce. Eppure, riconoscerle è già un primo passo verso la guarigione. Come per la pelle, anche l’anima ha bisogno di pulizia, protezione, tempo. Ma soprattutto, ha bisogno di ascolto.

La pelle è onesta. Dice subito dove fa male, si arrossa, si gonfia, si lacera. L’anima, invece, è discreta. Si ritira, tace, si mimetizza. Eppure, quando è ferita, tutto il corpo ne risente: il respiro si fa corto, il sonno si spezza, lo sguardo si abbassa. Le ferite interiori non hanno una forma, ma hanno un peso. Non si vedono, ma si sentono.
La cultura ci ha insegnato a nascondere il dolore, a sorridere comunque, a non disturbare. Ma forse è tempo di cambiare sguardo. Di riconoscere che la vulnerabilità è parte della condizione umana. Che la fragilità non è debolezza, ma profondità. Che guarire non significa dimenticare, ma trasformare.

Come l’oro che ripara le crepe della ceramica, la vulnologia può illuminare le fratture invisibili tra le persone, trasformando il dolore in possibilità di rinascita relazionale.

La memoria dei puntiCi sono ferite che il tempo non cancella. Non perché siano ancora aperte, ma perché hanno lasciato u...
17/09/2025

La memoria dei punti

Ci sono ferite che il tempo non cancella. Non perché siano ancora aperte, ma perché hanno lasciato un segno. Un punto. Un filo. Una memoria.
I punti di sutura sono piccoli nodi di resistenza. Sono il gesto silenzioso di chi ha provato a tenere insieme ciò che si stava spezzando. Ogni punto è una promessa: “Non ti lascio andare.” “Ti tengo stretta.” “Ti aiuto a guarire.”
Ma anche quando la pelle si richiude, la ferita resta. Non sempre visibile. A volte è solo una linea sottile, una curva che il dito riconosce al tatto, una zona dove la pelle cambia colore, dove il ricordo si annida.
E poi ci sono le ferite che non si vedono. Quelle che non si possono cucire. Quelle che non sanguinano, ma fanno male lo stesso. Sono le parole che non abbiamo detto, gli abbracci che non abbiamo ricevuto, le perdite che non abbiamo saputo affrontare.
I sanitari lo sanno.
Gli infermieri lo vedono negli occhi, lo sentono nel respiro, lo leggono nel silenzio dei loro assistiti.
Curare non è solo chiudere una ferita. È accompagnarla. È darle tempo. È accettare che alcune non si dimenticano. Che alcune fanno parte di noi. Che alcune ci cambiano.

E allora i punti diventano memoria. Non solo del dolore, ma della cura. Del coraggio di restare. Del filo che ha tenuto insieme ciò che sembrava perduto.
Perché ogni cicatrice è una storia. E ogni storia merita di essere narrata e ascoltata.


La danza fantasmaGhostEmma era stata una ballerina di danza classica a livello professionale e spesso nei nostri incontr...
07/08/2025

La danza fantasma

Ghost

Emma era stata una ballerina di danza classica a livello professionale e spesso nei nostri incontri mi raccontava della dura accademia che aveva frequentato per diventare una professionista della danza a livello internazionale.
Di umili origini contadine i suoi genitori avevano faticato non poco a pagarle quelle scuole in anni bui dove una giovinetta veniva invece spesso arruolata nelle campagne ad occuparsi di pastorizia o viticultura.
Lei era stata fortunata e dopo una serie di scuole locali fu notata da un talent manager che la portò a Milano all'accademia del Teatro dove divenne una ballerina affermata.
La ferita del moncone era pressochè perfetta a soli dieci giorni dall'intervento.
Sutura lineare, nessuna deiscenza, nessun sieroma.
Mentre mi accingevo a rimuovere le graffe chirurgiche lo sguardo di Emma fissava un punto esatto della grande cucina dove il suo letto elettrico era stato posizionato tra la stufa a legna e la vecchia madia di legno piemontese.
Lo sguardo scivolava oltre la finestra sul cortile, oltre le colline coltivate a barbera, oltre il cielo, oltre tutto.
Poco prima di arrivare a casa di Emma pensavo a come avrei affrontato, come professionista ma soprattutto come donna, l'incontro con una persona che assistevo da tempo e che oggi avrei ritrovato con una gamba di meno, una gamba di una ballerina di danza classica.
Nell'immancabile borsa degli attrezzi avevo tutto ciò che mi occorreva per gestire la sua ferita ma avevo qualcosa per gestire la mia paura?
La figlia di Emma che mi attende all'ingresso mi dice immediatamente che la mamma dice strane cose, che la sera piange per il dolore e che cerca di massaggiarsi ... qualcosa che non c'è più, le sue mani non sfiorano neppure il moncone avvolto da garze e bende ma scivolano al di sotto di esso, nel vuoto, come a cercare quell'arto che c'era e che oggi non c'è più.
Cerco di raggiungere gli occhi di Emma nascosti dietro le colline appena fuori.
Sono occhi terribilmente vuoti e trafitti solamente da pagliuzze di dolore, dolore autentico.
La figlia di Emma prepara per tutti noi il solito caffè con i biscotti fatti in casa e quando ci ritroviamo tutte a sorseggiare quella bevanda ristoratrice vedo le mani di Emma che, come in una danza, volteggiano e si appoggiano come in un massaggio sulla gamba fantasma.
Mi viene in mente una immagine che ho visto pochi giorni fa su un giornale, è l'immagine dello sportivo Alex Zanardi che a bordo della sua bicicletta vince le para olimpiadi senza le sue meravigliose gambe.
Prendo il mio inseparabile tablet e cerco su Google quell'immagine.
La trovo.
Mi siedo nel letto accanto ad Emma e le dico che devo presentarle una persona.
Emma guarda quella immagine e mi dice che senza gambe non si balla anche se "quello lì" va in bici pedalando con il c**o.
Sorrido, sorride.
Allora racconto ad Emma che anche Alex nell'anno immediatamente successivo all'intervento era stato vittima di lancinanti dolori riferibili alla sindrome dell'arto fantasma.
Ma che a tutto c'è una soluzione, basta trovarla.
"Quindi io non sarei una vecchia pazza?"
No! Vecchia si, un po', pazza proprio no.
Ridiamo finalmente, tutte e tre, complice pure la gatta di casa che saltando sul letto va a piazzarsi accanto alla sua padrona dove?
Esattamente dove?
Esco da quella casa leggera e più che mai convinta che è sui bisogni fantasma che va concentrata la nostra attenzione di operatori della salute.
I punti di sutura chiunque sa levarli.


L'anima non si spacca? (金継ぎ )La WBP ( wound bed preparation) suona nella testa di ognuno di noi, operatori del settore, ...
09/06/2025

L'anima non si spacca? (金継ぎ )

La WBP ( wound bed preparation) suona nella testa di ognuno di noi, operatori del settore, come un mantra, un veicolo del pensiero scientifico che ci consente di ripetere all'infinito ragionamenti atti favorire un risultato atteso: preparare il letto di una ferita alle cure del caso.
E' l'infermiere, vero artigiano esperto della Cura, che dedica il suo tempo al lento, paziente lavoro necessario a riparare ed è in questo che mette la sua totale attenzione: all’anima, alla parte ancora viva e vitale che ancora esiste al di là della spaccatura.
La filosofia del Kintsugi 金継ぎ ci insegna l'arte della pazienza perchè è tutta lì la chiave del processo di guarigione, agire subito ma poi rallentare quel tempo di cura, quale ferita guarì mai, se non per gradi? (cit. William Shakespeare)
Avete presente quelle ulcere venose recidivanti che si aprono e si chiudono ciclicamente, con lunghe e difficili riparazioni che poi, al primo caldo estivo, si riaprono come crepe al sole, e che costringono a lunghe e infinite sedute di medicazioni che, dopo mesi e mesi, costringono gli infermieri a pregare Santa Calza Elastica affinchè interceda per noi?
La superficie, che sia epidermide o ceramica, che sia ulcera o anima, si ferisce, va in frantumi, si scheggia, si infetta, e preparare il letto di ferita significa necessariamente abitare tutte quelle storie ripetitive che arrivano nei nostri ambulatori, accettandone l'ineluttabilità.
Non esiste la medicazione perfetta ma forse è necessario accogliere serenamente il fatto che molto di ciò che ci succede nella vita dei nostri assistiti sia totalmente privo di senso e che la cicatrizzazione di una ferita passi necessariamente da un continuo lavoro di rammendo anche spirituale perché aggiustare qualcosa è un esercizio di tempo e pazienza, oltre che di umiltà.
Significa sopportare e tollerare il semplice fatto che la perfezione ci sfugga dalle dita e che quell'ulcera recidivante non sia solo il frutto di un circolo venoso difettoso e di norme educazionali disattese.
Piuttosto che cercare di nascondere o dimenticare le nostre esperienze passate, possiamo abbracciarle e valorizzarle come parte integrante della nostra storia personale. In questo senso, l'arte di promuovere il danno diventa allora un atteggiamento di accettazione e gratitudine verso la vita e le sue sfide, verso tutte quelle gambe che ci fanno arrabbiare, penare e che sembrano essere il fallimento di tutto il nostro operato.
L'arte del 金継ぎ insegna qualcosa anche a noi infermieri che non abbiamo un tubetto di oro nelle nostre medicherie, ma abbiamo ben altro.
Il Kintsugi è una lezione di vita. Ci insegna ad accettare e accogliere le nostre ferite anziché rimuoverle, a trasformarle in punti di forza, esse sono la testimonianza del nostro passato, delle prove superate, della nostra storia e di quello che siamo.
Riparato con cura, l’oggetto danneggiato accetta e riconosce la propria storia e diventa più bello e resistente di quanto non fosse prima. Acquista un nuovo valore, complesso e profondo.
Siamo pronti dunque a immergerci in un nuovo modello di assessment delle ferite?
L'anima di una persona si spacca e ha recidive continue.

Laura Binello

07/06/2025

Umanità e umanizzazione delle cure nel woundcare.
Un'opportunità magnifica per portare il progetto di nella realtà quotidiana fatta di ferite non solo della cute, e di medicazioni così avanzate da arrivare fin dentro agli strati più profondi dell'anima.
Grazie agli organizzatori per averci creduto.
Laura Binello

Giro giro tondoPrima di vederlo ho potuto sentirlo.Le sue grida saturavano tutta la manica del corridoio dove è ubicato ...
06/05/2025

Giro giro tondo

Prima di vederlo ho potuto sentirlo.
Le sue grida saturavano tutta la manica del corridoio dove è ubicato anche il nostro ambulatorio infermieristico, strilli capaci di infilarsi in ogni fessura di ogni porta, un pianto straziante che avrebbe allertato chiunque si trovasse in quel luogo e in quel preciso momento.
Invece, nella più consueta rappresentazione dell'indifferenza, dentro un ospedale stava andando in scena un atto così prevedibile da diventare quasi invisibile.
Quella che appariva, e certamente lo era, una grande comunità Rom, stazionava davanti all'ingresso del blocco operatorio, occupando tutte le sedute della sala di attesa, con grande disappunto di altre persone che attendevano i loro cari operati dentro le sale operatorie.
Facile pensare che anche la grande famiglia di zingari attendesse l'uscita di un parente operato ma tutto ciò non giustificava invece quel pianto straziante che proveniva da un bambino in braccio a una di quelle donne dai grandi gonnelloni pesanti e ciabatte con la pelliccia finta.
Tra loro un giovane uomo si aggirava con della documentazione tra le mani mentre, senza alcun problema, tentava di aprire le tante porte di accesso ai tanti ambulatori presenti in quell'area.
Non nego di aver allertato i colleghi e collocato le nostre borse e zaini dentro un armadio custodito, ma quel che continuava a turbarmi, più che a infastidirmi, era quel pianto incontenibile di quel bambino.
Giusto il tempo di mettere al sicuro portafogli e carte di credito che il giovane uomo entra nel nostro ambulatorio infermieristico con tutto il suo carico di fogli tra le mani.
Posso sentire ancora forti le grida di quel bambino sconosciuto ma posso anche vedere che quei fogli sono di un verbale di pronto soccorso.
L'uomo mi dice, piuttosto incazzato, che Dorian, suo figlio di 2 anni, la sera prima si era quasi amputato un dito con un coltello da salame, che il pronto soccorso lo aveva suturato con il superattak (...) e dimesso, ma che adesso il dito era tutto nero, insanguinato e che il bambino grida e non si fa toccare.
Ah, ecco.
Chiedo, se per caso, si fossero nuovamente rivolti al pronto soccorso, o alla guardia medica, o alla pediatria, o al medico di famiglia, a Papa Bergoglio o a Gesù Cristo ma ben presto capisco che qualcuno ha detto loro " andate all'ambulatorio infermieristico che là fanno tutto!"
Ora, quella che a me pareva anche una affermazione orgogliosamente generosa, in quel frangente preciso mi suonò come " Ehi, piantatela di girovagare con questo piccolo demonio ululante, smettetela di invadere i nostri ospedali, le nostre sale di attesa, di sedervi sulle nostre sedie, di parlare ad alta voce e disturbare, andate soprattutto a farvi curare a casa vostra".
Una collega e io decidiamo dunque di non fare "respingenza" ma di fare "accoglienza".
Dorian è letteralmente avvinghiato, tipo scimmietta, a quella che poteva essere una nonna giovane, ben più giovane di me che nonna non sono ancora, per esempio.
La vistosa fasciatura sulla manina destra mostra delle bende parzialmente dislocate di sanguaccio rappreso, scuro, incollato.
Impossibile avvicinarsi alla creaturina, le sue grida ora sono ancora più strazianti.
In meno di un minuto la collega e io veniamo accerchiate da tutta la famiglia che ci chiede in maniera piuttosto folkloristica ( e vagamente minacciosa) di medicare quella manina.
Ok, medichiamo la manina, è la prima rassicurazione.
Ma per farlo, cari signori, cara famiglia, dobbiamo individuare tra voi due persone di fiducia, due non tre, non quattro, non dieci.
Ci vuole un papà che tenga fermo Dorian e una mamma, o una nonna, che parlino dolcemente al bambino.
Gli altri tutti al bar.
Sì sì, signori, al bar.
Decidiamo che per prima cosa è necessario rimuovere quelle bende incollate e prepariamo una bacinella di soluzione fisiologica sterile nella quale immergere la manina.
Facile a dirsi, un po' meno a farsi.
Dorian piange quasi a stimolarsi il vomito e quando tutto sembra precipitare la nonna del bambino inizia a cantilenare una filastrocca incomprensibile ma che per assonanze musicali assomigliava alla nostra " giro giro tondo, casca il mondo, casca la benda, tutti giù per terra!"
E nota dopo nota, giro dopo giro, benda dopo benda, riusciamo a rimuovere tutti quei giri di coesiva coagulata su quel povero e minuscolo dito offeso da una grande e tagliente lama.
L'urlo della scimmietta ora assomiglia più al miagolio di un gattino ferito, ma è certamente meno straziante.
Ovviamente il Superattak non aveva tenuto e la ferita, seppur pulita e senza segni infettivi, necessitava di qualche medicazione successiva per auspicare una guarigione per seconda intenzione.
Cose normali insomma, impegnativa del medico curante, registrazione sul CUP, prenotazione e consegna degli appuntamenti.
Cose anormali invece.
Nessun medico curante reperibile, nessuna registrazione al CUP, nessuna prenotazione possibile nell'immediato, appuntamenti che non possono venir dati, ma prestazione erogata, direbbe l'agenda, ma io cosa dico alla mia amministrazione?
Dorian verrà ancora per tre volte, accompagnato solo dal papà e dalla giovane nonna, tra cantilene e medicazioni abbiamo chiuso quel piccolo dito, su quella piccola mano, su quel buffo muso finalmente sorridente.
Lo spirito del wound care è anche questo.
Giro giro tondo, casca il mondo, casca la benda, tutti giù per terra!

Wound che? Ma fatti furba!Cosa sarebbe questa storia della woundnarrative? Quella roba che scrivi su facebook?E' l'arte ...
19/01/2025

Wound che? Ma fatti furba!

Cosa sarebbe questa storia della woundnarrative? Quella roba che scrivi su facebook?
E' l'arte di far parlare le ferite e le persone con ferite.
Ah ho capito, quindi tu la mattina quando hai in attesa sette pazienti con ulcere, piaghe, piedi diabetici, poi li fai parlare? E di cosa?
Certo! hai presente quel tempo durante il quale il paziente arriva, si sveste, si posiziona sul lettino, leva le scarpe, leva le calze, e tu con le forbici inizi a tagliare le bende, mentre lui ti racconta che ha sentito male, che è andata meglio, che il bendaggio era troppo stretto, che era troppo molle, che la ferita ha bagnato, che, che che....? sai che tempo meraviglioso è questo per iniziare la wound narrative?
Cioè, spiegami, vorresti farmi credere che mentre tu dai una bella sanificata ad una gamba marcia, tra detergenti, disinfettanti, schiume, oli , pseudomonas volanti e batteri in prima fila, tu che fai? Fai parlare la ferita?
No no, guarda, hai capito male, la ferita parla già da sola, non c'è bisogno che io le chieda qualcosa, basta fare un bel TIME e quella parla che non la zittisci più.
Ah beh ma pure il paziente parla, parla eccome, e mica c'è bisogno che pure tu gli fai un'intervista con la coda di gente che abbiamo fuori?!?
Ma quale intervista... basta a volte tacere e porsi in religioso silenzio, e magari far partire quel TIME 2 che a me piace tanto e che viaggia parallelamente al TIME tradizionale.
Che caxxo dici?
Ma si, quella cosa degli acronimi dai, come il GAS del BLS, Guardo/Ascolto/Sento, lì si che devi sbrigarti a salvare una vita, fai il GAS e giù di compressioni toraciche, ma qui in ambulatorio il TIME ci concede più tempo, e se quel tempo non c'è te lo prendi lo stesso.
Non ti sto più dietro Binello, dobbiamo fare il GAS invece che il TIME?
NO! Dovremmo fare il TIME e il TIME 2 che altro non è che porsi in ascolto del paziente, un ascolto attivo, non ci frega del maltempo e dell'oroscopo, ma può essere interessante invece reperire informazioni utili al suo progetto di cura.
E tutto ciò c'è nel nomenclatore delle prestazioni che inseriamo nel sistema operativo aziendale?
Ehm... no.
Ma allora sei scema.
No, non penso di esserlo, semplicemente sto sperimentando un sistema parallelo di gestione delle ferite che mi sta dando un sacco di soddisfazioni, compresa quella di essere qui con te adesso a illustrartela.
Ah no eh! Io devo ancora imparare bene a fare il TIME quello classico e tu me ne scodelli un altro?
No, non potrei mai.
Però, se ti va, prova a fare con me il GAS?
Devo rianimarti?
No, Guarda, Ascolta, Senti.
Guarda me, ascolta te, senti noi.
Dai datti una mossa, fuori c'è il mondo miss woundnarrative.
Un mondo bellissimo.

Una storia inversa.Questa è una storia al contrario, dove gli opposti si attraggono, si rincorrono. Come la vita e la mo...
06/01/2025

Una storia inversa.

Questa è una storia al contrario, dove gli opposti si attraggono, si rincorrono. Come la vita e la morte. Il bene e il male.
Può succedere, a un certo punto, che per un’inspiegabile fascinazione, gli estremi si congiungano, a volte per un attimo, a volte per sempre.
Guendalina è una ragazza bellissima, di quelle che quando la vedi ti chiedi perche' Dio sia stato così tanto generoso con lei e meno con molte delle sue amiche, per esempio.
Le serate nei locali tra amiche finivano sempre allo stesso modo, Guendalina circondata da ragazzi, Guendalina che ad un certo punto della serata sparisce da sola nei bagni, Guendalina che torna nel locale e decide di andare via improvvisamente, prima del tempo, mollando pretendenti e amiche, quasi fuggendo.
Il tempo di autonomia di Guendalina è di un paio d'ore, che sia tempo lavorativo o tempo di riposo, che sia di giorno o di notte, che sia natale o capodanno.
L'indicatore impietoso di quelle due ore a scadenza è l'odore di marcio che sale piano piano, che avvolge come un velo oscuro tutto il corpo, che penetra nelle narici come un veleno, che si confonde pietosamente con l'inutile profumo erogato, che supera ogni barriera fisica e diventa un marchio che fa di Guendalina un'altra Guendalina.
Il bagno di Guendalina è un tempio di dolore e il suo bellissimo corpo il tempio della sua anima ferita, tagliata, ricucita, un'anima custode di storie orribili scolpite nelle pliche di quel corpo perfetto e offeso, un corpo che sempre danza al ritmo dell'ultima infezione.
Lo specchio del bagno sa molte verità, molte di più dello psicoanalista di turno, attraverso esso nulla viene riprodotto con perfetta imparzialità e Guendalina sa perfettamente che lo specchio inverte la nostra figura e fa della mano sinistra la mano destra, così
come sa che quello che c'è fuori da un bellissimo e giovane corpo di donna può non corrispondere a quello che c'è dentro.
Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più infetta del reame?
Il rituale è sempre identico, quasi un protocollo operativo, dove strumenti e abilità la fanno da padrone.
Garze, tante tantissime, di ogni tramatura, dimensione, spessore, capacità assorbente.
Cerotti, tanti tantissimi, di ogni lunghezza, colore, adesività.
Medicazioni avanzate, interattive, capaci di captare batteri, assorbire essudati, gestire l'odore.
Strumenti taglienti, forbici, pinze, rasoi, bisturi.
Disinfettanti comuni, disinfettanti speciali, soluzioni battericida.
Creme, unguenti, anestetici, polveri.
Guanti monouso, siringhe, mascherine, grandi bobine di carta mani.
E un secchio.
Un secchio di plastica, di quelli per lavare il pavimento, ma senza mocio.
Guendalina si spoglia, toglie il suo abitino da sera rosso, osserva quel corpo perfetto e tonico, così come osserva le garze che lo ricoprono, ormai sature di quel liquido verdastro che ben conosce, mentre anche l'ultimo pezzo di pelle sana sotto l'ascella destra è diventato un enorme ascesso rovente.
Le decine e decine di accessi al pronto soccorso vissuti negli anni hanno fatto di lei, un'infermiera, un chirurgo plastico, un infettivologo, un macellaio, un serial killer, qualcuno che adesso inforcherà quel maledetto bisturi e lo infilerà dentro quella carne rossa, gonfia, pronta a scoppiare comunque, ma che prima di farlo ridurrà Guendalina a un vegetale, un mendicante di pace, un replicante di storie di un dolore fisico che nessuno mai dovrebbe provare.
E' un attimo, un click nella pelle, un fiotto piccolo di sangue e uno tsunami di liquido verde che raggiunge il secchio e lo riempie di tutto quel dolore pulsante che ora, finalmente, ha trovato la sua via di fuga.
Tutto intorno quel tempio profanato sembra una trincea dove qualcuno, a volte, ha dovuto salvarsi da solo.

Guendalina soffre di idrosadenite suppurativa, o acne inversa.
Si tratta di una malattia infiammatoria cronica della pelle causata da alterazioni del sistema immunitario, e si manifesta generalmente dopo la pubertà con noduli sottocutanei, dolorosi e infiammati.
Una patologia ben nota ma anche una patologia fantasma, dove stigma e pregiudizio aumentano il disagio e la sofferenza fisica e morale di chi ne soffre.
I pazienti affetti da patologie croniche diventano negli ospedali dei pazienti scomodi, noiosi, petulanti, invadenti.
Spesso tutto viene ricondotto alla presa in carico di una patologia, di un organo, di un pezzo di carne umana, ma così facendo pezzi di anima finiscono in quel secchio, dentro quel bagno.

«𝑆𝑜𝑝𝑟𝑎 𝑖 𝑣𝑒𝑠𝑡𝑖𝑡𝑖 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑛𝑜𝑟𝑚𝑎𝑙𝑖. 𝑁𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑖 𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑒 𝑎𝑝𝑒𝑟𝑡𝑒, 𝑔𝑎𝑟𝑧𝑒, 𝑧𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑎𝑟𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎𝑡𝑒»
Sono le parole di Giusi Pintori, direttore di Passion People APS e vera paladina della lotta per i diritti delle persone colpite da idrosadenite suppurativa.

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