19/05/2026
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🎼 𝗠𝗔𝗟𝗘 𝗡𝗘𝗖𝗘𝗦𝗦𝗔𝗥𝗜𝗢: 𝗟’𝗢𝗠𝗕𝗥𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗚𝗘𝗡𝗜𝗧𝗢𝗥𝗘
Tra le canzoni più ascoltate dell’ultimo Festival di Sanremo, 𝘔𝘢𝘭𝘦 𝘯𝘦𝘤𝘦𝘴𝘴𝘢𝘳𝘪𝘰 di Fedez e Marco Masini ha avuto la forza di portare dentro una forma popolare un tema molto più profondo di quanto possa apparire al primo ascolto: 𝗶𝗹 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶, 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗮, 𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝗴𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗼, 𝗶𝗹 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗵𝗶 𝗰𝗶 𝗵𝗮 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗼𝗻𝗻𝗶𝗽𝗼𝘁𝗲𝗻𝘁𝗲.
Non è solo una canzone sul dolore. È una canzone su quel momento, spesso inevitabile, in cui 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗲 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀.
C’è un verso, in particolare, che colpisce per la sua durezza: 𝘖𝘨𝘯𝘪 𝘱𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘶𝘯 𝘋𝘪𝘰 / 𝘔𝘢 𝘱𝘰𝘪 𝘧𝘪𝘯𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢 𝘶𝘯 𝘢𝘭𝘪𝘣𝘪. È una frase che non riguarda soltanto i padri. Riguarda ogni genitore, perché prima o poi l’immagine ideale dell’adulto cade e al suo posto compare una figura più umana: fragile, contraddittoria, insufficiente, a volte ferita.
Da qui comincia il “male necessario”: non il dolore cercato, non la sofferenza idealizzata, ma 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗹𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗰𝘂𝗶 𝘂𝗻 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗽𝘂𝗼̀ 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗱𝗲𝗮 𝗶𝗻𝗳𝗮𝗻𝘁𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗲 𝘂𝗻 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗰𝗼𝗺𝗶𝗻𝗰𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲, 𝗱𝗶 𝘀𝗲́, 𝗵𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘃𝗼𝗹𝗲𝗿𝗹𝗼.
𝗖𝗮𝗿𝗹 𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃 𝗝𝘂𝗻𝗴, psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica e uno dei padri della 𝘗𝘴𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘗𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰, chiamava 𝘖𝘮𝘣𝘳𝘢 l’insieme delle parti di noi che non vogliamo vedere: la rabbia, la vergogna, l’invidia, la fragilità, il bisogno di essere amati, la paura di non valere abbastanza.
𝗢𝗴𝗻𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗵𝗮 𝘂𝗻’𝗢𝗺𝗯𝗿𝗮.
Il problema non è averla. 𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗲̀ 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗹𝗮.
Perché ciò che non viene riconosciuto spesso ritorna nella relazione: nei silenzi, nelle reazioni eccessive, nelle aspettative, nelle fughe, nelle assenze, nei sensi di colpa, nelle parole dette nel momento peggiore.
La canzone dice anche che i mostri non stanno soltanto sotto il letto. È un’immagine semplice, ma molto profonda. A un certo punto della vita scopriamo che i mostri non abitano solo il buio dell’infanzia. 𝗣𝗼𝘀𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗼𝗻𝗱𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗿𝗲𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗲, 𝗻𝗲𝗶 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶, 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗳𝗲𝗿𝗶𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘀𝗮𝗽𝘂𝘁𝗼 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲.
Per un figlio questa scoperta è dolorosa: il genitore non è più soltanto rifugio, protezione, misura del bene. È anche limite, contraddizione, mancanza.
Per un genitore è ancora più dolorosa, perché davanti alla sofferenza di un figlio può nascere il pensiero più crudele di tutti: “𝗳𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗮𝗹𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗼”.
Quando un figlio cresce, soprattutto nell’adolescenza, questa Ombra emerge spesso con forza. Il figlio attacca, accusa, si chiude, provoca, mette distanza. A volte sembra crudele. Ma non sempre sta semplicemente distruggendo il genitore. 𝗦𝗽𝗲𝘀𝘀𝗼 𝘀𝘁𝗮 𝘁𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝘀𝗶.
E in quella separazione cade una doppia illusione.
𝗜𝗹 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 scopre di non essere stato solo buono. Il figlio, con il suo dolore, lo costringe a vedere una domanda difficile: 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘮𝘪𝘦 𝘧𝘦𝘳𝘪𝘵𝘦 𝘢𝘣𝘪𝘵𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯 𝘭𝘶𝘪?
𝗜𝗹 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼, a sua volta, scopre che il genitore non è più Dio. Non è l’adulto onnipotente che avrebbe dovuto capire tutto, proteggere da tutto, riparare tutto. È una persona reale: fragile, contraddittoria, a volte insufficiente.
È un passaggio doloroso, ma è un “male necessario”.
𝗟𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗮 𝗱𝗶𝗰𝗲: 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘭 𝘮𝘢𝘭𝘦.
𝗟𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶𝗰𝗲: 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘦̀ 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘥𝘪 𝘮𝘦, 𝘦 𝘰𝘳𝘢 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘳𝘭𝘰.
Questa differenza è enorme.
Il senso di colpa, quando diventa assoluto, paralizza. Trasforma il genitore in imputato e il figlio in giudice. Ma un figlio non ha bisogno di un genitore schiacciato dalla colpa. Ha bisogno, quando possibile, di un adulto che sappia restare, ascoltare, riconoscere, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗿𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝘀𝗶 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲.
Qui il “male necessario” diventa un passaggio psichico: 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮 𝗺𝗮𝗹𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝗿𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝗱𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗼.
𝗠𝗮𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗥𝗲𝗰𝗮𝗹𝗰𝗮𝘁𝗶, nella sua rilettura di Lacan, ha insistito su un punto decisivo: la funzione paterna non coincide con la perfezione morale dell’adulto, ma con la possibilità di 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘪𝘮𝘰𝘯𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰, cioè un modo vivo e responsabile di stare al mondo.
Questo non riguarda solo i padri. Riguarda ogni genitore.
𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝘀𝗶 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗢𝗺𝗯𝗿𝗮. 𝗦𝗶 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗮𝗿𝗮 𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲.
Un padre o una madre non aiutano un figlio fingendo di non aver sbagliato. Ma nemmeno chiedendogli, implicitamente, di assolverli.
Lo aiutano quando riescono a dire, con la propria presenza: 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘧𝘦𝘵𝘵𝘰, 𝘮𝘢 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘤𝘪. 𝘕𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘢𝘯𝘤𝘦𝘭𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰, 𝘮𝘢 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘴𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘴𝘤𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘦. 𝘕𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘦𝘥𝘪𝘳𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘴𝘰𝘧𝘧𝘳𝘪𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘨𝘭𝘪 𝘦𝘳𝘳𝘰𝘳𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰, 𝘮𝘢 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘧𝘧𝘦𝘳𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘤𝘳𝘰𝘭𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘦 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪𝘧𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘮𝘪.
In fondo, il male diventa davvero “necessario” solo quando smette di essere condanna e diventa conoscenza.
Quando il genitore smette di chiedere al figlio di confermargli di essere buono, e il figlio può finalmente smettere di chiedere al genitore di essere Dio.
Una madre o un padre non aiutano un figlio mostrandosi senza ferite, ma mostrando che 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝘁𝗮, 𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝗿𝘀𝗮𝘁𝗮, 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗮. Che non tutto ciò che abbiamo ricevuto deve essere ripetuto. Che non tutto ciò che abbiamo sbagliato deve diventare destino.
Forse è questo il passaggio più difficile: 𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗶 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶 𝗰𝗶 𝘃𝗲𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗢𝗺𝗯𝗿𝗮, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗿𝗰𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗲𝘀𝘀𝗮.
Perché un genitore non è solo il male che teme di aver fatto.
E un figlio non è solo la prova vivente delle ferite dei suoi genitori.
𝗧𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗮 𝗲 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰’𝗲̀ 𝘂𝗻𝗼 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗼: 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀.
Ed è lì che, a volte, qualcosa può finalmente cambiare.
𝗨𝗻 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗗𝗶𝗼. 𝗗𝗲𝘃𝗲 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗢𝗺𝗯𝗿𝗮 𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗽𝘂𝗼̀, 𝗳𝗲𝗱𝗲𝗹𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮: 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶.
𝗗𝗼𝘁𝘁. 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗣𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗼
🗯️ "𝙋𝙨𝙞𝙘𝙤𝙡𝙤𝙜𝙞𝙖 𝙙𝙖𝙡 𝙋𝙧𝙤𝙛𝙤𝙣𝙙𝙤 𝙋𝙊𝙋" 𝘦𝘴𝘱𝘭𝘰𝘳𝘢, 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 personaggi, storie e simboli 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘱𝘰𝘱 – 𝘧𝘶𝘮𝘦𝘵𝘵𝘪, 𝘧𝘪𝘭𝘮, 𝘴𝘦𝘳𝘪𝘦 𝘵𝘷, 𝘮𝘶𝘴𝘪𝘤𝘢 – 𝘭𝘢 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘪𝘰𝘳𝘦 𝘪𝘯 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘷𝘦 𝘱𝘴𝘪𝘤𝘰𝘥𝘪𝘯𝘢𝘮𝘪𝘤𝘢, 𝘱𝘦𝘳 𝘪𝘭𝘭𝘶𝘮𝘪𝘯𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘦 𝘥𝘪𝘯𝘢𝘮𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘦.