Rosalba Mercurio

Rosalba Mercurio 𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗮 𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗲

𝗖𝗼𝗻𝘀𝘂𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗼𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 e 𝗿𝗶-𝗼𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 per la 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢, l'𝘶𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪𝘵𝘢̀, la 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 e il 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰.

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She/her, lei/lei
Psicologa, Mediatrice familiare, Career counselor
Adolescentə
Giovanə adultə
Genitorə

Consulenza psicologica
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Raccontarsi. Mi occupo di 𝙨𝙘𝙚𝙡𝙩𝙚 𝙚 𝙘𝙖𝙢𝙗𝙞𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 nella vita. Insieme possiamo lavorare sul tuo 𝙥𝙧𝙤𝙜𝙚𝙩𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙫𝙞𝙩𝙖, ma anche sulla stesura del tuo 𝙘𝒖𝙧𝒓𝙞𝒄𝙪𝒍𝙪𝒎 e su come affrontare un 𝙘𝙤𝙡𝙡𝙤𝙦𝙪𝙞𝙤 𝙙𝙞 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧

𝙤. Per una consulenza online, scrivimi a m͟e͟r͟c͟u͟r͟i͟o͟r͟o͟s͟a͟l͟b͟a͟@͟g͟m͟a͟i͟l͟.͟c͟o͟m͟

Collaboro con Agenzie per il lavoro, scuole, enti di formazione, pubbliche amministrazioni.

Nuovamente lo strazio di un padre di un'intera famiglia ... e ancora si parla se fare o non fare educazione affettiva ne...
05/09/2026

Nuovamente lo strazio di un padre di un'intera famiglia ... e ancora si parla se fare o non fare educazione affettiva nelle scuole...

Franco Isceri di fronte al dolore più grande non si dà pace: “Sapevamo che era in un momento difficile ma era lei a dare forza a noi. La notte prima del femmin…

"Ed è per questo che dobbiamo smetterla di considerare gelosia patologica, controllo, pedinamenti, ossessività, minacce,...
05/09/2026

"Ed è per questo che dobbiamo smetterla di considerare gelosia patologica, controllo, pedinamenti, ossessività, minacce, incapacità di accettare una separazione come semplici “problemi di coppia”.
NON SONO PROVE D’AMORE.
Sono segnali di rischio."

«È FINITA. TUA FIGLIA È MORTA».

Ci sono frasi che, da sole, raccontano una dinamica psicologica molto più di mille dichiarazioni d’amore.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, dopo aver rapito Lorena Isceri, averla immobilizzata e averla gettata dal viadotto dell’A1, Federico Vella avrebbe sentito il bisogno di inviare un ultimo messaggio alla madre di lei: «È finita, tua figlia è morta». Poco dopo si sarebbe tolto la vita.

Fermiamoci su quelle parole.

Perché non dicono soltanto: “Lorena è morta”.

Dicono: «È finita».

Ed è proprio qui che, a mio avviso, si intravede in maniera impressionante la dimensione di possesso narcisistico che può accompagnare alcune forme estreme di violenza nelle relazioni.

Naturalmente nessuno può formulare una diagnosi clinica postuma sulla base delle notizie di cronaca. Ma possiamo e dobbiamo riconoscere una dinamica comportamentale.

In questi soggetti la relazione può cessare progressivamente di essere un rapporto tra due individui autonomi. L’altro diventa qualcosa che deve confermare il proprio valore, garantire presenza, obbedienza, centralità.

Finché rimani, alimenti quell’equilibrio.

Quando te ne vai, invece, non vieni semplicemente vissuta come una persona che esercita il proprio diritto di scegliere.

Puoi diventare l’affronto.

La ferita narcisistica.

La prova intollerabile che l’altro non controlla più la situazione.

Lorena aveva deciso di chiudere la relazione. Secondo quanto raccontato da familiari e amici, aveva paura di lui; la relazione era diventata sempre più conflittuale e lui viene descritto come ossessivo e incapace di controllarsi. Lei, però, non lo avrebbe denunciato perché temeva di danneggiarlo. (Il Tirreno⁠)

Ed è uno dei passaggi che dobbiamo imprimere nella mente.

Lei aveva paura di lui e continuava a preoccuparsi delle conseguenze che una denuncia avrebbe potuto avere su di lui.

È una trappola psicologica micidiale.

La vittima continua a proteggere colui dal quale dovrebbe proteggersi.

Minimizza.
Giustifica.
Aspetta.
Spera che capisca.
Teme di “rovinarlo”.
Teme di esagerare.

Nel frattempo il persecutore può interpretare ogni apertura non come rispetto, ma come spazio ancora disponibile per esercitare controllo.

Poi arriva la separazione.

Ed è spesso quello il momento più pericoloso.

Perché per una personalità profondamente possessiva la frase «non ti voglio più» può non essere elaborata come la fine di una relazione, ma come un’umiliazione da cancellare.

A quel punto la logica diventa:

se non posso averti, non puoi sottrarti a me.

E nell’escalation estrema:

se non posso controllare la tua vita, controllerò perfino la tua morte.

Secondo la ricostruzione investigativa, Vella sarebbe arrivato preparato: fascette, nastro adesivo, forbici e altri materiali sono stati rinvenuti nell’auto e gli investigatori stanno valutando l’ipotesi della premeditazione. Lorena, legata nel bagagliaio, era riuscita perfino a telefonare al 112 chiedendo aiuto. (Corriere Fiorentino⁠)

E dopo tutto questo arriva quel messaggio alla madre.

«È finita, tua figlia è morta».

Io lo considero un passaggio psicologicamente agghiacciante.

Perché sembra trasformare persino l’omicidio in una comunicazione di potere.

Non basta aver eliminato Lorena.

Bisogna che qualcuno sappia.

Bisogna comunicarlo proprio alla madre.

Quasi una firma finale.

Quasi l’ultimo atto di appropriazione della scena.

Una possibile vendetta narcisistica portata fino alle estreme conseguenze: hai cercato di sottrarti, ma sarò io a stabilire quando finisce.

Ed è per questo che dobbiamo smetterla di considerare gelosia patologica, controllo, pedinamenti, ossessività, minacce, incapacità di accettare una separazione come semplici “problemi di coppia”.

NON SONO PROVE D’AMORE.

Sono segnali di rischio.

E chi continua a ripetere che “sono cose private”, che “lui è solo innamorato”, che “bisogna dargli tempo”, che “una denuncia gli rovinerebbe la vita”, dovrebbe comprendere una cosa elementare:

quando qualcuno non riconosce più il vostro diritto di andarvene, il problema non è salvare la relazione.

Il problema è salvarsi.

Perché l’amore contempla la libertà dell’altro.

Il narcisismo possessivo, quando diventa dominio, contempla soltanto la propria volontà.

E quando quella volontà viene frustrata, in alcuni casi estremi, la vendetta può assumere una forma terribile:

«Se non sei più mia, allora non sarai più di nessuno».

Lorena aveva paura.

Non sottovalutiamolo mai più.

Quando una donna dice di avere paura dell’uomo che dice di amarla, quella paura non va spiegata via.
Va ascoltata.
E va presa terribilmente sul serio.

31/08/2026

SFeRA può favorire tracciabilità e portabilità delle competenze, ma la sfida resta la qualità formativa e il ruolo delle parti sociali.

21/08/2026

🩷

30/07/2026
30/07/2026

Quando parliamo di adolescenti e digitale, rischiamo di isolare lo schermo da tutto ciò che lo circonda, come se l’iperstimolazione iniziasse con una notifica e finisse quando il telefono viene spento.

I ragazzi crescono dentro ambienti costruiti sull’eccesso. I social sono come negozi stile Las Vegas con migliaia di scaffali pieni di prodotti studiati per catturare l’attenzione e rendere immediata la gratificazione, contenuti che scorrono senza interruzione, suoni, immagini, messaggi, possibilità di scelta continue. Spesso mangiano guardando un video, controllano una chat mentre studiano, passano da uno stimolo all’altro senza lasciare al cervello il tempo di rallentare, registrare ciò che è accaduto e tornare a una condizione di equilibrio.

Il cervello adolescente apprende dal ritmo (velocità e numero) delle esperienze ripetute. Quando gran parte della giornata offre stimoli rapidi, intensi e facilmente disponibili, il sistema inizia ad aspettarsi quel livello di attivazione e le attività più lente, come leggere, studiare, ascoltare o restare dentro un’attesa, richiedono molta più energia.

Non ci rendiamo conto della somma degli stimoli. Anche l’alimentazione entra in questo ecosistema. Alcuni cibi ultraprocessati, soprattutto quelli molto ricchi di grassi, zuccheri e sale (in eccesso), sono progettati per essere altamente gratificanti e possono coinvolgere i circuiti cerebrali della ricompensa. L’intestino comunica continuamente con il cervello attraverso segnali nervosi, immunitari e metabolici e partecipa alla regolazione dell’appetito e dell’umore. La serotonina prodotta nell’intestino non entra direttamente nel cervello, eppure il microbiota e il metabolismo del triptofano partecipano a questa comunicazione complessa.

Il punto, quindi, riguarda la quantità di tempo durante il quale il sistema resta sollecitato. Uno stimolo isolato lascia spazio al recupero. Una sequenza continua di cibo gratificante, video, notifiche, rumore, fretta e multitasking mantiene il cervello orientato verso ciò che offre una ricompensa immediata e può rendere più faticosa la regolazione dell’attenzione, dell’impulso e dell’attivazione.

Per questo serve allenare anche questa espressione dell’intelligenza umana: l’intelligenza contestuale. Guardare l’intera giornata del ragazzo, osservare quanti stimoli si sovrappongono e costruire momenti in cui il sistema riceve un ritmo diverso: mangiare senza schermi, lasciare intervalli tra un’attività e l’altra, ridurre le fonti di stimolazione simultanea, recuperare movimento, sonno e pasti capaci di sostenere il corpo senza aggiungere un’altra accelerazione.

L’iperattivazione si costruisce nell’ecosistema e dentro questo ecosistema sistema possiamo iniziare a riequilibrarla.

Nella newsletter di AdoleScienza entriamo nel funzionamento del cervello degli adolescenti nell’era digitale, osservando cosa accade, perché accade e come intervenire nel quotidiano con strumenti concreti.

AdoleScienza è la prima newsletter che entra nel funzionamento del cervello degli adolescenti nell’era digitale per spiegare cosa accade, perché accade e come fare.

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30/07/2026

Se i fatti fossero confermati, non saremmo davanti a una semplice “battuta infelice”.

Saremmo davanti a un abuso di potere molto grave.

Un insegnante non educa soltanto con quello che spiega.

Educa, soprattutto, con quello che dice.
Per questo motivo umiliare pubblicamente una studentessa, associandola davanti a tutta la classe a una piattaforma per adulti, non è una battuta.

È un marchio.
È l’utilizzo del proprio ruolo di autorità per colpire la dignità di una ragazza che, per definizione, non ha gli strumenti per difendersi ad armi pari.
Se quanto raccontato fosse vero, quel professore non avrebbe semplicemente offeso una studentessa.

Avrebbe autorizzato un’intera classe a farlo.
Perché gli adolescenti imparano osservando gli adulti.
Se chi rappresenta l’autorità ride di uno studente, gli altri si sentiranno autorizzati a fare lo stesso.

Se chi dovrebbe proteggere umilia, il branco seguirà.
Ed è esattamente quello che, secondo il racconto della ragazza, sarebbe accaduto.

Un soprannome.
Le prese in giro.
L’isolamento.
L’ansia.
Le assenze.

E qualcuno continua a chiamarle “ragazzate”.
No. Il bullismo non nasce nel corridoio.

Molto spesso riceve il suo primo via libera proprio dagli adulti.
Un insegnante non ha il diritto di usare uno studente come bersaglio della propria ironia.

Non ha il diritto di sessualizzare una minorenne davanti ai compagni.
Non ha il diritto di trasformare un’aula in un tribunale o in uno spettacolo.

Perché quando il carnefice occupa la cattedra, il danno psicologico è ancora più profondo.
L’autorità, per un adolescente, è un moltiplicatore.

Può costruire autostima.
Oppure distruggerla.

E chi sceglie di umiliare un ragazzo davanti ai suoi pari dimostra una cosa soltanto ossia di non possedere l’equilibrio emotivo e la maturità educativa che quel ruolo richiede.

La scuola dovrebbe essere il luogo più sicuro per sbagliare, crescere e sentirsi rispettati.

Se diventa il luogo dell’umiliazione pubblica, ha già fallito la sua missione.
E chi contribuisce a quel fallimento dovrebbe essere chiamato a risponderne con la massima serietà.

16 minuti densissimi.
30/07/2026

16 minuti densissimi.

Le donne non sanno guidare, gli uomini sono più bravi in matematica, le donne sanno prendersi cura degli altri. Sono solo alcuni degli stereotipi che riguardano i generi. Ma i cervelli di maschi e femmine sono davvero così diversi?

D'accordo su ogni parola. "I giovani vanno considerati al plurale e le definizioni che in un passato recente gli sono st...
11/06/2026

D'accordo su ogni parola.

"I giovani vanno considerati al plurale e le definizioni che in un passato recente gli sono state affibbiate (choosy, spiaggiati o bamboccioni) non rendono giustizia della diversificazione presente al loro interno. Ciò non di meno, una parte rilevante fra loro è portatrice di una «rivoluzione silenziosa» dei valori e, soprattutto, del posto che il lavoro occupa nella loro vita: è ancora una dimensione fondamentale, ma si deve abbinare con altri aspetti di valore ritenuti altrettanto importanti. Alla ricerca di nuovi equilibri tra la sfera personale e l’impegno lavorativo. Per comprenderli è necessario dotarsi di strumenti di interpretazione di ciò che i giovani (spesso non) dicono oppure fanno intendere attraverso «segnali deboli», poco visibili. E cercare di dare agli adulti uno spunto di riflessione per tentare di (evitare di non) capire quello che ci comunicano".

Quello che i giovani (non) dicono

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Cassano Delle Murge

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