08/10/2026
Quando una donna arriva con un carico mentale esagerato dentro di me si accende una spia: la riconosco.
L’ho vista mille volte. E, in parte, l’ho vissuta anch’io.
Si siede, si sistema i capelli, tira su le spalle e poi dice una frase: “Sto bene,ma ultimamente mi sento un po’ sopraffatta.”
Mentre parla, io sento che una parte di me si stringe.
Perché so esattamente cosa c’è dietro quel “un po’”.
C’è una vita intera portata avanti a forza di doveri, di incastri, di responsabilità che nessuno vede.
C’è la convinzione che se molla, tutto crolla.
C’è la paura di deludere, di non essere abbastanza, di non essere “la solita”.
E mentre lei si racconta, io penso a quante volte ho visto quella stessa scena.
E a quante volte ho pensato:
“Non dovrebbe essere così. Non dovrebbe sentirsi sola in questo.”
E sì, lo ammetto: a volte mi arrabbio,perché spesso c'è la convinzione di essere loro il problema.
Sono convinte che la loro fatica sia un difetto da correggere e che chiedere aiuto sia un fallimento.
E invece no.
Il fallimento è che nessuno abbia mai detto loro la verità:
che non si può essere la regista, la scenografa, la coordinatrice, la psicologa, la mediatrice e la colonna portante di tutto… senza pagare un prezzo.
Non è fragilità.
Non è disorganizzazione.
È l'essere semplicemente umana.
E io sono lì per questo.
Per aiutarla a togliersi quelle cuffie da regista.
Per farle vedere che il mondo non crolla se si siede un attimo tra il pubblico.
Per ricordarle che il suo valore non dipende da quanto si sacrifica.
Ogni volta che una donna esce dallo studio un po’ più leggera, io sento che
a quel peso finalmente e' stato dato un nome.
E lei ha iniziato ad ascoltarsi.