Polo ADHD e Neurodivergenze Genova

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Polo ADHD e Neurodivergenze Genova Centro multidisciplinare per ADHD e altre neurodivergenze. Valutazione, psicoterapia e ADHD coaching. Genova.

27/08/2026

IL PDP DEVE ESSERE VISIONATO A CASA PRIMA DELLE FIRMA.

"Eh..MA C’È LA PRIVACY! " (si... ma del Minore) -> Il Decreto legislativo 33/2013, come modificato dal D.Lgs. 97/2016, riguarda la trasparenza dell’attività amministrativa. Nelle scuole si applica ogni volta che un atto amministrativo (come il PDP) riguarda dati personali di un minore e diritti della famiglia.

Ora, veniamo al punto.

Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) è un atto amministrativo a tutti gli effetti, elaborato dal Consiglio di Classe e da firmare anche dai genitori (art. 5 del DM 5669/2011, Linee guida della Legge 170/2010).

Il documento DEVE:

essere redatto con la partecipazione della famiglia;
non può essere imposto come un modulo già chiuso;
e deve poter essere visionato prima della firma, per assicurare il consenso informato.

Reg. (UE) 2016/679
GDPR D.Lgs. 101/2018

Questo significa che il genitore ha tutto il diritto di vedere il PDP con calma (sì, anche 2–3 giorni o più, se serve); di chiedere chiarimenti o modifiche; e di riceverne una copia, anche in formato digitale, prima della firma.

Quanto all’uscita del documento dalla scuola:

Sì, può uscire.

Il genitore, in quanto titolare della responsabilità genitoriale e della privacy del minore, può richiederne copia.

La scuola può oscurare nomi dei docenti, ma non può negare la consegna del documento, perché il contenuto riguarda direttamente il minore e rientra nei diritti di accesso ai dati personali (artt. 15–22 del GDPR e art. 7 del D.Lgs. 196/2003)

Privacy PDP

La privacy del PDP appartiene al tutore legale del minore e a nessun altro.
“Il PDP non può uscire da” … La famiglia/tutore resta il soggetto legittimato a richiederne copia.
𝐈𝐧 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐧𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐥 PDP 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐋. 𝟐𝟒𝟏/𝟏𝟗𝟗𝟎 𝐞 𝐬𝐢 𝐨𝐭𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐩𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐃𝐏

D’altronde, questo già avviene correttamente in molte scuole: quindi è possibile ovunque.

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Alla prossima Guida DSA ❤️

“Narcisista” è diventata una parola che utilizziamo con grande facilità. Quasi sempre per parlare di qualcun altro.In Ar...
26/08/2026

“Narcisista” è diventata una parola che utilizziamo con grande facilità. Quasi sempre per parlare di qualcun altro.
In Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo, Vittorio Lingiardi restituisce al narcisismo tutta la complessità che questa parola ha progressivamente perso nel linguaggio comune.
Non esiste soltanto il narcisismo arrogante, grandioso, esibito. Esistono forme fragili e vulnerabili, insicurezza, vergogna, bisogno di riconoscimento, rabbia, invidia. E soprattutto esiste un continuum che va da una necessaria e funzionale stima di sé fino alle configurazioni patologiche.
Lingiardi attraversa questo arcipelago utilizzando la clinica e la psicoanalisi, ma anche il mito, la letteratura e il cinema. Il risultato è un libro breve, colto e accessibile, che evita di ridurre una dimensione complessa della personalità a un’etichetta.
Ed è forse questo uno degli aspetti che lo rende particolarmente interessante: comprendere il narcisismo significa anche smettere di cercarlo soltanto negli altri.
Vittorio Lingiardi, Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo, Einaudi, 2021.

Ci sono adulti che arrivano a una valutazione dopo avere trascorso anni cercando una spiegazione alle proprie difficoltà...
26/08/2026

Ci sono adulti che arrivano a una valutazione dopo avere trascorso anni cercando una spiegazione alle proprie difficoltà.
Hanno provato a impegnarsi di più, a organizzarsi meglio, a dipendere meno dagli altri. A volte hanno anche ricevuto spiegazioni diverse nel corso della vita.
Ma le difficoltà rimangono. E con loro può crescere una domanda molto più profonda: quanto di ciò che non riesco a fare ho finito per attribuire a ciò che sono?
Una valutazione in età adulta non serve necessariamente a trovare una diagnosi, né a ricondurre ogni difficoltà a una neurodivergenza.
Serve a comprendere.
A distinguere, attraverso una diagnosi differenziale, ciò che può appartenere a un funzionamento neurodivergente da ciò che può avere altre origini; a riconoscere le difficoltà reali e le risorse; a capire quali strumenti possano essere utili.
A volte una diagnosi arriverà. Altre volte no.
Ma una buona valutazione dovrebbe comunque lasciare qualcosa: una persona che conosce un po’ meglio il proprio funzionamento e possiede qualche coordinata in più per orientarsi.
Perché una diagnosi, quando c’è, non è un punto di arrivo.
È sempre un punto di partenza!

Capita di prendere il telefono per controllare un messaggio e ritrovarsi, parecchio tempo dopo, a scorrere contenuti qua...
25/08/2026

Capita di prendere il telefono per controllare un messaggio e ritrovarsi, parecchio tempo dopo, a scorrere contenuti quasi senza accorgersene.
Non è utile ridurre tutto a una questione di forza di volontà.
Scroll infinito, notifiche e ricompense intermittenti possono favorire il mantenimento dell’attenzione e rendere alcuni comportamenti sempre più automatici. I sistemi cerebrali della ricompensa e dell’apprendimento partecipano a questi processi, ma il loro funzionamento è molto più complesso della semplice equazione “social = dopamina”.
Possiamo però modificare qualcosa nell’ambiente digitale. Tre piccoli cambiamenti possono aiutarci a rendere alcuni automatismi meno immediati:
1. Rendere lo schermo meno attraente
La modalità in scala di grigi riduce la salienza visiva dei contenuti. Alcuni studi hanno osservato una diminuzione del tempo di utilizzo dello smartphone.
2. Aggiungere un po’ di “attrito”
Spostare le app, disconnettersi o introdurre una breve pausa prima di aprirle rende il gesto meno immediato e può interrompere l’automatismo.
3. Scegliere un’alternativa
Un libro, un’attività manuale, una passeggiata o semplicemente qualcosa che decidiamo consapevolmente di fare al posto dello scroll.
Non si tratta di demonizzare smartphone e social.
Si tratta di fare in modo che prendere il telefono torni ad essere un po’ più una scelta e un po’ meno un automatismo.
Riferimenti scientifici
Lindström et al. (2021), Nature Communications, 12, 1311.
Zimmermann & Sobolev (2023), Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 26.
Meyers et al. (2022), studio randomizzato su interventi nudge per ridurre l’uso problematico dello smartphone.

La Svezia, uno dei Paesi che più precocemente ha introdotto gli strumenti digitali nella scuola, negli ultimi anni ha in...
24/08/2026

La Svezia, uno dei Paesi che più precocemente ha introdotto gli strumenti digitali nella scuola, negli ultimi anni ha iniziato a rivedere alcune delle proprie scelte.

Più libri cartacei, meno esposizione indiscriminata agli schermi e maggiore attenzione alla lettura e alla scrittura. Non è un ritorno nostalgico al passato e, soprattutto, non significa che il digitale faccia male e la carta faccia bene.

La questione è più interessante.

Gli strumenti attraverso i quali apprendiamo non sono necessariamente equivalenti. Leggere un testo su carta o su uno schermo, scrivere a mano o digitare, prendere appunti o ricevere materiale già organizzato richiedono processi cognitivi in parte differenti.

E la ricerca suggerisce qualcosa che dovrebbe interessarci molto: la tecnologia è uno strumento per apprendere, non è l’apprendimento.

Può offrire possibilità straordinarie, e per alcune persone può rappresentare anche uno strumento fondamentale di accessibilità e compensazione. Ma la sua utilità dipende dall’età, dal compito, dalle caratteristiche individuali e soprattutto da come e perché viene utilizzata.

È questo forse l’aspetto più interessante della scelta svedese: non tornare indietro, ma interrogarsi su ciò che abbiamo introdotto molto velocemente nelle nostre vite e nelle nostre scuole.

Perché innovare non significa necessariamente sostituire ciò che c’era prima. Può significare anche imparare a scegliere lo strumento più funzionale per quella persona, in quel momento, per quel tipo di apprendimento.

Riferimenti
Swedish Ministry of Education and Research (2024, aggiornato 2025), Government investing in more reading time and less screen time.
UNESCO (2026), Sweden: the unmet promises of the digital classroom.
OECD, Students, digital devices and success e Managing screen time – How to protect and equip students against distraction, richiamati anche dal Ministero dell’Istruzione svedese.

Eco-ansia è un termine relativamente recente, ma descrive un’esperienza sempre più studiata dalla psicologia.Indica l’in...
23/08/2026

Eco-ansia è un termine relativamente recente, ma descrive un’esperienza sempre più studiata dalla psicologia.

Indica l’insieme delle preoccupazioni e delle reazioni emotive legate alla crisi climatica, al deterioramento dell’ambiente e all’incertezza rispetto al futuro.

Può manifestarsi attraverso paura, tristezza, rabbia, senso di impotenza, preoccupazione per le generazioni future o la sensazione che ciò che sta accadendo sia troppo grande perché il singolo possa incidere realmente.

Ma c’è un aspetto importante: l’eco-ansia non è, di per sé, un disturbo psicologico.

Provare preoccupazione di fronte a una minaccia reale non significa necessariamente stare male in senso clinico. La ricerca invita infatti a non patologizzare queste reazioni: in alcune persone l’eco-ansia può persino avere una funzione adattiva, favorendo consapevolezza, ricerca di informazioni e comportamenti orientati all’azione.

Diventa invece fonte di particolare sofferenza quando il senso di minaccia e di impotenza è così intenso da interferire con la vita quotidiana, con il sonno, la concentrazione, il lavoro, lo studio o le relazioni.

È uno degli ambiti di cui si occupa la psicologia ambientale, che studia le relazioni tra le persone e gli ambienti nei quali vivono e, sempre più, anche le conseguenze psicologiche dei cambiamenti ambientali e climatici.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’eco-ansia: ci ricorda che il nostro benessere psicologico non è separato dal mondo in cui viviamo.

Non stiamo parlando di una diagnosi, ma di un modo in cui una persona può sentirsi di fronte a ciò che accade intorno a lei.

Riferimenti scientifici

Clayton, S., Manning, C. M., Krygsman, K. & Speiser, M. (2017). Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance. American Psychological Association & ecoAmerica.

Pihkala, P. (2020). Anxiety and the Ecological Crisis: An Analysis of Eco-Anxiety and Climate Anxiety. Sustainability, 12, 7836.

American Psychological Association. Addressing climate change concerns è in practice. Monitor on Psychology.

C’è una parte del Polo ADHD e Neurodivergenze a cui penso da molto tempo.Da settembre comincerà a prendere forma.Nasce A...
22/08/2026

C’è una parte del Polo ADHD e Neurodivergenze a cui penso da molto tempo.
Da settembre comincerà a prendere forma.

Nasce Area Comunità, uno spazio attraverso il quale il Polo ADHD e Neurodivergenze sceglie di mettere una parte del proprio tempo e delle proprie competenze a disposizione della comunità.

Cominceremo con uno spazio gratuito di ascolto e orientamento, aperto a tutti, il primo e il terzo martedì di ogni mese.

Può essere uno spazio per portare una domanda, raccontare una difficoltà, chiedere un confronto o semplicemente provare a capire da dove cominciare.

Non sarà limitato all’ADHD o alle neurodivergenze.

Non è necessario avere una diagnosi e neppure sapere già con precisione di cosa si ha bisogno.

È uno spazio gratuito che il Polo sceglie di mettere a disposizione della comunità. Non è finalizzato all’accesso ai servizi del Polo, nè a intraprendere successivamente un percorso.

Il primo e il terzo martedì di ogni mese, dalle 18:00 alle 19:30.

Durante questa fascia oraria sarà possibile contattare direttamente Area Comunità al numero dedicato:

☎️ 347 062 7110
Il numero è dedicato esclusivamente alle attività di Area Comunità.

Polo ADHD e Neurodivergenze

MENTI DIVERGENTI | Episodio 4Forse molti giovani oggi non conoscono Hedy Lamarr.Per una generazione, invece, il suo volt...
21/08/2026

MENTI DIVERGENTI | Episodio 4

Forse molti giovani oggi non conoscono Hedy Lamarr.

Per una generazione, invece, il suo volto fu uno dei più riconoscibili di Hollywood.

Attrice, celebrata per la sua bellezza, Hedy Lamarr aveva anche una passione molto meno conosciuta: inventare.

Durante la Seconda guerra mondiale, insieme al compositore George Antheil, sviluppò e brevettò un sistema di comunicazione basato sul salto di frequenza, pensato per rendere più difficile intercettare o disturbare i segnali radio.

Non “inventò il Wi-Fi”, come spesso si legge. Ma quel lavoro rappresentò un importante antecedente nella storia delle successive tecnologie di comunicazione wireless.

Eppure, forse, la parte più interessante della sua storia è un’altra.

Perché ci sorprende scoprire che una donna considerata soprattutto un’icona di bellezza avesse anche una mente inventiva?

Quanto di una persona rischiamo di non vedere quando crediamo di sapere già chi sia?

Ruoli, diagnosi, caratteristiche, comportamenti possono aiutarci a comprendere.

Ma possono anche diventare confini se smettiamo di guardare oltre.

Hedy Lamarr ci lascia allora una domanda ancora attuale:

quanto altro potremmo scoprire delle persone se non le considerassimo mai definitivamente conosciute?

Una possibile lettura contemporanea.

Fonti: Smithsonian Institution; National Inventors Hall of Fame.

20/08/2026

E se quello che vediamo fosse vero, ma non fosse tutto?
A volte guardiamo qualcosa e ci sembra chiarissimo.
La vediamo. La comprendiamo. Siamo certi che sia così.
Poi ci spostiamo di poco.
L’oggetto è lo stesso, ma cambia l’angolo da cui lo osserviamo. Le ombre si dispongono diversamente, emergono particolari che prima non vedevamo, altri finiscono sullo sfondo.
È ciò che accade con la parallasse: ciò che osserviamo appare diverso quando cambia il nostro punto di osservazione.
Forse accade qualcosa di simile anche quando guardiamo noi stessi, gli altri, una relazione, una storia.
Ciò che in un momento non vediamo non necessariamente non esiste.
Può essere rimasto nell’ombra. Può essere stato rimosso. Può semplicemente trovarsi fuori dal nostro attuale punto di osservazione.
E allora cambiare prospettiva non significa scoprire finalmente “come stanno davvero le cose”.
Significa accorgersi che quello che vedevamo era reale, ma non era tutto.

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