27/09/2026
Nives Meroi: "Quel 26 luglio 2006 quando raggiunsi in lacrime la vetta del K2 al terzo tentativo"
di FEDERICO PACE
Ci sono giorni estivi in cui si prova a salire più in alto possibile. Nives Meroi aveva quarantacinque anni quando nel 2006 trascorse i mesi della luce a misurarsi con il K2, la seconda cima del mondo. Aveva già raggiunto otto vette dei più maestosi massicci della Terra. Ma di quella sommità aveva visto una foto ritratta da Nord e l'aveva trovata irresistibile. A raggiungerla ci aveva provato due volte. Senza riuscirci. Quella fu l'estate in cui volle tentare ancora.
Nives, a differenza di molti, invece di arrivare in altitudine con gli elicotteri, cominciasti la spedizione a piedi. Quando e dove?
«Era il 20 giugno. Da Askole, una cittadina della valle di Shigar, in Pakistan. A quasi 3mila metri.»
In quel momento la vetta, a 8611 metri, era distantissima. Quando ti sei resa conto davvero che stavi andando verso il K2?
«Quattro giorni dopo. Il 24 giugno. Siamo arrivati in un punto che si chiama Concordia. Lì il ghiacciaio si biforca. L'ho visto a sinistra e mi è mancato il respiro.»
Da lì, siete arrivati al campo base a 5mila e 400metri. Il mattino siete partiti verso la vetta?
“Macché. Abbiamo cominciato a fare una serie di salite e discese progressive in quota, per dare il tempo all'organismo di mettere in atto dei trucchi per sopravvivere a quelle altitudini. Oltre gli 8mila metri, una persona per quanto in ottime condizioni, non sopravvive per più di tre o quattro giorni.»
Per quanto tempo?
«Ci vogliono almeno venti giorni per adattarsi all'ipossia, cioè alla carenza di ossigeno.»
Eravate senza ossigeno supplementare e senza portatori di alta quota. Per avere un rapporto più onesto con la montagna e non far correre rischi agli sherpa. In molti lo chiamano alpinismo leggero.
«Di leggero in realtà non c'è proprio niente! Di fatto nello zaino c'era tutto il campo, tutto il necessario per affrontare la salita, i viveri e le bombolette di gas.»
Eravate in quattro. Con te c'era tuo marito. E due compagni Mario Cedolini e Roberto Alloi. Quando avete cominciato a salire davvero?
«Il 20 luglio abbiamo fatto un tentativo, ma Mario e Roberto sono dovuti tornare indietro. Noi abbiamo resistito un altro giorno.»
C'era tanto vento e le condizioni erano impossibili.
«Il 21 luglio siamo tornati indietro al campo base pure io e Romano. Ci siamo riposati un giorno intero.»
Il 23 luglio hai provato a salire verso la vetta con tuo marito Romano Benet?
«Sì. Però, salendo, incontrammo gli scalatori delle altre due spedizioni, russa e statunitense. Stavano scendendo e dissero che non c'erano le condizioni per proseguire. Erano arrivati a 7mila e 400 metri. Per loro c'era così tanta neve che sarebbero serviti cinque uomini per aprire la traccia e salire.»
Era passato più di un mese dall'inizio della spedizione. Eravate tra 6mila e 6 mila e 700 metri. Davanti avevate la Piramide Nera, una parete verticale ghiaccio e roccia. Che faceste?
«Andammo avanti. La Piramide Nera è bella tosta, tecnicamente impegnativa. In più, man mano che la stagione avanzava, la neve cominciava a fondere. Il sole rendeva instabile il percorso. C'erano frane e scariche di sassi.»
Cosa ricordi di quel tratto?
«Soprattutto la fatica, perché avevamo lo zaino con tutto il materiale per la salita, dovevo tirarmi su per tratti verticali con tutto l'ingombro dei vestiti da alta quota.»
Da quel punto in poi eravate da soli su tutta la montagna. Cosa hai provato?
«Da sotto la guardi, sono dimensioni così enormi che perdi i punti di riferimento. Devi essere in grado di essere autosufficiente fisicamente e psicologicamente.»
Dove hai imparato?
«Io e Romano siamo nati alpinisticamente sulle Alpi Giulie. Per motivi storici, montagne abbandonate che hanno fatto da divisione fra due mondi: l'Occidente e il blocco comunista. La linea pattugliata dalla guardia confinaria jugoslava che non si faceva tanti problemi a tirarti giù con il Kalashnikov.»
C'è stato sul K2 un momento di tensione tra voi due?
«No! Incredibile! Ai primi tempi litigavamo fino ai settemila metri, poi più su manca l'ossigeno, così, facevamo i conti al ritorno. Con l'allenamento siamo riusciti a discutere ovunque. Ma quella volta abbiamo litigato solo per delle batterie.»
A quelle altezze, cosa mangiavate?
«Molti usano le buste tipo astronauti. Io e Romano, che siamo del millennio scorso, proprio lì che i gusti sono distorti, preferiamo le cose consuete: prosciutto, parmigiano, torrone.»
Dicevi che la neve cominciava a fondere...
«Durante il giorno, in zone protette, con la luce riflessa, c'erano temperature altissime. Poi da un momento all'altro, la temperatura precipitava, anche a venti o trenta sotto zero. Con l'ossigeno rarefatto, anche se sei coperto, la circolazione rallenta. A quelle quote il sangue diventa denso come il miele, e non raggiunge tutte le periferie e quindi la percezione del freddo è ancora maggiore. Per quello ci sono dei congelamenti.»
Di notte dormivate?
«Certo. Il sonno è fondamentale, rigenera l'organismo. Quando eravamo sù, in parete, le notti erano lunghissime, alle cinque ci chiudevamo in tenda. Cominciava a far freddo e l'attesa fino all'indomani mattina era interminabile. La tenda era piccola, era tutto un rubarsi le poche molecole di ossigeno.»
Sul K2 a quale quota più alta sei riuscita a dormire?
«A 7 mila e 800 metri. Ma è difficile. Durante il sonno si alternano momenti di respiro e momenti di apnea, e a quelle quote quando c'è il momento di apnea, ti svegli inesorabilmente. Lì diventa tutto più difficile.»
E hai sognato nelle notti di quell'estate?
«Sì, ho sognato tantissimo, forse perché il sonno è più leggero e mi svegliavo più spesso e riuscivo a ricordare. Tanti sogni.»
Più vi avvicinaste e più divenne difficile. Avevate provato a arrivare in vetta al K2 anche nel 1994, dodici anni prima. E cosa era successo allora?
«Dal fronte Nord. E' da lì che è cominciato tutto il nostro vagabondare per gli 8mila. Cinquanta giorni per avvicinarci ai piedi della montagna, isolati nella valle senza sapere nemmeno se il mondo fuori esistesse ancora. Non avevamo alcun collegamento, poi a 150 metri dalla cima ci accorgemmo che non c'era la via. Un'esperienza che mi aveva rivoltata come un calzino. Il mio rapporto con il K2 è molto particolare anche per questo motivo.»
Arriviamo all'ultimo giorno, al 26 luglio, al tratto più difficile di tutti. Partiste dalla tenda alle due di notte. Come fu?
«Una fatica brutale. La differenza tra 8mila “bassi” e 8mila “alti” è grandissima. Si sente a ogni metro che sali.»
C'era un patto tra di voi?
«Sì.»
Quale?
«Entro le 14, ovunque ci fossimo trovati, avremmo girato i tacchi e saremmo tornati giù.»
E cosa accadde?
«Erano quasi le 13 e mi è successa una cosa stranissima. A una cinquantina di metri dalla cima, ho cominciato a sentirmi strana, mi sono fatta un rapidissimo check-up per capire se fosse edema cerebrale o altro.»
Cos'era?
«Mi sono resa conto che stavo piangendo, una cosa che non mi era mai capitata in nessuna salita, e anche se mentre piangevo, singhiozzavo e avevo delle apnee, e avevo un mostruoso bisogno di ossigeno, non riuscivo a fermarmi. E gli ultimi cinquanta metri li ho fatti così: piangendo per l'emozione».
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(da la Repubblica, luglio 2022)