21/08/2026
Qualche giorno fa ci siamo messi in cerchio per un’amica che sta attraversando un momento di grande cambiamento.
Abbiamo costruito un’offerta alla terra con le mani, come fossimo artigiani: pietre, foglie, conchiglie, semi, frutta secca, fiori. Costruendo forme, muovendo colori, velocemente abbiamo perso contatto con la dimensione dello spazio e del tempo, direi proprio fisicamente: sentivo gli strati, uno sopra l’altro, come quando impasti qualcosa e la materia cambia consistenza mano a mano che lavori.
C’era densità e pienezza nel fare, il gesto ripetuto, quello di disporre, aggiustare, guardare, ci ha tenuti ancorati lì, in quel preciso momento e in quel preciso spazio, con grande presenza.
Penso spesso a quanto abbiamo disimparato questi ritmi. Il rituale è lento, è ripetitivo, sembra che non “produca” niente, e invece crea proprio lo spazio per un grande lavoro di sostegno, cose che non si vedono subito ma che con il loro tempo, si manifestano e trasformano anche sul piano fisico.
Credo molto in questo processo di costruire dentro quello che fuori potrà poi prendere forma. Questo per me è il senso del lavoro sulla ciclicità attraverso lo yoga classico e gli strumenti della tradizione: non ho intenzione di arrivare da qualche parte, ma piuttosto di tornare al gesto, al sentire, alla comunione, finché quello che serve non si è depositato in profondità.
La terra ha ricevuto la nostra preghiera. 🤲