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ENCEFALOPATIE SCATENATE DA INFEZIONE: IL PIÙ AMPIO STUDIO CONDOTTO FINORA ANALIZZA 1.946 CASIUna vasta meta-analisi inte...
27/08/2026

ENCEFALOPATIE SCATENATE DA INFEZIONE: IL PIÙ AMPIO STUDIO CONDOTTO FINORA ANALIZZA 1.946 CASI

Una vasta meta-analisi internazionale, pubblicata su eClinicalMedicine, rivista del gruppo The Lancet, ha raccolto e analizzato i dati individuali di 1.946 pazienti con sindromi encefalopatiche scatenate da un’infezione, provenienti da casi pubblicati in letteratura a partire dal 1946.

Lo studio, intitolato “Infection-triggered encephalopathy syndromes: a meta-analysis of clinical characteristics and outcomes in 1946 cases”, rappresenta la più ampia raccolta di dati finora realizzata su queste rare e potenzialmente gravissime condizioni neurologiche.

Che cosa sono le sindromi encefalopatiche scatenate da infezione

Gli autori utilizzano il termine Infection-Triggered Encephalopathy Syndromes – ITES per indicare un insieme di sindromi clinicamente e radiologicamente differenti che insorgono in stretta relazione temporale con una malattia infettiva febbrile.

Nella maggior parte dei casi, la manifestazione neurologica compare mentre la febbre o l’infezione sono ancora presenti. Queste condizioni vengono distinte sia dalle encefaliti causate dall’invasione diretta del sistema nervoso da parte di un agente infettivo, sia dalle encefaliti autoimmuni.

Lo studio comprende diverse forme:

* AESD, encefalopatia acuta con crisi epilettiche bifasiche e riduzione tardiva della diffusione;
* ANE, encefalopatia necrotizzante acuta;
* MERS, encefalopatia lieve con lesione reversibile dello splenio del corpo calloso;
* ASEM, shock acuto con encefalopatia e insufficienza multiorgano;
* HHE, sindrome emiconvulsione-emiplegia-epilessia;
* FIRES, sindrome epilettica correlata a infezione febbrile, considerata nello studio una condizione associata alle ITES.

Come è stato condotto lo studio

Il gruppo internazionale di neurologi pediatrici ha effettuato una revisione sistematica della letteratura e una meta-analisi dei dati individuali dei pazienti.

Sono stati raccolti oltre 600 elementi clinici, laboratoristici, radiologici, terapeutici e prognostici, ricostruendo le caratteristiche di 1.946 pazienti osservati nell’arco di circa ottant’anni. Di questi, 1.635 erano bambini.

L’età mediana all’esordio dell’encefalopatia era di 5 anni, ma variava sensibilmente tra le diverse sindromi: da circa 0,8 anni nell’ASEM fino a 9,2 anni nella MERS. Il 54% dei pazienti era di sesso maschile.

Le infezioni associate all’esordio

Tra gli agenti infettivi identificati più frequentemente figuravano:

* virus influenzali: 32%;
* SARS-CoV-2: 14%;
* herpesvirus umano 6 – HHV-6: 8%;
* rotavirus: 8%.

L’analisi ha mostrato associazioni differenti tra specifici agenti infettivi e alcune forme cliniche. L’AESD risultava associata più frequentemente all’HHV-6, mentre l’ANE era maggiormente associata all’influenza e al SARS-CoV-2.

Nei pazienti con FIRES, invece, era più frequente l’assenza di un agente infettivo microbiologicamente identificato.

Questi dati descrivono le associazioni riscontrate nei casi raccolti e non dimostrano, da soli, un rapporto causale tra uno specifico microrganismo e una determinata sindrome.

Che cosa ha mostrato la risonanza magnetica

La restrizione della diffusione alla risonanza magnetica cerebrale è risultata il reperto radiologico più frequente. Le alterazioni erano generalmente bilaterali, con l’eccezione della sindrome HHE.

Sono emersi pattern radiologici caratteristici:

* nell’ANE, interessamento dei talami, talvolta accompagnato da alterazioni emorragiche;
* nella MERS, coinvolgimento del corpo calloso, in particolare dello splenio;
* nell’AESD, prevalente interessamento della sostanza bianca sottocorticale;
* nell’HHE, alterazioni prevalentemente unilaterali.

Gli autori hanno inoltre rilevato che l’esecuzione delle neuroimmagini avveniva spesso in ritardo rispetto all’esordio neurologico.

Esame del liquido cerebrospinale

Nel liquido cerebrospinale, l’aumento del numero delle cellule, definito pleiocitosi, è stato osservato soprattutto nei pazienti con FIRES e MERS.

L’aumento delle proteine nel liquido cerebrospinale è risultato invece più frequente nell’encefalopatia necrotizzante acuta.

I trattamenti riportati

La meta-analisi descrive i trattamenti ricevuti dai pazienti nei casi pubblicati. Tra le immunoterapie utilizzate figuravano:

* corticosteroidi: 54%;
* immunoglobuline per via endovenosa: 38%;
* plasmaferesi: 9%;
* anakinra: 5%;
* tocilizumab: 3,2%.

Tra le strategie neuroprotettive, l’ipotermia terapeutica è stata impiegata nel 10,4% dei casi e la dieta chetogenica nel 10,5%.

Lo studio registra l’impiego di questi trattamenti, ma la sua struttura non consente di stabilire con certezza quale terapia sia più efficace né di confrontarne direttamente efficacia e sicurezza.

Mortalità e conseguenze neurologiche

La mortalità complessiva nella fase acuta è stata del 12%, con 227 decessi su 1.946 pazienti.

Le percentuali più elevate sono state osservate nelle forme più gravi:

* ASEM: mortalità del 50%;
* ANE: mortalità del 35%.

Per 1.174 pazienti erano disponibili dati sull’esito a sei mesi. Un esito considerato favorevole, corrispondente a un punteggio compreso tra 0 e 2 nella scala di Rankin modificata, è stato osservato nel 52% dei casi, pari a 615 pazienti su 1.174.

Gli esiti variavano considerevolmente tra le diverse sindromi:

* MERS: 99% di esiti favorevoli, 323 casi su 326;
* AESD: 54%, 50 casi su 93;
* FIRES: 38%, 120 casi su 314;
* ANE: 33%, 88 casi su 269;
* HHE: 16%, 5 casi su 32;
* ASEM: 15%, 14 casi su 91.

La MERS presentava quindi una prognosi generalmente favorevole, mentre ASEM, ANE, HHE e FIRES erano associate a percentuali molto più elevate di mortalità o disabilità neurologica.

I limiti indicati dallo studio

La ricerca riunisce casi pubblicati in periodi storici, Paesi e contesti sanitari molto differenti. Nel corso degli anni sono cambiati i criteri diagnostici, la disponibilità della risonanza magnetica, i test microbiologici, le terapie e le modalità di valutazione degli esiti.

La disponibilità delle informazioni non era uniforme per tutti i pazienti e gli esiti a sei mesi erano riportati soltanto per una parte della popolazione complessiva. Inoltre, la raccolta di casi pubblicati può essere influenzata dalla maggiore probabilità che vengano descritti in letteratura i quadri più gravi, insoliti o clinicamente riconoscibili.

Per queste ragioni, lo studio permette di descrivere e confrontare le caratteristiche delle diverse sindromi, ma non consente di determinare l’incidenza nella popolazione né di dimostrare l’efficacia di uno specifico trattamento.

Le conclusioni degli autori

I risultati mostrano che le sindromi encefalopatiche scatenate da infezione comprendono condizioni molto diverse per età di esordio, infezioni associate, reperti radiologici e prognosi.

Secondo gli autori, riconoscere precocemente i differenti pattern clinici e neuroradiologici è particolarmente importante nelle forme caratterizzate da una rapida evoluzione e da un’elevata mortalità.

La meta-analisi costruisce una vasta base di dati clinici condivisa, utile per migliorare la classificazione di queste sindromi e per orientare futuri studi prospettici sulle procedure diagnostiche, sui trattamenti e sugli esiti a lungo termine.

Studio originale: Infection-triggered encephalopathy syndromes: a meta-analysis of clinical characteristics and outcomes in 1946 cases – eClinicalMedicine, The Lancet⁠

https://www.thelancet.com/journals/eclinm/article/PIIS2589-5370%2826%2900416-5/fulltext

26/08/2026
Quando la paura si fa più piccola: il valore di un cane nella vita di un bambinoNella Giornata Mondiale del Cane, uno sg...
26/08/2026

Quando la paura si fa più piccola: il valore di un cane nella vita di un bambino

Nella Giornata Mondiale del Cane, uno sguardo alle ricerche sul rapporto tra animali, ansia e benessere infantile

Ci sono momenti in cui il mondo di un bambino sembra restringersi.

Dormire da solo diventa impossibile. Attraversare una stanza senza un adulto fa paura. Uscire di casa, allontanarsi da un genitore o affrontare un cambiamento può trasformarsi in una prova enorme.

Accade nei periodi di forte ansia e può accadere, con particolare intensità, nei bambini che manifestano sintomi neuropsichiatrici. In queste situazioni, la presenza quotidiana di un cane può diventare un sostegno concreto: non perché faccia scomparire le difficoltà, ma perché accompagna il bambino proprio dentro quelle difficoltà.

Il cane entra nella sua giornata con una regolarità rassicurante. C’è al risveglio, durante il gioco, nelle passeggiate e nel momento del riposo. Non domanda perché quel giorno il bambino non riesca a fare ciò che faceva ieri. Non interpreta un comportamento insolito come un capriccio e non misura i suoi progressi.

Resta vicino.

Questa prevedibilità può avere un ruolo importante nella regolazione emotiva. Quando pensieri e sensazioni sembrano sfuggire al controllo, ritrovare la stessa presenza, gli stessi gesti e gli stessi piccoli rituali contribuisce a ricostruire una percezione di continuità e sicurezza.

Il cane può inoltre diventare un ponte tra il bambino e ciò che lo circonda. Portarlo a passeggio può offrire una ragione per uscire; accarezzarlo può aiutare a spostare l’attenzione nei momenti di agitazione; occuparsi di lui può restituire un compito, una responsabilità e la sensazione di essere ancora capaci di fare qualcosa per qualcun altro.

È una relazione costruita sulla vicinanza, sulla fiducia e sull’assenza di giudizio. E qualche volta, diciamolo, sembra davvero avere qualcosa di miracoloso. 🩷

Che cosa ha osservato la ricerca

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse scientifico per il rapporto tra animali e benessere psicologico dei bambini. Gli studi hanno analizzato due realtà differenti: la convivenza quotidiana con un animale domestico e gli interventi assistiti con cani selezionati e preparati, condotti da professionisti con obiettivi specifici.

Una revisione sistematica pubblicata sull’“International Journal of Environmental Research and Public Health” ha esaminato il rapporto tra animali da compagnia e sviluppo infantile e adolescenziale. I risultati indicano possibili associazioni positive con l’autostima, le capacità relazionali, il sostegno sociale e alcune forme di ansia, tra cui quella sociale e quella da separazione.

Gli autori precisano, tuttavia, che la qualità e i metodi degli studi sono molto diversi e che servono ulteriori ricerche per comprendere meglio la portata di questi effetti.

STUDIO COMPLETO:
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5369070/

DOI DELLA PUBBLICAZIONE:
https://doi.org/10.3390/ijerph14030234

Una seconda revisione, pubblicata nel 2023 su “Frontiers in Psychology” e basata su 29 studi, ha rilevato collegamenti tra un forte legame con l’animale e alcuni indicatori di benessere, come empatia, sostegno sociale e qualità della vita.

Non tutti i risultati, però, sono concordi: il semplice possesso di un cane non determina automaticamente un miglioramento psicologico. A fare la differenza sembra essere soprattutto la qualità della relazione costruita con l’animale.

STUDIO COMPLETO:
https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2023.1120000/full

DOI DELLA PUBBLICAZIONE:
https://doi.org/10.3389/fpsyg.2023.1120000

Indicazioni interessanti arrivano anche da uno studio clinico randomizzato condotto su 80 bambini tra i 5 e i 17 anni in un pronto soccorso pediatrico.

I bambini che avevano trascorso circa dieci minuti con un cane da terapia e il suo conduttore, oltre a ricevere l’assistenza prevista, hanno mostrato una maggiore riduzione dell’ansia rispetto al gruppo di controllo, sia secondo la loro valutazione sia secondo quella dei genitori.

Il contesto è specifico e il numero di partecipanti limitato, ma il dato offre un riscontro concreto sugli effetti immediati dell’interazione.

STUDIO COMPLETO SU “JAMA NETWORK OPEN”:
https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2831511

Le evidenze, quindi, non permettono generalizzazioni, ma descrivono un legame meritevole di attenzione scientifica.

Occorre inoltre distinguere la relazione spontanea con il cane di famiglia dagli interventi assistiti con animali, che prevedono professionisti, obiettivi e modalità operative definite.

Nei bambini con PANS e PANDAS

Nella PANS e nella PANDAS possono comparire improvvisamente disturbo ossessivo-compulsivo, ansia, paure intense, regressione, irritabilità, tic, alterazioni del sonno, difficoltà alimentari e profondi cambiamenti del comportamento.

Durante una riacutizzazione, il bambino può non riconoscersi più nelle proprie reazioni. Anche la famiglia può faticare a comprendere che cosa stia accadendo e come raggiungerlo emotivamente.

Il cane, invece, continua a incontrare quel bambino nello stesso modo.

Non vede la diagnosi e non distingue tra una giornata “buona” e una “cattiva”. Si avvicina, cerca il contatto, invita al gioco oppure rimane in silenzio. Per un bambino che si sente osservato, corretto o giudicato a causa dei propri sintomi, questa relazione può diventare uno spazio nel quale non è necessario giustificarsi.

Se ha paura di attraversare il corridoio, può farlo seguendo il cane. Se fatica a dormire da solo, può sentirne la presenza accanto. Se non riesce a comunicare ciò che prova, può comunque cercare il suo pelo, il suo calore, il ritmo tranquillo del suo respiro.

La paura può essere ancora presente, ma non viene più attraversata nella completa solitudine.

Una scelta che coinvolge tutta la famiglia

Accogliere un cane significa assumersi una responsabilità destinata a durare nel tempo. Richiede cure veterinarie, educazione, attenzione, disponibilità economica e rispetto delle esigenze dell’animale.

La decisione deve quindi considerare l’età e le difficoltà del bambino, il temperamento del cane e, soprattutto, la possibilità degli adulti di occuparsene anche durante i periodi più complessi.

L’animale non deve diventare uno strumento caricato di aspettative, ma un nuovo componente della famiglia, con bisogni e limiti propri.

Un’attenzione particolare è necessaria in caso di allergie o asma. Non esistono razze completamente anallergiche: gli allergeni possono trovarsi nella saliva, nella forfora e nelle secrezioni cutanee, non soltanto nel pelo.

Anche maltesi, barboncini e incroci considerati comunemente “ipoallergenici” possono provocare reazioni. Prima dell’adozione è quindi opportuno parlarne con l’allergologo e valutare la risposta al singolo animale.

APPROFONDIMENTO DELL’AMERICAN ACADEMY OF ALLERGY, ASTHMA & IMMUNOLOGY:
https://www.aaaai.org/conditions-treatments/allergies/pet-allergy

APPROFONDIMENTO SUL MITO DEI CANI “IPOALLERGENICI”:
https://www.aaaai.org/tools-for-the-public/conditions-library/allergies/dog-myths

Un compagno che riconosce il bambino oltre i suoi sintomi

La ricerca sta ancora cercando di comprendere pienamente come l’interazione con un cane possa influire sullo stress, sull’ansia e sulla regolazione delle emozioni. Ma accanto ai dati scientifici esiste l’esperienza quotidiana di tante famiglie.

Quando la paura rende difficile persino attraversare una stanza, un cane può fare quel tragitto insieme al bambino.

Quando le parole non arrivano, accetta una carezza.

Quando i sintomi sembrano occupare ogni spazio, continua a vedere la persona che esiste oltre la malattia.

Forse è proprio questo il dono più grande: non chiedere al bambino di essere diverso per meritare compagnia, ma restargli accanto mentre, un piccolo passo alla volta, prova a ritrovare la propria strada. 🐾❤️

20/08/2026

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18/08/2026

Intervista a Claudia Brogna sulle sindromi PANS e PANDAS: diagnosi precoce, ricerca e nuove prospettive di cura al Gemelli.

Epstein-Barr: il virus che resta con noi per tutta la vita. Cosa sappiamo davvero delle conseguenze a lungo termineQualc...
12/08/2026

Epstein-Barr: il virus che resta con noi per tutta la vita. Cosa sappiamo davvero delle conseguenze a lungo termine

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un lungo post dedicato al virus di Epstein-Barr (EBV). Il messaggio centrale era provocatorio: forse continuiamo a considerare alcune infezioni come eventi circoscritti nel tempo — ci ammaliamo, guariamo e tutto finisce lì — mentre la biologia ci racconta una storia molto più complessa.

Nel caso dell’Epstein-Barr questa riflessione ha un fondamento scientifico preciso.

EBV è uno dei virus umani più diffusi al mondo e appartiene alla famiglia degli herpesvirus. È conosciuto soprattutto come principale agente della mononucleosi infettiva, anche se molte infezioni, soprattutto nell’infanzia, sono asintomatiche o producono manifestazioni molto lievi. (CDC Italia⁠)

Ma la caratteristica più importante di EBV è un’altra: dopo l’infezione primaria il virus non viene eliminato definitivamente dall’organismo.

Rimane.

Un’infezione può terminare. La presenza del virus no.

Dopo la fase acuta, EBV stabilisce una condizione di latenza, principalmente all’interno dei linfociti B. Il virus può quindi persistere nell’organismo per tutta la vita, generalmente mantenuto sotto controllo da un’efficace sorveglianza immunitaria.

Questo concetto va compreso bene.

Latenza non significa malattia cronica attiva.

Non significa nemmeno che una persona positiva agli anticorpi contro EBV abbia necessariamente un problema immunologico o che ogni disturbo comparso successivamente sia provocato dal virus.

La maggioranza delle persone entra in contatto con EBV nel corso della vita e non sviluppa conseguenze cliniche attribuibili alla sua persistenza. La capacità di stabilire infezioni persistenti e di alternare latenza e ciclo litico fa però parte della biologia stessa del virus ed è uno dei motivi per cui EBV continua a essere intensamente studiato. Una recente revisione su Nature Reviews Microbiology sottolinea quanto sia ampio lo spettro delle condizioni associate al virus e quanto siano diventate importanti le strategie dirette contro EBV, comprese quelle attualmente oggetto di sperimentazione. (Nature⁠)

Ed è qui che la questione diventa molto più interessante.

Perché quasi tutti incontrano EBV, ma soltanto alcuni sviluppano determinate malattie?

Se un virus estremamente comune fosse da solo sufficiente a provocare una determinata malattia autoimmune o neurologica, dovremmo osservare quella malattia in una percentuale enorme della popolazione.

Non accade.

Questo significa che la presenza del patogeno rappresenta soltanto una parte dell’equazione.

Entrano in gioco la predisposizione genetica dell’ospite, la risposta immunitaria, l’età e le modalità dell’infezione primaria, fattori ambientali e probabilmente ulteriori elementi che la ricerca sta ancora cercando di identificare.

In altre parole, la medicina sta progressivamente passando dalla domanda:

“Quale agente ha provocato questa infezione?”

a una domanda molto più complessa:

“Che cosa accade quando quel determinato agente incontra quel determinato sistema immunitario?”

Ed è proprio in questo spazio che EBV è diventato uno dei protagonisti più interessanti della ricerca sull’autoimmunità.

EBV e sclerosi multipla: una delle scoperte più importanti degli ultimi anni

Il rapporto più convincente riguarda la sclerosi multipla.

Nel 2022 uno studio pubblicato su Science ha analizzato dati provenienti da oltre dieci milioni di militari statunitensi, sfruttando campioni di sangue raccolti longitudinalmente nel corso degli anni.

Tra le persone inizialmente negative per EBV, il rischio di sviluppare successivamente sclerosi multipla aumentava drasticamente dopo la sieroconversione per il virus. L’infezione da EBV precedeva inoltre l’aumento della neurofilament light chain, un biomarcatore di danno neuroassonale.

Gli autori hanno stimato un aumento del rischio di sclerosi multipla di circa 32 volte dopo l’infezione da EBV. (PubMed⁠)

È un dato straordinariamente importante.

Ma anche qui occorre interpretarlo correttamente: non significa che EBV sia sufficiente, da solo, a determinare la sclerosi multipla. Significa che l’infezione sembra rappresentare un elemento fondamentale della catena causale, mentre altri fattori determinano perché soltanto una piccola minoranza delle persone infettate sviluppi la malattia.

Il mimetismo molecolare: quando la risposta contro un virus può riconoscere anche il nostro organismo

Uno dei possibili meccanismi è particolarmente affascinante.

Nel 2022 uno studio pubblicato su Nature ha mostrato un fenomeno di mimetismo molecolare tra EBNA1, una proteina del virus Epstein-Barr, e GlialCAM, una proteina espressa nel sistema nervoso centrale.

In alcuni pazienti con sclerosi multipla sono stati identificati anticorpi capaci di riconoscere entrambe.

In termini molto semplificati, significa che una risposta immunitaria sviluppata contro una componente virale può, in determinate circostanze, riconoscere anche una struttura dell’organismo sufficientemente simile. (Nature⁠)

È uno dei meccanismi attraverso i quali un’infezione può contribuire all’autoimmunità.

Ed è un concetto fondamentale anche per comprendere quanto sia cambiata la nostra visione del rapporto tra infezioni e sistema immunitario.

EBV, autoimmunità e infiammazione: quello che possiamo dire e quello che ancora non possiamo dire

La letteratura scientifica sta studiando EBV anche in relazione ad altre malattie autoimmuni, tra cui lupus eritematoso sistemico, sindrome di Sjögren e artrite reumatoide.

Esistono associazioni epidemiologiche e diversi meccanismi biologici plausibili, ma il livello delle evidenze non è identico per tutte queste condizioni e non sarebbe scientificamente corretto mettere tutte le associazioni sullo stesso piano. (Nature⁠)

Questa distinzione è fondamentale.

In medicina, infatti, dobbiamo separare almeno quattro concetti:

associazione, plausibilità biologica, fattore di rischio e causalità.

Non sono sinonimi.

Ed è proprio questo il limite di molte informazioni che circolano sui social network riguardo a EBV.

Stanchezza persistente, brain fog, disturbi del sonno, cefalea, ansia, alterazioni tiroidee, intolleranza all’esercizio, disturbi autonomici o sintomi infiammatori possono comparire in moltissime condizioni differenti.

La loro presenza in una persona che in passato ha contratto EBV non dimostra automaticamente che il virus ne sia la causa.

Considerando quanto EBV sia diffuso nella popolazione, trovare anticorpi che documentano una precedente infezione è estremamente comune.

La sieropositività, da sola, non equivale quindi a dimostrare una riattivazione clinicamente significativa né una malattia causata da EBV.

E la genetica?

Anche qui occorre molta prudenza.

Il post che ha dato origine a questa riflessione cita numerosi geni coinvolti nella risposta immunitaria, nell’infiammazione, nello stress ossidativo, nella metilazione, nel metabolismo dell’istamina e degli acidi grassi.

È vero che la genetica dell’ospite può influenzare la risposta alle infezioni e la suscettibilità alle malattie immunomediate.

Ma non possiamo passare da questo principio generale alla conclusione che una variante di MTHFR, HNMT, AOC1, SOD2 o di altri singoli geni permetta di stabilire se una persona sia o meno capace di “controllare EBV”.

La biologia umana è molto più complessa.

La maggior parte delle malattie immunomediate deriva dall’interazione di numerosissime varianti genetiche, fattori immunologici e influenze ambientali, non dall’azione isolata di un singolo polimorfismo.

Lo stesso rigore deve essere applicato alla nutrizione

Vitamine, minerali, aminoacidi e acidi grassi sono indispensabili per il normale metabolismo cellulare e per il funzionamento del sistema immunitario.

Questo è indiscutibile.

Ma non significa che tutte le persone che hanno contratto EBV debbano assumere integratori, né che specifiche combinazioni di vitamine o nutrienti siano state dimostrate capaci di eliminare EBV latente.

EBV non può essere “eradicato” dall’organismo attraverso l’integrazione nutrizionale.

Eventuali carenze nutrizionali devono naturalmente essere identificate e corrette quando clinicamente indicate, ma è molto diverso dall’affermare che una determinata supplementazione possa trattare genericamente una presunta “riattivazione di EBV”.

Anche questa distinzione è importante, soprattutto per le famiglie e i pazienti che cercano risposte a sintomi complessi e rischiano di incontrare spiegazioni apparentemente semplici per fenomeni biologici che semplici non sono.

Perché tutto questo interessa anche chi si occupa di neuroimmunologia?

Perché EBV ci insegna qualcosa che va oltre EBV.

Ci insegna che il rapporto tra infezione e malattia non deve necessariamente essere lineare.

Un microrganismo può provocare un’infezione acuta e successivamente stabilire una latenza. Un’infezione può modificare temporaneamente o, in particolari contesti, più profondamente la risposta immunitaria. Determinati antigeni microbici possono interagire con meccanismi di autoimmunità. La predisposizione genetica può modificare la risposta dell’ospite.

E il sistema nervoso e il sistema immunitario non sono due mondi separati.

Questo è uno dei grandi territori che la neuroimmunologia sta esplorando.

Ed è inevitabile che queste conoscenze siano di particolare interesse anche per chi studia condizioni neuropsichiatriche post-infettive come PANS e PANDAS.

Ma anche qui bisogna evitare scorciatoie.

PANS può essere associata temporalmente a differenti eventi infettivi o infiammatori; PANDAS rappresenta invece il sottogruppo storicamente associato alle infezioni da Streptococco di gruppo A. Non esistono oggi prove sufficienti per affermare che EBV sia una causa generale di PANS/PANDAS, né una positività sierologica per EBV consente di attribuire automaticamente al virus un’esacerbazione neuropsichiatrica.

Studiare possibili trigger è legittimo e necessario.

Trasformare un possibile trigger in una causa dimostrata senza evidenze sufficienti non lo è.

Forse la domanda più importante non è “quale virus?”, ma “quale risposta dell’ospite?”

Ed è questa, alla fine, la riflessione più interessante.

Per decenni abbiamo imparato a pensare alle malattie infettive attraverso uno schema necessario e straordinariamente efficace:

agente infettivo → malattia → risposta immunitaria → guarigione.

Oggi sappiamo che per alcuni patogeni la storia può essere più articolata.

EBV rimane nell’organismo.

Nella stragrande maggioranza delle persone questo non determina alcuna malattia.

In una minoranza, tuttavia, l’incontro tra virus, linfociti B, linfociti T, predisposizione genetica e altri fattori può contribuire alla comparsa di processi patologici.

La sclerosi multipla ne rappresenta oggi uno degli esempi scientificamente più importanti.

E allora forse la domanda del futuro non sarà semplicemente:

“Quale infezione hai avuto?”

ma: “Che cosa è accaduto al tuo sistema immunitario quando hai incontrato quell’infezione?”

È una differenza apparentemente piccola, ma cambia completamente la prospettiva.

Perché significa smettere di cercare un unico colpevole e iniziare a studiare l’interazione tra patogeno, sistema immunitario, genetica e ambiente.

Senza attribuire a EBV ogni sintomo inspiegato.

Senza trasformare correlazioni in diagnosi.

Ma anche senza ignorare ciò che la ricerca degli ultimi anni sta mostrando con sempre maggiore chiarezza: alcune infezioni possono rappresentare molto più di un episodio transitorio nella storia biologica di una persona.

Ed è proprio comprendere ciò che accade dopo l’infezione una delle grandi sfide della medicina immunologica e neuroimmunologica dei prossimi anni.

PANDAS: dalla Columbia University un nuovo studio sui meccanismi che collegano lo Streptococco al cervelloÈ stato appena...
12/08/2026

PANDAS: dalla Columbia University un nuovo studio sui meccanismi che collegano lo Streptococco al cervello

È stato appena pubblicato su Nature Communications un importante lavoro del laboratorio di Dritan Agalliu della Columbia University, dedicato ai meccanismi dell’encefalite post-streptococcica e alle implicazioni per condizioni come PANDAS e corea di Sydenham.

Lo studio affronta una delle domande centrali della ricerca in questo campo: che cosa accade nel cervello dopo ripetute infezioni da Streptococco di gruppo A e attraverso quali meccanismi la risposta immunitaria periferica arriva a coinvolgere il sistema nervoso centrale?

Il lavoro, durato anni e realizzato attraverso tecniche avanzate di genetica, sequenziamento dell’RNA a singola cellula e trascrittomica spaziale, porta l’attenzione su tre protagonisti fondamentali: cellule T, microglia e cellule endoteliali della barriera emato-encefalica.

I ricercatori hanno osservato che le infezioni ripetute da Streptococco di gruppo A inducono profonde modificazioni nella risposta delle cellule endoteliali cerebrali e della microglia, le cellule immunitarie residenti del sistema nervoso centrale.

In particolare, dopo l’infezione vengono attivati specifici programmi infiammatori e si modifica l’espressione di geni coinvolti nel mantenimento della barriera emato-encefalica, la struttura altamente specializzata che normalmente regola il passaggio di cellule e molecole dal sangue al cervello.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dello studio.

Il ruolo delle cellule Th17

Il gruppo di Agalliu studia da tempo il ruolo delle cellule Th17 nelle complicanze neurologiche successive alle infezioni streptococciche.

Nel nuovo lavoro i ricercatori hanno approfondito l’azione di alcune citochine prodotte da queste cellule, concentrandosi soprattutto su IL-17A e GM-CSF.

Le analisi mostrano che queste molecole esercitano effetti sia condivisi sia distinti sulla microglia e sulle cellule endoteliali cerebrali.

Particolarmente rilevante appare l’asse IL-17A/IL-17RA.

Neutralizzando IL-17A, i ricercatori hanno osservato una parziale normalizzazione di alcune alterazioni trascrizionali associate alla barriera emato-encefalica e una riduzione dell’espressione di determinate chemochine nella microglia.

Ancora più interessante, intervenendo specificamente sul recettore IL-17RA della microglia, è stato osservato un recupero parziale dell’integrità della barriera emato-encefalica dopo le infezioni streptococciche.

Emergono quindi dati che permettono di ricostruire sempre più precisamente il dialogo biologico tra infezione periferica, risposta dei linfociti T, mediatori infiammatori, microglia e barriera emato-encefalica.

La microglia non è una semplice spettatrice

Un altro elemento particolarmente interessante riguarda proprio la microglia.

Grazie alla trascrittomica spaziale, gli studiosi hanno potuto osservare dove si trovavano le cellule microgliali maggiormente coinvolte nella risposta infiammatoria.

Queste cellule risultavano localizzate in prossimità dei linfociti T CD4+ infiltranti, mostrando una stretta relazione spaziale tra le cellule immunitarie provenienti dalla periferia e quelle residenti nel cervello.

È un passaggio estremamente interessante perché aiuta a comprendere come una risposta immunitaria nata in seguito a un’infezione possa trasformarsi in un processo capace di interessare direttamente l’ambiente cerebrale.

La microglia emerge così come un elemento attivo nella risposta neuroinfiammatoria post-streptococcica.

Un collegamento anche con i pazienti

La ricerca contiene inoltre un dato particolarmente significativo.

Alcune delle chemochine prodotte dalla microglia e risultate aumentate nel modello sperimentale sono state trovate elevate anche nei campioni sierici dei pazienti studiati con PANDAS e corea di Sydenham.

Si crea così un importante collegamento tra quanto osservato sperimentalmente nel cervello e alcuni segnali immunologici rilevati nell’uomo.

Ed è proprio questo genere di ricerca che può consentire di avvicinarsi sempre di più alla comprensione dei meccanismi biologici alla base delle manifestazioni neuropsichiatriche post-infettive.

Dallo Streptococco alla neuroinfiammazione

Se guardiamo complessivamente i risultati, il quadro che emerge è estremamente interessante.

Lo Streptococco non rappresenta soltanto l’infezione iniziale da cui parte il processo. La risposta immunitaria successiva coinvolge cellule T e citochine capaci di influenzare l’endotelio cerebrale, la barriera emato-encefalica e la microglia.

La ricerca sta quindi permettendo di osservare, sempre più da vicino, quella catena di eventi biologici che per anni ha rappresentato una delle grandi domande nello studio della PANDAS:

come si passa da un’infezione da Streptococco a un coinvolgimento del cervello?

Questo lavoro della Columbia University aggiunge un tassello importante alla risposta.

E soprattutto sposta ancora una volta l’attenzione là dove dovrebbe essere: sui meccanismi neuroimmunologici della malattia.

Dietro sintomi che possono manifestarsi attraverso ossessioni, compulsioni, tic, ansia, alterazioni comportamentali e altri disturbi neuropsichiatrici, la ricerca continua infatti a indagare processi che coinvolgono immunologia, neuroinfiammazione e sistema nervoso centrale.

È questo il valore più grande di studi come quello appena pubblicato: rendere progressivamente visibile ciò che per molto tempo non siamo stati in grado di osservare.

La ricerca non si ferma all’etichetta del sintomo. Cerca il meccanismo.

E oggi quel meccanismo, pezzo dopo pezzo, viene studiato sempre più in profondità.

https://www.nature.com/articles/s41467-026-76232-w?utm_id=97758_v0_s00_e0_tv2_a1demo0ft2swtk

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