25/09/2026
In un’epoca in cui ci viene spesso ripetuto di “non giudicare”, rischiamo di confondere la sospensione del giudizio con la rinuncia al discernimento. Ma non giudicare non significa smettere di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, ciò che costruisce da ciò che distrugge.
Il discernimento è la capacità di guardare la realtà con lucidità, senza lasciarsi accecare né dall’odio né dalla paura, ma anche senza rifugiarsi nell’indifferenza. Significa avere il coraggio di riconoscere che alcune azioni sono ingiuste e che, davanti all’ingiustizia, l’atteggiamento più compassionevole non è necessariamente il silenzio.
“Non giudicare” può avere un significato molto più profondo: non significa dire che ogni comportamento è accettabile, ma evitare di trasformare il giudizio su un’azione in una condanna assoluta della persona. Posso riconoscere che un atto è violento, crudele o ingiusto senza alimentare dentro di me odio e desiderio di vendetta.
È una distinzione fondamentale: discernere senza disprezzare, opporsi senza odiare, agire senza sentirsi superiori.
Anche il silenzio può essere una scelta, ma non sempre è una scelta neutrale. Di fronte alla sofferenza, alla persecuzione o all’ingiustizia, decidere di non vedere e di non parlare può diventare, involontariamente, un modo per lasciare che le cose continuino così come sono.
Il vero non giudicare, allora, non è l’assenza di giudizio: è la capacità di giudicare senza condannare l’essere umano nella sua totalità. È mantenere la lucidità senza perdere la compassione.
Forse il senso più profondo del discernimento è proprio questo: non diventare ciechi per essere buoni. Vedere chiaramente, riconoscere ciò che è ingiusto e, quando è necessario, avere il coraggio di agire — senza odio, senza vendetta e senza l’illusione di essere moralmente superiori.