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Polo ADHD e Neurodivergenze Genova Centro multidisciplinare per ADHD e altre neurodivergenze. Valutazione, psicoterapia e ADHD coaching. Genova.

Stasera affronto un tema difficile, doloroso.Le cronache attuali raccontano aggressioni, atti di vandalismo, comportamen...
18/10/2026

Stasera affronto un tema difficile, doloroso.Le cronache attuali raccontano aggressioni, atti di vandalismo, comportamenti violenti compiuti anche da giovanissimi.Alcuni episodi sono così gravi da lasciare sgomenti. Colpire una persona per divertimento, aggredire chi interviene per difendere qualcuno, distruggere ciò che appartiene agli altri non sono semplici ragazzate. Sono comportamenti dei quali occorre riconoscere l’estrema gravità e le responsabilità. Dai ragazzi dobbiamo pretendere che rispondano delle proprie azioni, riconoscere il danno arrecato, affrontarne le conseguenze e impegnarsi a ripararlo. La sofferenza personale o l’appartenenza a un gruppo non cancellano la responsabilità di chi agisce violenza. Comprendere non significa giustificare. Questo non ci esonera dal domandarci quanto conosciamo davvero la loro vita. Nel lavoro clinico con gli adolescenti incontriamo ragazzi che raccontano di sentirsi soli anche quando hanno una famiglia e degli amici. Alcuni riferiscono di aver cercato il dialogo con i genitori senza sentirsi compresi. Dopo tentativi vissuti come falliti, smettono di confidarsi e quando l’adulto prova ad avvicinarsi, può incontrare una chiusura: la fiducia di essere ascoltati può essersi indebolita, pur restando il bisogno di vicinanza. Anche con i coetanei possono esserci timore del giudizio, competizione e difficoltà a costruire amicizie stabili. Per alcuni, un nuovo incontro si carica rapidamente di aspettative e quando si sentono delusi o feriti, possono interrompere bruscamente il rapporto, senza riuscire a parlarne. Le ragioni vanno comprese nella singola storia. Sono esperienze di alcuni ragazzi, non il ritratto di una generazione. Non possiamo attribuirle ai giovani coinvolti nei fatti di cronaca, né usarle per spiegare la violenza. La solitudine merita attenzione di per sé. Agli adulti spetta ascoltare e mantenere limiti chiari, intervenire fermamente sui comportamenti violenti e sostenere l’assunzione di responsabilità. Ai ragazzi va chiesto di rispettare le persone anche nel conflitto e di cercare aiuto quando non riescono a gestirlo. Prenderli sul serio significa anche e soprattutto chiedere loro conto di ciò che fanno.

Hai dimenticato di rispondere a un messaggio. Lo avevi letto mentre facevi altro, ti eri ripromesso di rispondere più ta...
17/10/2026

Hai dimenticato di rispondere a un messaggio. Lo avevi letto mentre facevi altro, ti eri ripromesso di rispondere più tardi e poi sono passati tre giorni.
«Se ci tenevi, ti ricordavi.»

Hai dimenticato un appuntamento, nonostante fosse importante, oppure hai lasciato a casa proprio il documento che eri uscito a consegnare. Hai controllato mille volte di avere tutto, ma non quello.
«Possibile che non riesci mai a stare attento?»

Al supermercato compri cinque cose e dimentichi l’unica per cui eri entrato. A casa qualcuno sbotta: «Non posso chiederti niente».

Ti avevano chiesto di buttare la spazzatura, avevi detto di sì, ma poi sei passato ad altro e te ne sei dimenticato.
«Dovevi fare solo questo!»

Non è soltanto la seccatura di tornare indietro, scusarti o rimediare. È vedere che una dimenticanza viene interpretata come disinteresse, superficialità, mancanza di rispetto.
E spesso tu sei il primo a essere esasperato. Ti prepari promemoria, liste, allarmi, ricontrolli, ti imponi di non sbagliare più. Qualche volta funziona, altre no. E quando succede di nuovo, alla frustrazione si aggiunge la vergogna.
Nell’ADHD le difficoltà di memoria di lavoro, attenzione e gestione delle intenzioni future possono rendere faticoso ricordare ciò che si deve fare nel momento in cui occorre farlo. Non significa dimenticare tutto, né che ogni dimenticanza dipenda dall’ADHD.
Una dimenticanza può avere conseguenze reali per gli altri. È importante riconoscerle e cercare strategie per ridurle, ma attribuire automaticamente a chi dimentica scarso interesse o cattiva volontà aggiunge sofferenza senza spiegare la difficoltà.

Si può tenere molto a qualcosa. E dimenticarsene lo stesso.

Da bambino dimentichi il quaderno. Hai fatto i compiti, ma non li trovi. Ti distrai mentre qualcuno ti parla e ti senti ...
16/10/2026

Da bambino dimentichi il quaderno. Hai fatto i compiti, ma non li trovi. Ti distrai mentre qualcuno ti parla e ti senti ripetere che devi stare più attento. Ci provi, ma non sempre ci riesci.
Da adolescente sai che devi studiare. Passano le ore, continui a rimandare, poi arriva la sera e ti ritrovi davanti a tutto quello che non hai fatto. Ti arrabbi con te stesso. Domani, prometti, sarà diverso.
Da adulto lavori, hai responsabilità, magari sei molto competente in quello che fai. Eppure una pratica amministrativa può diventare un ostacolo enorme. Devi compilare un modulo, cercare un documento, rispondere a una mail, telefonare a un ufficio. Rimandi. Non perché non sia importante. Anzi, ci pensi continuamente. Più passa il tempo, più diventa difficile affrontarla.
E intanto ti chiedi come sia possibile riuscire a gestire situazioni complesse e bloccarti davanti a qualcosa che agli altri sembra così semplice.
L’ADHD può accompagnare la crescita in modi molto diversi. Cambiano le richieste, le responsabilità, le possibilità di ricevere aiuto. Cambia anche il modo in cui le difficoltà vengono vissute e affrontate.
Da bambini qualcuno può ricordarti cosa devi fare. Da adulti, spesso, sei tu a doverti ricordare tutto. E a dover trovare da solo il modo di riuscirci.
Per comprendere il funzionamento di una persona con ADHD non basta chiedersi quali sintomi presenta. Occorre capire come vive, quali richieste affronta, quali sostegni ha a disposizione e quanta fatica le costa ciò che riesce a fare.

Ci sono padri che amano profondamente i propri figli e che, proprio nella relazione con loro, attraversano momenti di gr...
15/10/2026

Ci sono padri che amano profondamente i propri figli e che, proprio nella relazione con loro, attraversano momenti di grande sofferenza.
Penso in particolare a quei padri che si trovano a confrontarsi con figli adolescenti che manifestano importanti difficoltà di autoregolazione comportamentale, talvolta accompagnate da un’aggressività che può diventare anche fisica.
Sono padri che cercano di comprendere, di dialogare, di stabilire limiti, di proteggere. Ma quando il conflitto cresce e il figlio sembra riconoscere soltanto il linguaggio della forza, possono trovarsi in una condizione di profonda impotenza.
Come fermarlo senza fargli male? Come non cedere senza trasformare il confronto in uno scontro? Come continuare a essere un riferimento autorevole quando ogni limite rischia di scatenare una reazione aggressiva?
Sono domande che possono diventare dolorosissime.
Perché un padre può arrivare a temere di perdere il controllo, di ferire il proprio figlio o di essere ferito da lui. Può perfino desiderare di allontanarsi, non perché abbia smesso di amarlo, ma perché non riesce più a sostenere quella sofferenza.
Eppure continua a sentirsi responsabile di quel figlio, che proprio nelle sue manifestazioni più difficili ha ancora bisogno di adulti capaci di proteggerlo e di porre limiti.
La violenza non diventa educativa perché nasce dalla disperazione o da un’intenzione protettiva. Ma neppure possiamo ignorare quanto sia difficile, per alcuni genitori, trovare una risposta efficace quando ogni tentativo sembra fallire.
Un padre non dovrebbe essere costretto a scegliere tra picchiare ed essere picchiato.

Quando una relazione arriva a questo punto, nessuno ha vinto.
E anche quel padre ha bisogno di essere ascoltato, compreso e aiutato.

Ci sono situazioni che non devi affrontare da solo. Puoi saper usare benissimo la tecnologia, essere brillante negli stu...
13/10/2026

Ci sono situazioni che non devi affrontare da solo. Puoi saper usare benissimo la tecnologia, essere brillante negli studi, spostarti in autonomia e andare in vacanza senza i tuoi genitori. Gli adulti possono pensare che tutto questo ti renda più preparato di quanto fossero loro alla tua età. Eppure puoi trovarti in difficoltà quando qualcuno ti mette sotto pressione, ti spaventa o approfitta della tua fiducia. Se qualcuno ti umilia, ti minaccia, ti costringe a fare qualcosa che non vuoi o ti fa sentire in pericolo, parlane con un adulto di cui ti fidi. Anche se è successo una sola volta. Se si ripete, chiedere aiuto è ancora più importante. Un genitore, un insegnante, un allenatore: qualcuno che ti ascolti, prenda sul serio ciò che racconti e ti aiuti concretamente a proteggerti. Non devi aspettare che la situazione peggiori. Non devi essere certo di come chiamare quello che sta succedendo. Puoi cominciare dicendo: «Questa cosa mi fa stare male e non so come uscirne». Anche se ti fidavi di quella persona. Anche se avevi accettato di incontrarla. Anche se prima avevi detto sì: puoi cambiare idea e chiedere aiuto. Se il primo adulto minimizza o non ti ascolta, rivolgiti a un altro. Meriti di essere preso sul serio.

Come studio un giardino
13/10/2026

Come studio un giardino

Un momento di leggerezza
12/10/2026

Un momento di leggerezza

Una serata al cinema, una cena con amici, uno spettacolo. Esperienze che si desiderano, magari organizzate da tempo, con...
11/10/2026

Una serata al cinema, una cena con amici, uno spettacolo. Esperienze che si desiderano, magari organizzate da tempo, con persone con cui si sta bene.
Eppure, per alcune persone con ADHD, la preoccupazione può cominciare molto prima di uscire di casa.
Si pensa al tempo da trascorrere seduti, all’attenzione da mantenere, all’attesa, alla necessità di contenere l’irrequietezza. Non è il film a non interessare, né la compagnia a essere sgradita. È sapere quanta fatica richiederà restare lì, fino alla fine.
Una fatica che si conosce. Perché è già successo di sentirsi inquieti dopo pochi minuti, di non riuscire più a seguire, di aspettare con impazienza il momento in cui ci si potrà alzare. Anche durante qualcosa di piacevole.
Così, prima ancora che l’esperienza cominci, arriva la preoccupazione. E qualche volta si rinuncia.
La rinuncia dà sollievo: quella fatica, almeno per oggi, non si dovrà affrontare. Ma insieme si perde anche un’occasione desiderata.
C’è poi un rischio meno evidente. Sottraendosi alla situazione, non si ha modo di verificare come sarebbe andata, né se qualche condizione diversa avrebbe reso l’esperienza più sostenibile. Il pensiero «non ce la faccio» può trovare una conferma apparente. E la volta successiva rinunciare può diventare ancora più facile.
Non ogni rinuncia è un evitamento disfunzionale. A volte è una scelta necessaria per rispettare i propri limiti. Il problema nasce quando le rinunce si ripetono e finiscono per restringere ciò che una persona vorrebbe vivere.
Nell’ADHD possono contribuire difficoltà di autoregolazione, irrequietezza motoria, gestione dell’attesa e mantenimento dello sforzo mentale. Non sono esperienze uguali per tutti, e l’evitamento non è esclusivo dell’ADHD.
La preoccupazione, in questi casi, non nasce dal nulla: è legata a una fatica già sperimentata. E può diventare così presente da condizionare le scelte, anche quando il desiderio di partecipare rimane.

Sempre più persone arrivano a una valutazione per ADHD con un’ipotesi già formulata. Hanno letto, ascoltato testimonianz...
08/10/2026

Sempre più persone arrivano a una valutazione per ADHD con un’ipotesi già formulata. Hanno letto, ascoltato testimonianze, riconosciuto nelle esperienze altrui qualcosa del proprio funzionamento.
È una domanda che merita di essere accolta e approfondita.
Ma riconoscersi in una descrizione non equivale a soddisfare i criteri diagnostici. Difficoltà di attenzione, organizzazione, memoria o regolazione emotiva possono avere spiegazioni differenti. Possono essere associate all’ADHD, ad altre condizioni oppure a più condizioni contemporaneamente.
Per questo la diagnosi differenziale non è un passaggio accessorio. È una parte indispensabile della valutazione.
Occorre ricostruire la storia evolutiva, comprendere quando e come sono comparse le difficoltà, osservarne la persistenza, l’impatto sulla vita quotidiana e la presenza nei diversi contesti. Occorre considerare spiegazioni alternative e possibili condizioni concomitanti.
I questionari e i test possono contribuire alla comprensione del funzionamento, ma non sostituiscono il ragionamento clinico.
A volte gli elementi raccolti consentono di formulare una diagnosi. Altre volte indicano una spiegazione differente.
A volte occorrono ulteriori approfondimenti, oppure rimangono elementi di incertezza. Anche comunicarli correttamente fa parte del rigore clinico.
Non arrivare a una diagnosi non equivale necessariamente a escluderla. E non confermare l’ipotesi iniziale non significa negare le difficoltà che hanno portato la persona a chiedere una valutazione.
La responsabilità del professionista non consiste nel trovare necessariamente un’etichetta diagnostica, ma nel motivare le proprie conclusioni, riconoscere i limiti delle informazioni disponibili e restituire alla persona una comprensione utile del proprio funzionamento.
Accogliere una richiesta non significa confermare un’ipotesi. Significa assumersi la responsabilità di verificarla.
Riferimenti: NICE, NG87; Cortese et al., World Psychiatry, 2025; UK Adult ADHD Network, 2024.

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