15/10/2026
«Ma come, hai cambiato la serratura?»
Mia cognata Paola era sul pianerottolo con due valigie, una borsa frigo e i suoi figli già in costume. Dietro di lei, mio fratello Stefano teneva in mano la vecchia chiave come se fosse la prova di un reato.
«Sì», risposi. «E voi perché siete qui?»
Paola mi guardò incredula.
«Marco ci ha detto che questo fine settimana non venivate.»
In quel momento sentii qualcosa rompersi. Non la pazienza, quella era finita da mesi. Era la fiducia in mio marito.
Avevamo comprato quel bilocale a Senigallia dopo quindici anni di sacrifici. Cinquantadue metri quadrati, un balconcino laterale da cui si vedeva uno spicchio di mare e un mutuo che ci toglieva quasi seicento euro al mese. Io e Marco lo chiamavamo “il nostro respiro”. Dopo anni passati tra lavoro, bollette e mia madre malata, desideravo soltanto svegliarmi con il rumore delle tapparelle mosse dal vento.
La prima estate invitammo i miei genitori per tre giorni. Poi arrivò Carla, la sorella di Marco, con il compagno e la bambina.
«Solo una notte, non vi accorgerete nemmeno di noi.»
Dormirono quattro notti. Lasciarono sabbia ovunque, asciugamani bagnati sui letti e il frigorifero vuoto. Quando partirono, Carla mi baciò e disse: «Beata te che hai tempo di sistemare.»
Io il lunedì dovevo essere in ufficio alle otto.
Da lì diventò normale. Cugini, amici di famiglia, colleghi di Marco. Telefonate il venerdì sera: «Siamo già in autostrada». Una volta trovai davanti al portone Enzo, un conoscente di mio suocero, con la moglie e perfino il cane. Non sapevo neppure che conoscessero il nostro indirizzo.
Compravo lenzuola, detersivi, carta igienica. Pagavo acqua e corrente mentre gli altri tenevano il condizionatore acceso con le finestre aperte. La domenica sera, invece di passeggiare sul lungomare con Marco, pulivo il bagno inginocchiata.
«Basta accogliere tutti», gli dissi una sera.
Marco non alzò gli occhi dal telefono.
«Sono parenti, Lucia. Che figura facciamo?»
«E io che figura faccio? Quella della cameriera?»
Lui sospirò, come se il problema fossi io. «Ti agiti per due piatti.»
Non erano due piatti. Erano materassi da gonfiare, capelli nello scarico, pasti da preparare, chiavi da consegnare. Era entrare in camera e trovare Paola che frugava nell’armadio perché cercava una coperta. Era non poter discutere con mio marito, non poter restare in silenzio, non poter essere stanca a casa mia.
Poi arrivò agosto. Avevo preso cinque giorni di ferie, gli unici di tutta l’estate. Quando entrammo nell’appartamento sentimmo la televisione accesa.
Sul divano c’erano Stefano e Paola.
«Sorpresa!» disse lui.
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