Hannya Irons Machines & Culture

Hannya Irons Machines & Culture Tattoo Machines since 2013

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12/02/2021

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TATTOO MACHINES artigianali di mia produzione .

Modello Power liner ( 7RL-18RL)
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New tattoo machine built. Medium Liner but It puhes also a great group of needles . Coils 28mm 8 wraps , springs cutted ...
19/11/2020

New tattoo machine built.
Medium Liner but It puhes also a great group of needles .
Coils 28mm 8 wraps , springs cutted by hand. Frame in CNC and worked by me. I study a lot to find the right setting for every tattooer since 2012.
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HANNYA IRONS by Gianluca Garofalo in Rome.

Last gun built!
10/09/2020

Last gun built!

Fine liner 10wraps 1"inch coils. Built for  . This gun works mainly a low voltage for Little groups o needles . Increasi...
08/09/2020

Fine liner 10wraps 1"inch coils. Built for . This gun works mainly a low voltage for Little groups o needles . Increasing voltage It can be used normally for medium needles. To have a clean job on skin reducing vibrations i put an Oring on front spring as a Micky Sharpz🙏🙏🙏.
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I am inspired only by the great builders of the past with a continuous study of the various settings to satisfy every tattoo artist.
Info DM.
@ ROMA - città eterna

07/09/2020

Be a tattooer .....it's so hard😂😂😂

28/08/2020

Back in the past!

Intervista di Tattoo Life ad Enrico Gallihttps://instagram.com/enrico_galli_tattooer?igshid=nfngvgtjquqcL'artista capito...
02/06/2020

Intervista di Tattoo Life ad Enrico Galli

https://instagram.com/enrico_galli_tattooer?igshid=nfngvgtjquqc

L'artista capitolino si divide tra l’ “Old Gate Tattoo” in Italia e il “Watermelon Tattoo” di Edimburgo. Il suo grande sogno? “Tatuare soggetti meno scontati”

Enrico, da quanti anni tatui?

Tatuo a Roma da circa sette anni. Sì, sette lunghi anni da quando ho poggiato un ago sulla pelle di un’altra persona, ma realmente, in uno studio di tatuaggi, da circa quattro. Sai, venendo da quindici anni di fumetto e illustrazione, ho pensato che sarei partito subito in quarta, ma non è stato esattamente così. Diciamo che ho dovuto riadattare il mio stile elaborato di disegno ad una sintesi grafica che andasse bene su pelle e non è stato per niente semplice.

In cosa ti sei specializzato per primo, il Traditional o il Giapponese, visto che li maneggi entrambi?

Ho approcciato prima il tatuaggio Traditional perché più “semplice” e diretto; inoltre avevo più documentazione e riferimenti su di esso. Il primo tatuaggio che mi fece Salvio sul mio corpo invece era Giapponese, uno stile che ho sempre ammirato anche prima di immergermi in questo mondo. Quindi, non appena ho avuto un minimo di padronanza con la nuova arte ho iniziato a sperimentare soggetti orientali più elaborati e composizioni più grandi da adattare al corpo altrui.

E poi cerco di essere più versatile possibile, mi piacciono molto anche il New School e lo stile anime/cartoon da cui provengo.

Hai avuto dei maestri nel tuo percorso artistico oppure hai sempre puntato tutto sullo studio e sugli esperimenti personali?

Come ti dicevo prima, il primo tatuatore con cui ho parlato in vita mia è stato Salvio di “Salvio Oriental Tattoos” che mi ha marchiato mezzo braccio.

Quattro sedute con lui che sono state vere e proprie lezioni di vita capaci di farmi innamorare di questo lavoro.

All’inizio, dopo il corso regionale, ho tatuato in casa per circa un anno da autodidatta. Marchiavo solo amici e conoscenti e avevo sempre la possibilità di vedere i miei tattoo “guariti”, cosa che mi aiutava a capire dove sbagliavo…

Sei autocritico?

Sì, lo sono sempre stato nel mio lavoro. All’inizio andavo in giro per gli studi di Roma e cercavo di essere sempre presente come visitatore alle convention per conoscere più tatuatori possibili e chiedere loro pareri e consigli. Cosa tra l’altro che faccio ancora oggi visto che con il tatuaggio non si finisce mai di imparare e riesci sempre a cogliere qualcosa di utile da chiunque.

Levami è una curiosità: è la Gorgone quella figura femminile (formato full back piece) a cui tieni particolarmente tra i tuoi lavori più recenti?

Sì, è la mia versione di Medusa la Gorgone, una delle prime tavole ad acquerello che disegnai in passato. Ora invece ho finito per aggiornarla dopo qualche anno di evoluzione artistica; quell’opera è piaciuta molto alla mia collega/amica Florentina Gloria che ha deciso di donarmi la sua schiena per questo tatuaggio che, però, ancora dobbiamo finire.

Adoro l’umorismo che riesci ad applicare alla tattoo art come nel caso di quel pene impiccato che hai tatuato sulla pelle di una tua cliente. Ma come ti vengono in mente certe idee?

Beh, io adoro il trash, il weird e le cose fuori di testa! (ride) Fosse per me tatuerei solo mostri, peni volanti e soggetti folli, ma purtroppo qui in Italia il pubblico non è così aperto mentalmente. Tant’è che, spesso e volentieri, vengono richieste sempre e solo le solite quattro cose scontate… (sospira).

Ti sei ispirato ad un vecchio disco dei Clawfinger (“Use your Brain” del 1995) per realizzare un tuo tatuaggio raffigurante un cervello mischiato ad una bomba a mano?

Oddio, sulla musica ora mi trovi un po’ impreparato… Non conosco i Clawfinger e non avevo mai visto la cover di quel loro disco in questione.

Per quel tattoo ho semplicemente accolto la richiesta di un mio amico che mi aveva chiesto “una granata a forma di cervello”.

Quindi mi sono documentato su come fosse fatta, questa benedetta granata, e di conseguenza ho realizzato quel flash.

Com’è lavorare tra Roma e Edimburgo dato che ti dividi tra l’“Old Gate Tattoo” nella Capitale e il “Watermelon Tattoo” in Scozia?

A Roma, al “Old Gate Tattoo”, fortunatamente si lavora alla grande ma la routine purtroppo mi uccide. Quindi ogni tanto ho bisogno di “aria fresca” e in Scozia ne trovo parecchia in tutti i sensi! (sorride)

Ogni tre mesi espatrio e mi faccio qualche giorno al “Watermelon Tattoo” da Noemi e Sandie con cui mi trovo davvero bene.

La clientela che tatuo li è un po’ diversa, diciamo anche più rispettosa del lavoro di noi tatuatori: si affidano a te e alla tua professionalità e non obbiettano quasi mai. Un sogno, no?
Comunque tatuo anche alcuni italiani quando vado in trasferta. Anche se io non dovrei parlare di “trasferta” visto che mi sento a casa nella meravigliosa Edimburgo….

Ti ho visto fotografato con Noyz Narcos sulla tua pagina Instagram. Ti piace il suo modo di concepire l’hip hop e di fonderlo con gusto nella dimensione della tattoo art e viceversa?

Noyz Narcos per me è il miglior rapper italiano insieme a Danno e Kaos. E poi lui era già resident nello studio dove ho tatuato per la prima volta, il “Devi Maha Tattoo” di Roma. Emanuele (Frasca, il vero nome di Noyz. NDR), l’ho conosciuto la prima volta quando ero make-up artist (ebbene sì, nella vita ho fatto pure quello…) ed avevo collaborato ad un paio di video del Truce Klan. Recentemente poi sono stato guest al “Propaganda Tattoo Temple”, lo studio che lo stesso Noyz ha aperto da poco a Milano.

Ultima domanda: a quando la tua prossima convention?

Eh, bella domanda… Per ora non ne ho in programma nessuna perché, sai, non mi trovo proprio a mio agio quando devo partecipare ad una convention. Mi prende l’ansia fin da quando devo fare domanda e poi non sai mai, fino all’ultimo, se sarai ammesso alla manifestazione oppure no. Una volta là, inoltre, mi sento un pesce fuor d’acqua perché può capitarti d’essere circondato da tatuatori/poser/fashion blogger che vanno in convention più a fare le superstar che a tatuare disegni artistici. Boh, cosa vuoi che ti dica, sarò sbagliato io…

Enrico Galli, Old Gate Tattoo,Roma

30/05/2020

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Tratto da "Rolling Stone" del 17 maggio 2015.Rollink Stone, capitolo 10: Heinz di “Psycho Tattoo” a Roma.Da oltre venti ...
30/05/2020

Tratto da "Rolling Stone" del 17 maggio 2015.

Rollink Stone, capitolo 10:

Heinz di “Psycho Tattoo” a Roma.

Da oltre venti anni reintepreta lo stile tradizionale americano con rispetto e dedizione. Heinz, uno dei tatuatori storici della scena romana si racconta a Rolling Stone.

Di Marco Annunziata

Rollink Stone è un osservatorio sull’universo del tatuaggio moderno in continua e turbolenta espansione. Marco Annunziata fotografo e contributor da Europa e California per Inked, Rebel Ink, Total Tattoo, desideroso per una volta di esprimersi nella propria lingua madre, porta sulle pagine di RS le storie e i lavori di tattoo artists più o meno celebri, da New York a Termoli, passando per Copenhagen, dalle macchinette artigianali fatte con un walkman, uno spazzolino, una penna bic e una corda di chitarra, ai reality shows ultra milionari.

Chi ti ha messo la macchinetta in mano?

Ho iniziato a tatuare venti anni fa, nel 1995. La mia prima macchinetta la acquistai da un tipo che tatuava vicino Roma che mi aveva tatuato qualche anno prima. Non avevo la più pallida idea di cosa farci, tuttavia, nonostante le mille difficoltà iniziali ho cominciato a vedere i primi progressi con grande soddisfazione e molto presto il tatuaggio è diventato la passione della mia vita.

Come hai imparato a disegnare? Quanto è importante saper disegnare per essere un tatuatore rispettabile?

Ho iniziato a disegnare da bambino, con mio padre ed è senza dubbio lui che mi ha trasmesso la passione per il disegno. Più specificatamente nel tatuaggio e nella maniera di intendere lo stile, i miei maestri sono stati tutti quelli con cui ho avuto il piacere di collaborare nel corso di questi venti anni, giovani talenti ed esperti tatuatori con i quali ho condiviso lo spazio dello studio e gli stand alle convention.

Mi aiuti a definire il tuo stile?

Il mio stile è una minestrone di influenze che in tutti questi anni hanno stimolato il mio interesse e il modo di interpretare i vari soggetti, tuttavia direi che può avvicinarsi allo stile Californiano tracciato da grandi maestri comeb Bob Roberts (Spotlight Tattoo, Los Angeles) con il quale tra l’altro avrò l’onore di lavorare in giugno, Don Ed Hardy e Mike Malone. Il loro lavoro ha decisamente influenzato e continua ad influenzare il mio modo di tatuare.

Ci sono tatuaggi che ti rifiuti di fare?

Oltre ai tatuaggi politici, potrei rifiutarmi di sconvolgere un mio disegno se le richieste del cliente non dovessero avere senso. Sinceramente amo lasciare alla persona che si tatua la scelta del soggetto per poi proseguire con la mia propria interpretazione.

Cosa pensi di chi prende una foto di un tatuaggio da Instagram la stampa e ne ricava uno stencil?

Penso semplicemente che facciano questo lavoro nel modo sbagliato, senza aver nulla da proporre e soprattutto lucrando sugli sforzi e i sacrifici degli altri, ma alla fine non possono essere neanche considerati tatuatori quindi mi ci faccio una risata amara e ricomincio a disegnare.

Cosa fai quando non tatui?

Quando non tatuo cerco di dedicarmi soprattutto alla pittura e all’esercizio fisico. La mia giornata inizia molto presto, la mattina alle 7 sono già a disegnare. E poi cerco di viaggiare il più possibile.

Quanto è importante viaggiare per uno che fa il tuo mestiere?

Viaggiare è essenziale per la crescita artistica e umana di un tatuatore, grazie ai guest spot in altri studi e a tutte le convention a cui ho partecipato ho potuto incontrare tanti artisti che poi sono diventati amici a volte fraterni, conoscere culture diverse e ricevere insegnamenti tecnici, artistici e di vita che hanno fatto di me quello che sono oggi.

La cultura del tatuaggio in Italia sembra essere ancora abbastanza arretrata, cosa dici di fare?

Per migliorare la cultura del tatuaggio credo che ogni tatuatore dovrebbe esprimere qualcosa di personale, tentare di influenzare la propria clientela e cercare di spiegare con chiarezza tutto quello che si nasconde dietro al lato estetico legato all’apparenza e all’ostentazione del tatuaggio. Certo però questo è un concetto che dovrebbero capire in primis tutti quegli individui che hanno scelto di fare questo lavoro solo per soldi o per questioni legate alla propria immagine e non per l’oggettiva passione per il tatuaggio.

Cosa pensi degli show televisivi sui tatuaggi?

Non mi piacciono. Penso che ogni prodotto televisivo abbia l’esigenza di essere trasformato in qualcosa di commerciabile, cibo, viaggi, famiglia, tatuaggi, poco importa. Una piccola produzione che ho apprezzato molto invece è la serie di documentari The Gypsy Gentleman di Marcus Kuhn.

Hai mai pensato di lasciare definitivamente Roma per andare a lavorare all’estero? Chi sono i tatuatori italiani che lavorano all’estero che rispetti maggiormente?

Viaggio molto quindi lascio Roma quando voglio e mi fa sempre un gran piacere tornare al lavorare la mio studio con la mia gente che poi non è altro che la mia famiglia allargata. Ci sono molti ottimi tatuatori italiani all’estero, per farti qualche nome Mo Coppoletta che a Londra con Family Business ha fondato una delle istituzioni del tatuaggio internazionale, da lui lavorano tra l’altro alcuni artisti italiani molto bravi Andrea Giulimondi, Gianluca Fusco, Fredy Ricca, Michele l’Abbate, sempre a Londra Adrea Furci al Seven Doors, oltre oceano mi vengono in mente Marco Cerretelli e Alessio Ricci che fanno grandi cose ormai da tempo in California.

Hai dei consigli per i giovani tatuatori?

Seguite le vostre inclinazioni e non sognate a occhi aperti. Questa società non più basata sulla meritocrazia, grazie alla semplificazione tecnologica e alle esigenze commerciali, spinge le persone a pensare che tutti possono fare tutto. Non basta acquistare una macchinetta su internet per essere un tatuatore, servono passione, inclinazione artistica e talento. Riflettete prima di fare una scelta che segnerà la vostra vita (e quella degli altri in questo caso) per sempre.

Dove ti troviamo?

A Roma, allo Psycho Tattoo di via Casilina 183 al Pigneto dove con me lavorano Gabriele Ferraris, Alessandro Lemme, Rachele Arpini, Flo Nuttall e il giovane Fabio Gucciardi oltre al più grande shop manager di tutti i tempi Alberto Caci.

https://www.rollingstone.it/pop-life/news-rrstyle/rollink-stone-psycho-tattoo-roma/266936/

Io, tatuatore a 70 anni odio l’esibizionismo: roba di cattivo gusto.Gian Maurizio Fercioni, nato e cresciuto a Brera: "A...
30/05/2020

Io, tatuatore a 70 anni odio l’esibizionismo: roba di cattivo gusto.

Gian Maurizio Fercioni, nato e cresciuto a Brera: "Ancora oggi disegno a matita tre ore al giorno". E' stato il primo ad aprire uno studio di tattoo in città, nel 1974.

Milano, 18 novembre 2017 - In 50 anni di carriera ha tatuato i rampolli della migliore aristocrazia italiana, come i figli di Amedeo Savoia duca d’Aosta, Bianca e Aimone. Ma anche legionari ed ex detenuti di San Vittore. E il pugile Rocky Mattioli, campione del mondo, il regista da Oscar Gabriele Salvatores.

Nato in zona Brera nel 1946 e discendente da un’antica famiglia di origini pisane, Gian Maurizio Fercioni è stato il primo ad aprire uno studio di tattoo in città, nel 1974. In via Mercato 16 ha allestito anche un museo sul tema, con tavole e attrezzature da ogni parte del mondo. Ha scelto di chiamare l’attività “Queequeg”, come l’arpioniere polinesiano tatuato che compare in “Moby Dick”. Il libro che più l’ha segnato, ispirandogli l’idea della vita come avventura: «Mio padre aveva una barca attraccata a Viareggio. Il primo tatuaggio lo feci lì vicino: a bordo del Maristella, appartenuta a Hermann Göring, finita sequestrata dalla Finanza. Ero diventato amico del custode, Paolo Volpe, medaglia d’oro al valore militare, che mi disegnò una piccola àncora. Avevo solo 14 anni» racconta Fercioni, non senza un certo compiacimento. Primo capitolo di una biografia da romanzo. Dopo il liceo artistico e il diploma in scenografia all’Accademia di Brera, l’aveva scelto la Scala ma lui ha preferito collaborare coi teatri d’opera d’Europa per viaggiare, come i suoi cari eroi melvilliani. Leggenda vuole che abbia iniziato tatuando i soldati della Legione Straniera. «Tutto vero.
Nel 1968 a Marsiglia, mentre mi occupavo delle produzioni teatrali all’Opéra, lavoravo anche al tattoo shop del mio primo maestro, Alain. La clientela era incredibile: varcavano la soglia legionari che avevano terminato la ferma, marinai e le pr******te del porto, con tutta l’ironia delle femmine provocatrici… Non tutto andò liscio. Durante quei tre anni mi sono beccato una coltellata alla gamba, dentro un bar».

Come mai?

«Italiani lì non ce n’erano. La mia presenza destava sospetto, forse anche lo stile del mio abbigliamento (impeccabile, ndr). Pensavano che fossi un mafioso. Era un grande fraintendimento che riuscii poi a chiarire. Mi sono trasferito ad Amburgo, dove ho incontrato un altro maestro tatuatore, Herbert Hoffmann. Nel ’74 ho aperto il primo studio a Milano».

Chi erano i clienti nei decenni precedenti?

«Gente di ogni classe sociale: esponenti della casata dei Savoia, dei Gaetani Lovatelli d’Aragona, dei Sangiorgio. Borghesi ed ex detenuti. Nessuno era affetto dall’esibizionismo dei “baluba” d’oggi. Per loro il tatuaggio era un fatto intimo, discreto».

Cosa ha reso «sciaguratamente» trendy il disegno indelebile sulla pelle?

«Internet, nel nuovo millennio. Ha fatto proliferare gli esponenti della categoria che oggi aprono studi ovunque. Un tempo se volevi imparare a fare un tatuaggio dovevi addentrarti nelle zone più malfamate delle città, altro che fare un sito web».

Qual è il vizio principale della scena contemporanea?

«Lo stilismo di quelli che si definiscono esperti in un solo genere. No bueno. I professionisti veri sono quelli che hanno girato il mondo e sanno disegnare qualunque cosa perché sono abili, in primis, ad usare una matita. Io ho sempre disegnato almeno tre ore al giorno, anche oggi, per il mio lavoro da scenografo al teatro Franco Parenti. Aveva ragione un amico di mio nonno, il pittore Memo Vagaggini, che mi disse da piccolo: “Il segreto per diventare bravi è disegnare, disegnare, disegnare”».

Si considera un artista?

«Lascio il giudizio ad altri. Preferisco, a ogni modo, la definizione di artigiano...».

Tatua ancora a 70 anni…
«E andrò avanti finché mi diverto».

Intervista al tatuatore preferito dalla Yakuza."Quando qualcosa diventa di moda, perde tutto il suo fascino."Di Mahmood ...
24/05/2020

Intervista al tatuatore preferito dalla Yakuza.

"Quando qualcosa diventa di moda, perde tutto il suo fascino."

Di Mahmood Fazal

Sono cresciuto in una famiglia musulmana osservante dove se qualcuno dei miei cugini decideva di farsi un tatuaggio poi era costretto a tenerlo nascosto: i tatuaggi erano un tabù religioso e culturale. Quando veniva a trovarci mio zio dagli Stati Uniti e ci riunivamo a cena, gli sguardi di tutti andavano sui segni neri che si scorgevano sotto la sua camicia. Per noi erano un mistero, anche se sapevamo che per lui dovevano avere qualche tipo di significato mistico.

Oggi la mia pelle è ricoperta da diversi tatuaggi: i nomi di amici morti, un ritratto di Gheddafi, le date in cui sono stato arrestato. Me li sono fatti sapendo perfettamente che i membri della mia famiglia li vedranno solo dopo che sarò morto, nel rituale islamico in cui si lava il corpo del defunto prima della sepoltura. Volevo che i miei tatuaggi raccontassero la storia delle idee e degli eventi che mi hanno formato.

Quindi, la domanda è: ci facciamo i tatuaggi per noi stessi o per mostrarli agli altri? Nel mondo occidentale probabilmente un po' tutte e due le cose. È per questo che ho sempre trovato così affascinanti i tatuaggi dei membri della Yakuza, la mafia giapponese. Per loro i tatuaggi sono privati, e si fanno ricoprire tutte le parti del corpo che possono rimanere nascoste sotto gli abiti. In questo modo, la cultura dei tatuaggi giapponese non entra nella sfera della vita pubblica.

Horiyoshi 3, che vive e lavora a Yokohama, è probabilmente il più famoso di tutti i tatuatori giapponesi—nonché il tatuatore preferito della Yakuza. Quando ho preso il treno per andare a incontrarlo pioveva. Sono stato accolto sulla porta del suo studio da due uomini vestiti Burberry che mi hanno accompagnato all'interno, dove Horiyoshi era concentrato su un lavoro, zitto. Non ci ha degnati d'attenzione per oltre un'ora.

I due uomini all'ingresso facevano parte di una famiglia della Yakuza. Horiyoshi stava tatuando una carpa koi sulla pelle del loro capo, un uomo anziano che indossava una tuta della Champion. Mi hanno offerto una sigaretta e con una certa ansia ho chiesto loro se dovessi andare fuori a fumarla. Il ronzio dell'ago di Horiyoshi si è fermato all'improvviso, come se lui si stesse svegliando da un sogno lucido. "Tranquillo, stai qui e fuma," mi ha detto.

Perché pensi che i membri della Yakuza si facciano tatuare proprio da te?

Horiyoshi 3: La Yakuza vuole sempre il meglio: indossare i vestiti migliori, frequentare i posti migliori, girare con le donne migliori, guidare le macchine migliori. Sono molto orgogliosi. E vogliono dei bei tatuaggi. Per questo vengono qui.

In Occidente, quando si pensa agli uomini giapponesi completamente tatuati, la prima cosa a cui si pensa è la Yakuza.
Il collegamento tra la cultura dei tatuaggi giapponese e la Yakuza o la criminalità è prevalentemente una cosa giornalistica. Fin da piccoli i bambini leggono storie sulla Yakuza e pensano che siano persone cattive. Ma io i membri della Yakuza li conosco personalmente e fanno un sacco di cose buone per le loro comunità. Quando c'è stato il terremoto hanno fornito aiuti alla popolazione più in fretta del governo. Quando la gente ha lasciato le proprie case è stata la Yakuza che si è assicurata che queste non venissero saccheggiate.

Ho letto che nel periodo Edo i criminali spesso venivano puniti con dei tatuaggi.
Nel periodo Edo i criminali si facevano tatuare il simbolo del casato Tokigawa sul collo per evitare la pena di morte, ma anche così spesso gli veniva semplicemente strappata quella parte di pelle prima dell'esecuzione. Tatuarsi il sigillo di una famiglia era un crimine molto serio, perché nel Giappone dell'epoca questi simboli avevano significati molto profondi. Avere un tatuaggio punitivo addosso in quel periodo non era una bella cosa perché voleva dire che eri stato arrestato per un piccolo crimine, altrimenti ti avrebbero giustiziato. Oggi invece la maggior parte dei tatuaggi che fanno sono scene da storie della tradizione folkloristica giapponese.

Per la Yakuza queste scene tratte dalla mitologia giapponese servono a esprimere quello che è davvero l'organizzazione, fuori dagli stereotipi?
Se i membri della Yakuza volessero usare i tatuaggi per mostrare pubblicamente che fanno parte di una gang si farebbero tatuaggi molto visibili. Ma non sono stupidi. Non penso che si facciano fare tatuaggi per questo. Molto spesso per riferirsi alla Yakuza si usa la parola ninkyō, che letteralmente vuol dire "aiutare le persone sotto di te." I membri della Yakuza si dedicano ad aiutare gli altri, la Yakuza è questo, tradizionalmente. I tatuaggi mostrano che loro hanno la forza di aiutare i più deboli. Ma non dev'essere una cosa da mostrare in pubblico.

Ti sei mai rifiutato di fare un tatuaggio?
Sì, non faccio mai tatuaggi sul collo o sulle mani. Penso che la bellezza stia nelle cose che non puoi vedere. Il bello è diverso per ogni persona. Può essere qualcosa che ha anche fare con le profondità della storia personale o della cultura di qualcuno. L'estetica giapponese è molto diversa da quella Occidentale. Se pensi al seppuku, il suicidio rituale giapponese, ti rendi conto che abbiano una certa estetica per il suicidio e la morte. È molto semplice ma anche molto precisa e molto forte. Le cerimonie del tè, le composizioni floreali, le spade dei samurai—c'è tutto uno stile molto consapevole dietro.

Pensi sia importante che i tatuaggi rimangano nascosti?
In Giappone la cultura dei tatuaggi è ancora un tabù, ed è proprio per questo che è così bella. Le lucciole si possono vedere solo di notte. La loro bellezza è visibile solo col buio, non può essere apprezzata alla luce del giorno. Quando una cosa diventa una moda perde tutto il suo fascino. Nella cultura occidentale una cosa può andare di moda e diffondersi, ma in Giappone ci piacciono i tatuaggi proprio perché non puoi vederli, perché restano nascosti. Tutta la cultura giapponese gira intorno al rimanere nell'ombra. In Occidente le chiese sono luminose e opulente mentre qui sono spoglie e oscure. Nella cultura giapponese la luce è una conseguenza delle ombre. Le ombre dei buddha sono più importanti dei volti delle sue statue. Qui la gente che si fa i tatuaggi se li fa sapendo che non li mostrerà quasi mai, ed è per questo che non li prendiamo alla leggera. Quando li mostriamo li tiriamo fuori dal buio. È questo il loro fascino.

È un'interpretazione interessante.
È nella natura umana provare attrazione per l'oscurità. Anche della notte ad affascinarci non è la luce della luna ma il buio delle tenebre. I giapponesi sono molti bravi a usare le ombre per dar senso alla luce. Nella cultura occidentale invece si parte dalla luce per capire le ombre.

In Giappone c'è una forma di teatro musicale chiamata Noh, inventata prima dell'elettricità. Nei tempi antichi la gente faceva un falò e faceva teatro intorno al fuoco. Ovviamente il fuoco è molto diverso dalle luci di scena, non puoi vedere perfettamente quello che succede sulla scena ma alla luce delle fiamme i costumi decorati con oro e argento scintillano in un modo particolare. Se la scena fosse perfettamente illuminata il pubblico sarebbe in grado di vedere l'oro, ma con la luce delle fiamme quell'oro scintilla e diventa davvero vivo.

Perché ti rifiuti di definirti un artista**?** Non è che mi rifiuto. Io sono un artigiano. Se qualcuno vuole definire arte quello che faccio sono affari suoi. Io sono un artigiano.

La gente mi chiede sempre cosa penso che sia l'arte. Non so dove stia la linea che permette di dire cos'è arte e cosa no. Nei fogli giapponesi tradizionali la massima forma d'arte è quando non c'è alcun disegno nell'intero rotolo, la bellezza sta nello spazio e nell'immaginazione dello spettatore.

Nell'arte moderna, se una persona famosa raccoglie un sasso e lo mette in una galleria quel sasso diventa arte. La sua descrizione diventa arte anch'essa. Castelli, spade, vasi: tutto può essere arte. Dove sono i confini? Personalmente penso che le cerimonie del tè giapponesi siano arte. Per questo non so più dire cosa sia arte e cosa no. Dipende da chi osserva? Cos'è che ha valore oggi?

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Rome
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