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studio di psicologia e psicoterapia Dott. Giuseppe Gagliardi psicoterapia ad orientamento analitico

Da tredici anni, alla fine di luglio, il centro diurno della Reverie cambia casa.Per quindici giorni il nostro Centro Di...
02/08/2026

Da tredici anni, alla fine di luglio, il centro diurno della Reverie cambia casa.

Per quindici giorni il nostro Centro Diurno lascia Capena e si trasferisce a Nicotera Marina.

Qualcuno potrebbe chiamarla vacanza. Noi preferiamo chiamarla cura.

Perché la salute mentale non si costruisce solo dentro uno studio o una comunità. Si costruisce camminando insieme, affrontando un sentiero, aspettando chi è rimasto indietro, condividendo un pranzo, facendo un bagno in mare, emozionandosi davanti a una cascata.

In questi giorni attraversiamo una Calabria meravigliosa: il Tirreno, Tropea, l’Aspromonte con la sua natura potente e selvaggia, fino allo Ionio. Luoghi che ricordano quanto la bellezza possa essere terapeutica.

Ma il regalo più grande, ogni anno, è l’incontro con le persone.

A Nicotera ci accoglie Mommo. Ormai è difficile definirlo il proprietario dell’albergo: è diventato un amico, uno di famiglia. La sua ospitalità ci ricorda che sentirsi accolti è uno dei bisogni più profondi di ogni essere umano.

In questi quindici giorni non ci sono solo pazienti e operatori. Ci sono persone che condividono un pezzo di strada, ognuna con le proprie fragilità e le proprie risorse. Si ride, ci si aiuta, si affrontano le difficoltà, ci si ritrova. Proprio come accade in ogni famiglia.

Ogni estate torniamo negli stessi luoghi, ma nessuno di noi torna uguale. Perché ogni esperienza lascia un segno, ogni relazione fa crescere, ogni piccolo traguardo diventa una conquista che ci accompagna anche quando rientriamo a Roma.

È questa la psichiatria in cui crediamo. Una psichiatria che esce dalle strutture, incontra il territorio, si lascia attraversare dalla bellezza e mette al centro la vita, prima ancora della malattia. Una psichiatria che non si limita a curare i sintomi, ma crea occasioni di incontro, di autonomia, di appartenenza e di speranza.

Da tredici anni la Calabria ci ricorda una cosa semplice, ma fondamentale: la bellezza, quando è condivisa, può diventare una straordinaria forma di cura.

Grande partecipazione ieri presso la sala Marà della Comunità Reverie di Capena per il secondo seminario dedicato al tem...
20/06/2026

Grande partecipazione ieri presso la sala Marà della Comunità Reverie di Capena per il secondo seminario dedicato al tema “Servizi territoriali per la Salute Mentale e Comunità Terapeutiche: esperienze cliniche, alleanze e sinergie nello spazio intermedio di sperimentazione e di cura delle Comunità psico-socio-terapeutiche”.

La tavola rotonda, coordinata da Patrizia Giura, ha visto confrontarsi Manuela Antenucci, Alessandro Antonucci, Carola Celozzi, Elisabetta Ciuffo, Giuseppe Ducci e Michele Procacci su alcune delle sfide più urgenti che oggi attraversano il sistema della salute mentale.

Dal dibattito è emerso un dato particolarmente significativo: la pressione sui servizi territoriali è praticamente aumentata notevolmente . A preoccupare maggiormente è l’emergenza che riguarda giovani e giovanissimi, sempre più spesso portatori di forme di disagio complesse che richiedono interventi tempestivi, integrati e continuativi.

Ampio spazio è stato dedicato anche alla gestione degli autori di reato con disturbo psichico. L’insufficienza dei posti nelle REMS determina infatti una crescente richiesta alle Comunità Terapeutiche di farsi carico di situazioni estremamente delicate, spesso senza che vi sia una corrispondente disponibilità di risorse e personale adeguatamente formato.

Il seminario ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra operatori, professionisti e servizi, confermando quanto sia fondamentale costruire alleanze solide tra territorio e comunità terapeutiche per rispondere in modo efficace ai bisogni sempre più complessi della salute mentale contemporanea.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti per la qualità del confronto e per l’impegno quotidiano nel prendersi cura delle persone più fragili.

La generazione ansiosa – Jonathan HaidtHo letto La generazione ansiosa da una prospettiva particolare: quella di un tera...
16/06/2026

La generazione ansiosa – Jonathan Haidt

Ho letto La generazione ansiosa da una prospettiva particolare: quella di un terapeuta che da anni ascolta il disagio delle persone e quella di un padre che accompagna una figlia di quattordici anni nel delicato passaggio dell’adolescenza.

Jonathan Haidt affronta una delle questioni più urgenti del nostro tempo: cosa è accaduto ai nostri ragazzi? Perché ansia, depressione, solitudine e fragilità emotiva sembrano essere cresciute così rapidamente negli ultimi anni? La sua risposta è netta e supportata da una grande quantità di dati: l’avvento dello smartphone e dei social network ha modificato profondamente il modo di crescere, di costruire relazioni e di percepire sé stessi.

Da terapeuta, molte delle osservazioni dell’autore non mi sono apparse sorprendenti. Da tempo incontro adolescenti schiacciati dal confronto continuo, adulti sempre più fragili e genitori disorientati. Tuttavia, Haidt riesce a dare ordine e significato a fenomeni che spesso osserviamo in modo frammentario, offrendo una chiave di lettura rigorosa e convincente.

Da padre, invece, la lettura assume un peso diverso. Non si tratta più di statistiche o ricerche, ma di domande che riguardano direttamente il rapporto con mia figlia. Quanto spazio concedere? Quanto controllare? Come proteggere senza soffocare? Come educare alla libertà in un mondo progettato per catturare attenzione e dipendenza? Sono interrogativi che accompagnano ogni genitore e che il libro rende impossibile ignorare.

La riflessione più interessante proposta da Haidt riguarda forse un grande paradosso educativo della nostra epoca: abbiamo costruito un’infanzia sempre più protetta dai rischi del mondo reale e contemporaneamente sempre più esposta ai rischi del mondo virtuale. I ragazzi esplorano meno, giocano meno liberamente, sperimentano meno autonomia, mentre trascorrono una parte crescente della loro vita in ambienti digitali che influenzano emozioni, relazioni e identità.

Il merito del libro è quello di non trasformarsi in una crociata contro la tecnologia. Haidt evita il moralismo e propone invece una riflessione seria sulle responsabilità degli adulti, delle istituzioni e delle aziende che hanno contribuito a costruire questo nuovo ecosistema.

La generazione ansiosa è una lettura che consiglio non solo ai genitori e agli insegnanti, ma anche a chiunque lavori nella relazione d’aiuto. Perché dietro i numeri e le ricerche ci sono volti, storie e sofferenze che incontriamo ogni giorno.

Ho chiuso il libro con una convinzione semplice: i nostri figli hanno bisogno di meno schermi e di più vita. Più esperienze reali, più amicizie vissute faccia a faccia, più libertà di sbagliare, più occasioni per scoprire chi sono lontano dallo sguardo costante degli altri. È una sfida educativa enorme, ma forse è una delle più importanti del nostro tempo.

Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia – Michele RuolCi sono libri che raccontano una storia e libri ch...
15/06/2026

Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia – Michele Ruol

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, invece, raccolgono i frammenti di ciò che resta dopo che una storia si è spezzata. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol appartiene a questa seconda categoria.

Fin dalle prime pagine il lettore viene immerso in un paesaggio emotivo attraversato dalla perdita, dall’assenza e dal tentativo ostinato di dare un senso a ciò che sembra non averne. La foresta del titolo non è soltanto un luogo che brucia, ma la metafora di una vita devastata da un evento che lascia dietro di sé cenere, vuoti e domande senza risposta.

La scrittura di Ruol è essenziale, precisa, capace di evocare emozioni profonde senza mai indulgere nella retorica. Ogni personaggio è chiamato a fare il proprio inventario: oggetti, ricordi, gesti quotidiani, silenzi. Piccole cose che diventano preziose quando tutto il resto è andato perduto.

Il romanzo affronta temi universali come il lutto, la memoria e la resilienza, ma lo fa con una delicatezza rara. Non cerca consolazioni facili e non offre scorciatoie al dolore. Al contrario, accompagna il lettore dentro la complessità dell’esperienza umana, mostrando come sia possibile continuare a vivere anche quando una parte di noi è rimasta intrappolata tra le fiamme.

È un libro che commuove senza forzature e che continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina. Un’opera intensa e necessaria, che ci ricorda come, dopo ogni incendio della vita, ciò che conta davvero non sia ciò che abbiamo perso, ma ciò che troviamo il coraggio di salvare.

Un romanzo potente, delicato e profondamente umano.

Mi sembra uno di quei libri che parlano direttamente a chi sa che le ferite più profonde non scompaiono mai del tutto, ma possono trasformarsi in memoria, consapevolezza e, talvolta, persino in una nuova forma di amore.

Oggi, presso la Comunità Reverie di Capena, si è tenuto un seminario di grande intensità clinica e umana:“L’approccio ps...
17/04/2026

Oggi, presso la Comunità Reverie di Capena, si è tenuto un seminario di grande intensità clinica e umana:

“L’approccio psicodinamico nella terapia del disagio psichico nelle comunità terapeutiche”

Un confronto vero, attraversato da esperienze, dubbi e pratiche vive, che ha messo al centro una domanda tutt’altro che scontata: cosa significa oggi lavorare psicodinamicamente in comunità?

Con gli interventi di Luigi Cancrini, Antonello Correale, Andrea Narracci, Luisa Carbone, Francesco Scotti Pier Luca Zuppi, Paolo Cruciani, è emersa con forza l’idea della comunità non come semplice contenitore, ma come campo dinamico, attraversato da transfert multipli, tensioni istituzionali e possibilità trasformative.

Si è parlato del ruolo delicato del supervisore, della funzione dell’équipe, del rischio sempre presente di derive custodialistiche, ma anche della straordinaria potenza del gruppo come spazio di cura.

In un tempo in cui il disagio psichico tende a essere semplificato o medicalizzato, incontri come questo ricordano che la complessità non è un ostacolo: è il luogo stesso del lavoro clinico.

Un confronto necessario. Da continuare.

Questa sera ho visto un film che sento di consigliare. Raramente capita di assistere a un film così bello. Delicato ma s...
15/02/2026

Questa sera ho visto un film che sento di consigliare. Raramente capita di assistere a un film così bello. Delicato ma struggente. Parla di relazioni, di rapporti familiari, di non detti che complicano le relazioni stesse, e lo fa in modo meraviglioso.
Sentimental Value di Joachim Trier è un dramma intimo che mette in scena non solo un conflitto familiare, ma una vera e propria genealogia del dolore.

La storia segue due sorelle che, dopo la morte della madre, si confrontano con il ritorno del padre: un regista affermato, emotivamente distante, che propone alla figlia attrice di interpretare il ruolo principale del suo nuovo film. Questa richiesta non è solo artistica: è un tentativo ambiguo di riscrivere il passato, di mettere in scena — e forse controllare — la memoria familiare.

Letto in chiave di psicoanalisi multifamiliare, il film diventa uno spazio gruppale dove le soggettività si intrecciano e si rispecchiano. Ogni personaggio porta non solo il proprio vissuto, ma anche frammenti non elaborati della generazione precedente. Il padre, incapace di un’autentica funzione contenitiva, sembra riprodurre una distanza appresa; le figlie oscillano tra bisogno di riconoscimento e rifiuto, in una dinamica che richiama la trasmissione transgenerazionale del trauma.

Il dolore non è mai solo individuale: è un’eredità silenziosa che attraversa le generazioni sotto forma di mancanze, silenzi, narcisismi feriti. La richiesta del padre — “recita per me” — suona come una domanda inconscia: “ripara per me ciò che non ho saputo vivere”. Ma l’arte, qui, non guarisce automaticamente; può diventare sia spazio di elaborazione sia ripetizione coatta.

Il “valore sentimentale” non riguarda dunque solo gli oggetti o i ricordi, ma il peso psichico che si trasmette dentro la costellazione familiare: ciò che non è stato detto, ciò che non è stato riconosciuto, ciò che continua a chiedere rappresentazione.

In questo senso, il film non racconta soltanto una riconciliazione possibile, ma mette in scena il conflitto tra memoria e libertà: fino a che punto possiamo sottrarci al copione che la nostra famiglia ha scritto per noi?

Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non era...
23/01/2026

Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non erano malate. Ma nessuno, all’interno di quelle mura, riuscì a vederlo.

Era un esperimento. Uno degli esperimenti più sconvolgenti della storia della psichiatria. Ideato dallo psicologo David Rosenhan, iniziava con una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: è davvero possibile distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?

Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto pseudopazienti. Erano persone comuni: un pittore, una casalinga, un pediatra, uno studente laureato. Mentivano su una sola cosa: dicevano di sentire voci. Solo questo. Nessun comportamento bizzarro, nessuna crisi, solo tre parole udite nella mente: “vuoto”, “cavo”, “tonfo”.

Tutti vennero ricoverati. E subito dopo smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Collaborarono. Chiesero di uscire. Non fu possibile.

Il personale non vedeva più persone, ma diagnosi. I loro gesti venivano reinterpretati attraverso la lente della malattia: scrivere appunti? Disturbo ossessivo. Stare in corridoio? Ricerca patologica di attenzione. Essere cortesi? Comportamento controllato e conforme alla patologia.

Sette di loro furono etichettati come schizofrenici. Uno come maniaco depressivo. Nessuno venne riconosciuto come sano. Nessuno.

Ma i pazienti veri se ne accorsero. Alcuni si avvicinavano e sussurravano: “Tu non sei come gli altri. Tu non dovresti stare qui”. Loro vedevano ciò che gli esperti non riuscivano a riconoscere.

Il tempo medio di degenza fu di 19 giorni. Uno rimase ricoverato per 52 giorni. Ogni giorno trascorso, una conferma: l’etichetta era più potente della realtà.

Quando Rosenhan pubblicò il suo studio — On Being Sane in Insane Places — fu un terremoto. La comunità psichiatrica esplose di rabbia. Un ospedale sfidò Rosenhan a inviare nuovi pseudopazienti: li avrebbero smascherati. Lui accettò. Nei mesi seguenti, l’ospedale identificò 41 presunti impostori. Ma Rosenhan non aveva mandato nessuno. Nessuno.

La verità era ormai chiara: le diagnosi non erano sempre basate su fatti, ma su contesto. Una volta etichettata, una persona diventava prigioniera di quella narrazione. Anche se era sana. Anche se gridava la verità.

Questo esperimento scardinò la fiducia cieca nelle etichette cliniche. Avviò riforme profonde nella diagnosi e nel trattamento delle malattie mentali. Ma soprattutto, lasciò una lezione inquietante e attualissima:

La percezione può distorcere la realtà più della follia stessa.

E spesso, l’illusione più pericolosa non è quella di chi è considerato f***e, ma di chi è convinto di avere sempre ragione.

Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che il mondo non poté più ignorare.

Una persona su sei in Europa convive con un disturbo di salute mentale.Eppure, una su tre tra coloro che ne soffrono non...
22/06/2025

Una persona su sei in Europa convive con un disturbo di salute mentale.
Eppure, una su tre tra coloro che ne soffrono non riceve il trattamento di cui avrebbe bisogno.

Una persona su sei in Europa convive con un disturbo di salute mentale. Eppure, una su tre tra coloro che ne soffrono non riceve il trattamento di cui avrebbe bisogno. (ANSA)

Seconda giornata di visiting tra tre comunità terapeutiche di Perugia.Il progetto Visiting DTC nasce in Inghilterra nei ...
06/06/2025

Seconda giornata di visiting tra tre comunità terapeutiche di Perugia.
Il progetto Visiting DTC nasce in Inghilterra nei primi anni del 2000 ed è stato formalmente introdotto in Italia nel 2010. L’obiettivo che sta dietro questa scelta è di permettere alle Comunità Terapeutiche che sono presenti sui territori di acquisire consapevolezza sui propri punti di forza e sulle eventuali debolezze, in modo da intervenire sulle criticità attraverso il confronto con tutte le altre comunità che hanno deciso di aderire al progetto. Il progetto Visiting, di fatto, costituisce un’opportunità preziosa per mettere in circolo esperienze e riflessioni tra chi si occupa, quotidianamente, di salute mentale in ottica inclusiva, nella consapevolezza che soltanto attraverso il coinvolgimento del territorio, gli utenti potranno raggiungere una guarigione o perlomeno migliorare la qualità delle loro vite.

Indirizzo

Via S. Orsola, (zona Piazza Bologna)
Rome
00195

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