06/09/2026
Ieri la mamma di un bambino autistico e non verbale ha chiesto telecamere nelle scuole.
La Regione Campania ha detto no.
E da mamma di Rebecca, questa storia fa male,
Perché dietro la discussione "telecamere sì, telecamere no" c'è una domanda molto più difficile.
Come proteggo mia figlia quando io non ci sono, se lei non riesce a raccontarmi quello che le è successo?
La storia che in questi giorni sta facendo discutere arriva da Scampia, a Napoli.
Un bambino autistico e non verbale torna più volte da scuola con segni sul corpo: lividi, graffi, persino morsi e vestiti danneggiati sono tra gli elementi raccontati dalla famiglia.
Sua madre chiede spiegazioni, le viene detto che quei segni se li sarebbe procurati da solo ma lei sente che qualcosa non torna e qui credo che molte mamme mi capiranno.
Non vuoi pensare al peggio, non vuoi accusare nessuno, anzi, vorresti con tutta te stessa che abbiano ragione gli altri, perché quella è la scuola a cui ogni mattina stai affidando tuo figlio.
Ma quella mamma decide che deve sapere così nasconde un piccolo registratore nei vestiti del bambino e lo manda a scuola.
Poi torna a casa, prende quel registratore lo collega al computer ed ascolta.
Secondo quanto denunciato dalla famiglia, quelle registrazioni conterrebbero minacce, toni aggressivi e elementi che hanno portato i genitori a denunciare presunti maltrattamenti. Il materiale è stato consegnato ai Carabinieri e sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta: saranno gli accertamenti a stabilire definitivamente cosa sia successo e le eventuali responsabilità.
I fatti denunciati risalgono allo scorso ottobre. All'inizio di quest'anno il bambino viene trasferito in un'altra scuola, e sua madre oggi racconta che sta bene e si sta riprendendo.
Poi, in questi giorni, la storia diventa pubblica e ieri quella mamma ha chiesto una cosa precisa: telecamere nelle scuole, per tutti i bambini.
La Regione Campania ha espresso vicinanza alla famiglia, ma ha detto di non ritenere utile né giusto introdurre la videosorveglianza nelle aule, sostenendo che servano soprattutto prevenzione, formazione e sostegno.
Ed è qui che questa storia, per me, smette di essere soltanto cronaca perché io sono la mamma di Rebecca e so cosa significa guardare tua figlia e sapere che non sempre potrà raccontarti una giornata come farebbe un altro bambino. So cosa significa dover imparare a leggere un comportamento, un pianto diverso, un'agitazione, un cambiamento improvviso e chiederti: “È successo qualcosa quando io non c'ero?”
È questo che mi fa paura.
Non voglio pensare che la scuola sia un luogo pericoloso. Non voglio guardare con sospetto insegnanti ed educatori che ogni giorno fanno un lavoro enorme, spesso con pochissime risorse.
Ma non possiamo neanche chiedere a una famiglia di affidarsi soltanto alla fiducia, quando dall'altra parte c'è un bambino che potrebbe non essere in grado di raccontare se quella fiducia viene tradita.
Perché un bambino non verbale non sente meno e non soffre meno, ha semplicemente meno strumenti per ve**re a casa e dirti: “Mamma, oggi è successo questo”.
Ed è proprio per questo che dovrebbe trovare ancora più attenzione, più pazienza, più empatia, più protezione, NON meno.
Se vostro figlio non potesse raccontarvi quello che gli succede quando voi non ci siete, cosa dovrebbe fare lo Stato per permettervi di affidarlo a qualcuno senza avere paura?