Enrico Dell'olio

Enrico Dell'olio Biologo, autore di libri su allenamento, dieta e Anti Aging, ricercatore nel campo della longevità
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Biologo con laurea conseguita presso la Universidad Central de Venezuela (UCV), esperto in nutrizione, fisiologia dell'esercizio e Anti Aging. Che dire, nel mio sito, e, ascoltando i miei video, potrete capire chi sono e cosa faccio. Sono un divoratore di libri,anche se non di tutti i generi.Credo che per conoscere se stessi siano necessarie almeno 2 ore di lettura al giorno ( Berkeley ). Una dell

e più grandi mistificazioni che la scienza dell'alimentazione moderna è riuscita a perpetrare è fare passare il concetto di calorie bruciate in allenamento e acquisite nella dieta. Sono anni che durante i miei corsi spiego che gli organismi biologici non sono stufe che bruciano gli alimenti, ma strutture complesse che agiscono secondo i principi della biochimica. Ogni alimento ingerito non sviluppa semplicemente calore, ma attiva specifiche vie metaboliche ( principalmente ormonali, ma non solo ) che si concretano in specifiche reazioni biochimiche a cascata. Ecco quindi che 100 Kcal di Proteine, 100 Kcal di grassi o 100 Kcal di carboidrati se bruciate in un calorimetro producono sempre la stessa risposta termica, ma se introdotte nel nostro organismo, dal momento che seguono vie metaboliche diverse, producono risposte assai differenti, tanto differenzi che nel primo caso predispongono al dimagrimento, nel secondo tendono ad essere neutre e nel terzo all'ingrassare. Inoltre, il tipo di carboidrati ( basso e alto indice glicemico ), amminoacidi costituenti le fonti proteiche e i grassi, a loro volta, producono effetti differenti. Da quanto appena detto se ne deriva che l'estrema semplificazione adottata fino ad oggi per spiegare la risposta organica agli alimenti ( essenzialmente l'uso del concetto di caloria ) generi estrema confusione ed incapacità a risolvere i tanti problemi legati al cambiamento della composizione corporea, così come la definizione di un'alimentazione ideale a seconda degli scopi perseguiti.

- Enrico Dell'olio -


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DEPRESSIONE: SIAMO DAVVERO SICURI DI SAPERE COSA SIA?Nel 2005 Thomas Insel, allora direttore del National Institute of M...
19/06/2026

DEPRESSIONE: SIAMO DAVVERO SICURI DI SAPERE COSA SIA?

Nel 2005 Thomas Insel, allora direttore del National Institute of Mental Health degli Stati Uniti, fece un’affermazione sorprendente davanti all’American Psychiatric Association.

Riferendosi al manuale diagnostico utilizzato dagli psichiatri, spiegò che possedeva un’elevata affidabilità ma una validità sostanzialmente assente.

Cosa significa?

L’affidabilità indica che due specialisti, osservando gli stessi sintomi, arrivano generalmente alla stessa diagnosi.

La validità, invece, richiede qualcosa di molto più importante: che quella diagnosi corrisponda a una malattia biologicamente identificabile, con caratteristiche oggettive che permettano di distinguerla chiaramente da chi non ne soffre.

E qui nasce il problema.

Dopo decenni di ricerca e miliardi di dollari investiti, non esiste ancora un esame del sangue, una risonanza magnetica o un biomarcatore in grado di confermare oggettivamente una diagnosi di depressione maggiore.

Le diagnosi continuano quindi a basarsi prevalentemente su questionari, sintomi riferiti dal paziente e interpretazione clinica.

Questo non significa che la sofferenza delle persone sia immaginaria o che la depressione non esista.

Significa però che la scienza non è ancora riuscita a identificare una firma biologica specifica e universalmente riconosciuta che confermi la presenza di una malattia distinta, come avviene per molte altre condizioni mediche.

Forse vale la pena chiederci se ciò che definiamo “depressione” non rappresenti anche una risposta dell’organismo a condizioni di vita difficili, stress cronico, isolamento sociale, cattiva alimentazione, traumi o altri fattori ambientali.

La domanda rimane aperta.

E ci ricorda quanto la scienza sia ancora lontana dall’avere tutte le risposte, soprattutto quando si parla della mente umana.

Voi cosa ne pensate?

18/06/2026

Tutti sanno che l’attività fisica fa bene alla salute. Ma se fosse possibile ottenere gli stessi benefici senza allenarsi?

Una recente meta-analisi che ha esaminato circa 400 studi conferma ancora una volta quanto l’esercizio fisico sia uno dei più potenti strumenti di prevenzione e longevità.

Per questo la ricerca sta cercando di sviluppare farmaci capaci di imitare alcuni degli effetti dell’allenamento, soprattutto per anziani, pazienti ospedalizzati o persone che non possono svolgere attività fisica.

Il problema? L’esercizio attiva contemporaneamente decine di vie metaboliche in modo perfettamente coordinato, mentre i farmaci tendono ad agire su singoli meccanismi, con il rischio di effetti collaterali.

Al momento siamo ancora molto lontani dal poter racchiudere in una pillola tutto ciò che il movimento regala gratuitamente al nostro organismo.

L’esercizio fisico continua a essere una delle medicine più potenti che abbiamo.

🧠 ALZHEIMER: UN SINGOLO DOSAGGIO DI PSILOCIBINA HA RIPORTATO ALLA LUCE RICORDI E FUNZIONI PERDUTE?Una recente pubblicazi...
18/06/2026

🧠 ALZHEIMER: UN SINGOLO DOSAGGIO DI PSILOCIBINA HA RIPORTATO ALLA LUCE RICORDI E FUNZIONI PERDUTE?

Una recente pubblicazione scientifica ha descritto un caso che sta facendo discutere ricercatori e clinici di tutto il mondo.

Una donna di 80 anni affetta da Alzheimer avanzato da circa 10 anni, con grave compromissione cognitiva, incontinenza urinaria cronica, difficoltà nella deambulazione, problemi di deglutizione e capacità comunicative ridotte a poche parole isolate, avrebbe mostrato un miglioramento sorprendente dopo l’assunzione di una singola dose elevata di psilocibina (5 grammi di funghi contenenti questa sostanza).

Circa 19 ore dopo l’assunzione, la paziente si sarebbe svegliata spontaneamente iniziando a parlare per ore, ricordando eventi della propria vita che non riusciva più a esprimere da anni.

Nei giorni successivi i familiari hanno riferito miglioramenti in diversi aspetti:

✅ Linguaggio e comunicazione
✅ Memoria e riconoscimento del contesto
✅ Capacità di camminare
✅ Coinvolgimento emotivo e relazionale
✅ Controllo della vescica, recuperato dopo anni di incontinenza

L’aspetto più interessante è che questi miglioramenti non sarebbero stati soltanto temporanei.

A distanza di un mese, il controllo urinario risultava ancora mantenuto e le condizioni generali apparivano superiori rispetto alla situazione precedente al trattamento.

Naturalmente è importante sottolineare che si tratta di un singolo caso clinico.

Un caso clinico non dimostra un rapporto causa-effetto e non può essere considerato una prova definitiva dell’efficacia di un trattamento. La storia della medicina è piena di osservazioni inizialmente promettenti che poi non sono state confermate da studi più rigorosi.

Tuttavia, esiste un fatto difficile da ignorare.

Ad oggi non disponiamo di farmaci approvati per l’Alzheimer capaci di produrre miglioramenti rapidi e simultanei su memoria, linguaggio, continenza, coinvolgimento emotivo e autonomia funzionale in pazienti con malattia avanzata.

Per questo motivo risultati come questi meritano di essere approfonditi con studi clinici controllati e di alta qualità.

Quando si parla di Alzheimer non si parla soltanto di perdita della memoria, ma della progressiva scomparsa della persona che familiari e amici hanno conosciuto per tutta la vita.

Se esiste anche solo la possibilità di recuperare una parte di quelle funzioni perdute, la ricerca scientifica ha il dovere di indagare senza pregiudizi.

La scienza procede proprio così: osservando, verificando e mettendo continuamente alla prova ciò che crediamo di sapere.

La scienza del Fact Checking 🙄
17/06/2026

La scienza del Fact Checking 🙄

VEDIAMO COSA SI PUO' FARE IN POCO TEMPO..!!8 settimane di Alta Intensità e schemi Paleo alternati a digiuno intermittent...
17/06/2026

VEDIAMO COSA SI PUO' FARE IN POCO TEMPO..!!

8 settimane di Alta Intensità e schemi Paleo alternati a digiuno intermittente senza aver fatto un solo minuti di attività aerobica.

Tempo di allenamento con il Protocollo Ibrido HD/ZT al mese: circa 3 ore

Anche in questo caso siamo di fronte ad un uomo Over 45 che inizia il suo percorso Anti Aging riducendo prima la percentuale di grasso ad un livello estetico, per poi passare al vero e proprio percorso Anti Aging con la finalità di mantenersi sano, attivo e cognitivamente funzionale.

A voi gli eventuali commenti..!!!

LO STUDIO CHE FINÌ IN UNO SCANTINATO PER 40 ANNI.E CHE METTEVA IN DISCUSSIONE UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI RACCOMANDAZIONI N...
16/06/2026

LO STUDIO CHE FINÌ IN UNO SCANTINATO PER 40 ANNI.

E CHE METTEVA IN DISCUSSIONE UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI RACCOMANDAZIONI NUTRIZIONALI DEL XX SECOLO.

Tra il 1968 e il 1973 venne condotto uno dei più grandi esperimenti alimentari controllati della storia.

Quasi 9.400 persone furono assegnate casualmente a due diversi regimi alimentari.

Un gruppo continuò a consumare i grassi saturi tipici della dieta americana dell’epoca.

L’altro sostituì gran parte di questi grassi con olio di mais e margarina a base di olio di mais, ricchi di acido linoleico, il grasso polinsaturo che secondo la teoria dominante avrebbe dovuto ridurre il colesterolo e proteggere il cuore.

La previsione era semplice:

meno colesterolo = meno infarti = meno morti.

La prima parte della previsione si avverò.

Il colesterolo diminuì.

La seconda no.

La mortalità non diminuì.

Anzi, i ricercatori osservarono un fenomeno inatteso: nel gruppo che consumava più olio di mais si registrarono più decessi, e in alcuni sottogruppi il rischio aumentava proprio nei soggetti che avevano ottenuto la maggiore riduzione del colesterolo.

A questo punto la storia diventa ancora più interessante.

I risultati completi non furono pubblicati.

Il principale investigatore dello studio, Ivan Frantz, non riteneva convincenti le conclusioni emerse dai dati.

Le scatole contenenti documenti, tabelle e risultati rimasero conservate nel suo seminterrato per circa quarant’anni.

Solo dopo la sua morte il materiale venne recuperato e consegnato a un gruppo di ricercatori guidato da Christopher Ramsden dei National Institutes of Health.

Nel 2016 i dati furono finalmente rianalizzati e pubblicati sul British Medical Journal.

La conclusione?

La sostituzione dei grassi saturi con oli vegetali ricchi di acido linoleico riduceva il colesterolo, ma non dimostrava un beneficio sulla mortalità.

Anzi, i risultati suggerivano possibili effetti sfavorevoli soprattutto nelle persone più anziane.

Perché questa storia è importante?

Perché per decenni ci è stato insegnato che l’abbassamento del colesterolo rappresentava automaticamente un miglioramento della salute cardiovascolare.

Questo studio ricordò invece una lezione fondamentale della scienza:

un indicatore biologico non è necessariamente un indicatore di sopravvivenza.

Ridurre un numero nelle analisi non significa automaticamente vivere più a lungo.

La vera domanda non è se il colesterolo si abbassi.

La vera domanda è:

quell’intervento migliora davvero la salute e riduce il rischio di morte?

Sono due cose molto diverse.

Ed è proprio per questo che gli studi clinici completi sono più importanti delle ipotesi, delle teorie e delle convinzioni consolidate.

Ahhhh, sti gomblottisti…
15/06/2026

Ahhhh, sti gomblottisti…

NEL 1918 LA MARINA AMERICANA PROVÒ A CONTAGIARE 161 UOMINI SANI.NON CI RIUSCÌ.Nel novembre del 1918, nel pieno della più...
15/06/2026

NEL 1918 LA MARINA AMERICANA PROVÒ A CONTAGIARE 161 UOMINI SANI.
NON CI RIUSCÌ.

Nel novembre del 1918, nel pieno della più devastante pandemia della storia moderna, la Marina degli Stati Uniti avviò una serie di esperimenti destinati a rispondere a una domanda apparentemente semplice:

Come si trasmette l’influenza?

Sull’isola di Deer Island, vicino a Boston, 62 marinai sani si offrirono volontari per essere deliberatamente esposti alla cosiddetta “influenza spagnola”.

I ricercatori spruzzarono nelle loro narici e nelle loro gole muco prelevato da pazienti malati.

Tamponarono le mucose nasali dei volontari con secrezioni provenienti direttamente da soggetti influenzati.

Instillarono materiale biologico negli occhi.

Iniettarono sotto la pelle muco filtrato proveniente da pazienti infetti.

Arrivarono perfino a iniettare nel sangue dei volontari campioni prelevati da persone gravemente ammalate.

Risultato?

Nessuno dei 62 marinai si ammalò.

Gli esperimenti continuarono in parallelo anche ad Angel Island, a San Francisco, e a Gallups Island, nel porto di Boston.

Complessivamente parteciparono 161 volontari in 25 diversi esperimenti distribuiti nell’arco di sei mesi.

Le procedure divennero sempre più estreme.

In uno degli studi più sorprendenti, dieci uomini sani furono fatti sedere accanto a trenta pazienti ricoverati per influenza.

Ogni volontario trascorse alcuni minuti faccia a faccia con ciascun malato.

I pazienti respiravano direttamente sul loro volto, tossivano ripetutamente a pochi centimetri di distanza e i volontari dovevano inspirare profondamente.

Ogni uomo ripeté questa procedura con dieci pazienti diversi.

In totale, tra 30 e 50 minuti di esposizione diretta a persone gravemente malate nel mezzo di una pandemia che avrebbe causato decine di milioni di morti nel mondo.

Eppure…

Nessuno dei dieci volontari sviluppò l’influenza.

Alla fine dell’intero programma sperimentale, soltanto tre partecipanti manifestarono qualche sintomo.

Due furono classificati come casi influenzali.

Un terzo presentò sintomi dubbi.

In totale: 2 casi su 161 uomini.

Un tasso di circa l’1,2%.

Questi studi furono autorizzati dal Surgeon General degli Stati Uniti, coinvolsero professori universitari, oltre cinquanta ufficiali della Marina e alcuni dei migliori ricercatori disponibili all’epoca.

Ancora oggi rappresentano uno dei più grandi tentativi sperimentali mai realizzati per comprendere la trasmissione dell’influenza.

La domanda interessante non è tanto cosa dimostrarono.

Ma cosa non riuscirono a dimostrare.

Perché se l’esposizione diretta a secrezioni, sangue, tosse e contatto ravvicinato con pazienti gravemente malati non produsse il risultato atteso, vale la pena chiedersi quanto ancora abbiamo da imparare sui meccanismi reali della trasmissione delle malattie infettive e sul ruolo svolto dall’ospite, dal terreno biologico e dalle condizioni individuali nella comparsa della malattia.

I social ci hanno abituati a guardare lo sport nel modo sbagliato.Vediamo il traguardo, ma non il percorso.Vediamo la me...
14/06/2026

I social ci hanno abituati a guardare lo sport nel modo sbagliato.

Vediamo il traguardo, ma non il percorso.
Vediamo la medaglia, ma non gli allenamenti.
Vediamo il risultato, ma non i sacrifici che lo hanno reso possibile.

In pochi secondi scorrono davanti ai nostri occhi vittorie, record, corpi perfetti e prestazioni straordinarie. Ma lo sport vero non è questo.

Lo sport non è il momento in cui si vince.
È tutto ciò che accade prima.

Sono i mesi di allenamento quando nessuno guarda.
Sono le sveglie all’alba.
Sono gli errori, le sconfitte, le giornate storte e la fatica che sembra non portare da nessuna parte.

Eppure è proprio lì che si nasconde il suo valore più grande.

Lo sport non riguarda soltanto l’aspetto fisico. Riguarda l’attesa, la disciplina, la costanza e la capacità di rialzarsi dopo ogni caduta.

In una società ossessionata dall’apparenza, rischiamo di dimenticare che lo sport non serve principalmente a essere ammirati, ma a vivere meglio.

La sua bellezza non sta nella perfezione, ma nella sua profonda e autentica umanità.

Se riduciamo lo sport a una vetrina di risultati e consenso, finiamo per scambiare la nostra crescita personale con qualche like in più.

E sarebbe uno scambio davvero molto povero.

13/06/2026

HO PARLATO SPESSO IN QUESTO CANALE DELLA REALTA'...

Il libro "Visual Intelligence" di Donald D. Hoffman esplora come la vista non sia una ricezione passiva di dati, ma un processo di costruzione attiva operato dalla mente. Attraverso l'uso di illusioni ottiche e paradossi visivi, l'autore dimostra che il cervello elabora costantemente immagini basandosi su regole innate per creare una realtà coerente. Questa capacità creativa è talmente complessa da superare le prestazioni dei più moderni supercomputer, avvenendo però in modo del tutto inconscio.

Hoffman paragona la nostra percezione a un'interfaccia informatica, dove ciò che vediamo sono icone funzionali che nascondono una complessità sottostante molto più profonda. Il testo esamina inoltre come questa intelligenza visiva sia condivisa con altre specie animali, evidenziando le radici evolutive del nostro modo di interpretare il mondo. Infine, l'opera sottolinea l'importanza di comprendere questi meccanismi per settori come il marketing, il design e la realtà virtuale.

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