02/11/2013
Preghiera di un medico di campagna
O Signore, riempi il mio cuore di amore per i miei ammalati, per la mia scienza, per la mia professione, e non permettere mai che, per orgoglio, per amore di lucro, o di gloria, od altro, io possa ve**re meno ai dettami della mia coscienza.
Dammi la forza per conservare, sempre immacolata, la dignità della mia arte e la saggezza per comprendere e compatire l’egoismo di chi soffre, l’ignoranza di chi lo circonda e l’irriconoscenza degli uomini.
Dammi la forza necessaria per accorrere, sempre sereno, dove un essere umano mi chiama, sia esso amico o nemico, ricco o povero, giovane o vecchio, ed illumina e guida, al suo capezzale, il mio giudizio e la mia esperienza.
Non negare alla mia opera un raggio della Tua luce, si che essa possa sempre dare sollievo e conforto; si che essa possa riaccendere il raggio della speranza e della fede nel cuore dei miei ammalati.
Mantieni sempre vivo e profondo nel mio spirito il desiderio di conoscere, la facoltà di osservare e la capacità di sintesi, per poter risalire a verità sempre nuove e non ricalcare gli errori; ma tutto ciò senza che mai venga meno, nell’esercizio della mia opera, la sicura guida del buon senso, la vigile coscienza delle mie possibilità ed il profondo senso umano della mia professione.
Non negare alla mia giornata che incomincia il viatico di una buona azione, e alla sua fine un libro ed un fiore che allarghi sempre più la cerchia delle mie conoscenze e riposi ed elevi il mio spirito nella visione del Creato.
Benedici e sorreggi l’opera di chi, come me, vive la stessa giornata; liberami da fatui orgogli e da meschine rivalità verso di lui, e fa che, nella comune opera di bene, io lo ritrovi due volte fratello.
O Dio dei miseri, perdona ai miei poveri ammalati, perdona a me, misero pure io, ed accogli nella Tua gloria e nel Tuo perdono quegli sventurati a cui la mia povera scienza non ha saputo dare nè la salute nè la vita.
O Signore, quando la mia ultima giornata sarà finita, fa che io possa aprire le braccia alla francescana sorella, non più nemica dell’opera mia, con quell’abbandono fiducioso e sereno con cui, tante volte, dopo il mio quotidiano lavoro, benedetto da Te, mi sono abbandonato al sonno ristoratore.
Dott. Piero Doneddu – (Buddusò)