Dott. Andrea Monti

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Medico Chirurgo, Specialista in Chirurgia Vascolare ed Endovascolare - Dirigente Medico I livello, SC Chirurgia Vascolare AO Ordine Mauriziano, Torino - Socio SICVE, ESVS e SIDV.

IL BYPASS È PRFERIBILE, SE IL PIEDE È MAL MESSO1. L'arteriopatia periferica degli arti inferiori.L'arteriopatia ostrutti...
05/09/2026

IL BYPASS È PRFERIBILE, SE IL PIEDE È MAL MESSO

1. L'arteriopatia periferica degli arti inferiori.
L'arteriopatia ostruttiva periferica (peripheral arteries disease, PAD) degli arti inferiori è dovuta alla riduzione del sangue che arriva a gamba e piedi per colpa di restringimenti (stenosi) o ostruzioni delle arterie. Spesso esordisce fin da subito con le sue espressioni cliniche più gravi quali ulcere e e gangrena a livello del piede o delle dita del piede. A causa sedentarietà o altri motivi, la persona malata sino ad allora poteva non aver avuto altri sintomi quali dolore camminando o dolore a riposo.
Quando sono presenti dolore a riposo, ulcere e/o gangrena ci si trova agli ultimi stadi della malattia e si parla di ischemia critica (critical limb-threatening ischemia, CLTI) perché si tratta di una condizione caratterizzata da una grave prognosi tanto per la sopravvivenza dell'arto, gravato da un rischio di amputazione ad 1 anno sino al 40%, quanto per la sopravvivenza dell'individuo su cui incombe un alta probabilità di eventi cardiovascolari (infarto miocardico, ictus) anche fatali.

2. I tipi di rivascolarizzazione.
In queste condizioni per salvare l'arto occorre riportare sangue dove non ne arriva abbastanza: il Chirurgo Vascolare valuta la migliore strategia per rivascolarizzare l'arto inferiore avvalendosi di tecniche endovascolari, chirurgiche o ibride. Le prime sono caratterizzate dalla fattibilità spesso in anestesia locale e prevedono solitamente un accesso percutaneo: si punge l'arteria attraverso la pelle del paziente e grazie a strumenti come fili guida e cateteri si raggiungono e si valicano i restringimenti o le ostruzioni a livello delle quali si esegue il trattamento vero e proprio di angioplastica percutanea (il cosiddetto "palloncino") o con il posizionamento di uno stent (in realtà al giorno d'oggi gli strumenti endovascolari a disposizione sono molti di più, ma di questo parleremo un'altra volta). Il trattamento chirurgico invece può prevedere anestesia spinale o generale va dall'edoarterectomia (una sorta di pulizia degli strati interni dell'arteria dalle "incrostazioni" aterosclerotiche che determinano una stenosi) al bypass cioè creare un nuovo passaggio di sangue da un punto ove esso arrivi normalmente sino a dove ve ne è bisogno utilizzando le vene del paziente o dei tubi protesici. Quando durante uno di questi interventi si impiegano anche le tecniche endovascolari per "sistemare" segmenti arteriosi a monte (verso il cuore) o a valle (verso il piede) allora si parla di interventi ibridi.

3. Lo studio.
Se il paziente ha uno o più dita gravemente danneggiate dalle ulcere o estesamente coinvolte dalla gangrena (la necrosi dovuta alla morte dei tessuti a causa dell'assenza di sangue) spesso per completare il salvataggio d'arto eliminando il dolore ed il rischio di infezioni occorre completare la rivascolarizzazione con un amputazione di uno o più dita. Questa può avvenire a distanza di tempo (circa 30 giorni in caso serva far delimitare bene il tessuto salvabile da quello non salvabile) o durante lo stesso intervento. Anche quando è necessario amputare una o più dita del piede l'intento è restituire al paziente un appoggio funzionale: è per questo che sino all'amputazione di avampiede (amputazione trans-metatarsale) ben guarita si parla di "salvataggio d'arto".

Un recente studio giapponese ha evidenziato un maggior tasso di guarigioni della ferita a livello del moncone è migliore dopo i bypass sia per le amputazioni di un singolo dito (84.4% vs 72.7%) sia per le amputazioni di più dita (73.6% vs 53.4%).
L'analisi dei diversi gruppi ha messo anche in evidenza come, mentre è notoriamente importante con le tecniche endovascolari riportare il sangue all'arteria del piede che alimenta il territorio danneggiato, il bypass appare meno vincolato al cosiddetto "vaso target" nell'ottenere migliori tassi di guarigione del moncone di amputazione.
Come già noto, inoltre, il prezzo di una minore invasività degli interventi endovascolari è la maggiore probabilità di dover reintervenire sulla rivascolarizzazione per ottimizzare il risultato (45.1% vs 24.0% in caso di 1 solo dito coinvolto, 42.0% vs 27.7% in caso di lesioni o gangrena più estese con coinvolgimento di più dita).
Ad un'analisi statistica più approfondita per eliminare le molti variabili differenti tra i gruppi di persone è apparso con il bypass un maggior tasso di salvataggio d'arto (HR 0.29) ed una maggiore propensione alla guarigione delle ferite (HR 1.60): questi numeri si possono tradurre con un rischio di perdita d'arto inferiore ad un terzo ed una propensione dalla guarigione della ferita di oltre una volta e mezzo.
Gli Autori sottolineano come tali benefici risultano più sensibili quanto più la compromissione dei tessuti al piede è estesa, sia utilizzando le tradizionali classificazioni per la stadiazione dell'ischemia critica (WIfI) sia utilizzando una pragmatica categorizzazione da loro proposta che tiene conto del numero di dita coinvolte.

Kurose S et al. JVS 2026, in press.

COLLOQUI SULL'ELASTOCOMPRESSIONE - III- Ma da quanti denari sono le calze che dovrò indossare?- Sarebbe meglio non usare...
29/08/2026

COLLOQUI SULL'ELASTOCOMPRESSIONE - III

- Ma da quanti denari sono le calze che dovrò indossare?

- Sarebbe meglio non usare denari (DEN) come unità di misura per la prescrizione delle calze terapeutiche. I denari si riferiscono alla grammatura del tessuto e, anche se spesso il grado di compressione può andare di pari passo ad essa, oggigiorno sono presenti filati tecnologici che permettono di avere la compressione che ci serve con un "peso" inferiore.

- E quindi mi segnalerà la pressione necessaria?

- Si, certo. La prescrizione può essere espressa in termini di una misura di pressione, cioè, millimetri di mercurio (mmHg) che evita alcuni malintesi avendo un riferimento numerico, ma anche in termini di "classe terapeutica". Per convenzione sono stabilite quattro classi di compressione terapeutica che fanno riferimento ad intervalli di pressione adatti alle diverse fasi della malattia. Purtroppo bisogna solo fare attenzione che tra le diverse "scale" (francese, inglese ed americana) esistono delle piccole differenze.

- Ma allora a cosa servono le classi, non è meglio che mi prescriva direttamente la pressione come mi diceva prima?

- Segnando la pressione non si sbaglia mai, però avere sulla confezione della calza il simbolo di certificazione della classe terapeutica secondo l'una o l'altra classificazione (da noi facilmente si possono trovare quelle che fanno riferimento allo standard tedesco o francese, rispettivamente KKL-RAL o ASQUAL) è una garanzia di qualità costruttiva della calza elastica: è come se quel simbolino le garantisse che quella calza alla caviglia avrà una pressione in mmHg nell'intervallo dichiarato e lo manterrà all'interno dell'intervallo per un periodo fino ai 6 mesi, se correttamente utilizzata e lavata secondo le istruzioni.

COLLOQUI SULL'ELASTOCOMPRESSIONE - II- Posso usare le calze che mi hanno fatto comprare quando sono stato ricoverato per...
15/08/2026

COLLOQUI SULL'ELASTOCOMPRESSIONE - II

- Posso usare le calze che mi hanno fatto comprare quando sono stato ricoverato per l'intervento alla colecisti?

- No. Le calze che abitualmente si prescrivono in caso di allettamento si chiamano calze anti-trombo e non hanno nulla a che fare con la terapia della malattia venosa cronica. Innanzitutto tutto si tratta di calze con una compressione minore (circa 14-18 mmHg) perché hanno lo scopo di prevenire la trombosi dovuta all'immobilità a letto in persone altrimenti sane dal punto di vista delle vene degli arti inferiori. Inoltre spesso sono di fattura piuttosto grossolana in modo da essere sufficientemente economiche visto che devono durare quanto basta alla permanenza sul letto dell'ospedale.

- Ma quelle mi sembravano già molto strette.

- Possono sembrare rigide e difficili da mettere, ma la loro compressione è insufficiente per le persone affette da malattia venosa cronica che, a seconda della gravità del quadro, possono aver bisogno di compressioni dai 20 agli oltre 40 mmHg (millimetri di mercurio, la misura della pressione esercitata alla caviglia): infatti in questo caso di parla di calze terapeutiche.

Per motivi sociali e non, il Sudafrica ha fornito negli anni una gran mole di dati sui traumatismi civili (così chiamati...
08/08/2026

Per motivi sociali e non, il Sudafrica ha fornito negli anni una gran mole di dati sui traumatismi civili (così chiamati per distinguerli da quelli che si verificano in scenari di guerra).

Una casistica in particolare, quella dell'Unità Traumatologica del Chris Hani Baragwanath Hospital di Johannesburg, sottolinea l'associazione delle lesioni dell'arteria poplitea semplicemente correlandole con la dinamica del trauma.
In caso di fratture della porzione distale del femore o prossimale della tibia oppure di instabilità di ginocchio le lesioni arteriose poplitee ammontavano al 9.7%, mentre salivano al 15.4% in caso di lussazione del ginocchio ed al 17.8% in caso di lesione penetrante.
A questa osservazione affianca la considerazione che, valutando i segni clinici suggestivi per lesioni arteriose dell'arteria poplitea ("soft signs"), la conferma di lesione avveniva nel 10.8% dei casi.

Questa osservazione conferma un concetto che i traumatologi conoscono molto bene: spesso la dinamica del trauma fornisce indizi molto affidabili e ciò è importate quando si ha a che fare con un paziente la cui risposta dell'organismo alla minaccia del trauma stesso può confondere la valutazione clinica.

EJVES 2025;69:174

COLLOQUI SULL'ELASTOCOMPRESSIONE - I- Ma adesso che fa così caldo posso evitare di mettere le calze elastiche?- No. Quan...
01/08/2026

COLLOQUI SULL'ELASTOCOMPRESSIONE - I

- Ma adesso che fa così caldo posso evitare di mettere le calze elastiche?

- No. Quando fa molto caldo le vene si dilatano, l'edema (il gonfiore) aumenta e con esso peggiorano i disturbi: sia i sintomi come la gamba sempre più stanca e pesante con il passare delle ore fino a sera sia le alterazioni della pelle che compaiono con gli stadi più gravi della malattia venosa cronica. Capita spesso purtroppo che proprio a causa dell'abbandono della calza elastica durante i mesi estivi, noi assistiamo a molte ulcere venose recidive, lesioni della pelle che ricompaiono magari dopo una precedente guarigione dovuta alla diligente terapia elastocompressiva.

- E se decidessi di sopportare un po' di più i fastidi ed evitassi ugualmente di usare le calze?

- Mi sento di sconsigliarglielo. In estate, oltre al peggioramento dei sintomi, non utilizzare la calza significa anche ridurre la protezione dalle trombosi venose, un altro beneficio della terapia elastocompressiva. Senza calza elastica le persone con malattia venosa cronica, che già porta con sé un maggiore rischio di trombosi venosa, lo possono vedere aumentare per l'aggiungersi di altre situazioni tipiche del periodo estivo come la disidratazione e magari i lunghi viaggi di andata e di ritorno per la villeggiatura.

- Quindi sono costretta a patire il caldo tenendo le calze addosso tutta l'estate?

- Quello che si può fare per non rinunciare alla cura e mantenere un'adeguata protezione è passare eventualmente da una calza alla coscia o collant ad un gambaletto. Il grosso del funzionamento della calza elastica dipende dalla compressione del piede e dei muscoli del polpaccio, ma avere la coscia libera potrà darle un po' di sollievo. Inoltre se vuole può scegliere un gambaletto con la punta aperta che lascia le dita fuori sia per ridurre la sensazione di calore sia per poter utilizzare calzature tipicamente estive.

Ecco un'infografica che riassume i dati salienti dello studio HOST-EXAM sull'attuale rivisitazione del ruolo di due anti...
25/07/2026

Ecco un'infografica che riassume i dati salienti dello studio HOST-EXAM sull'attuale rivisitazione del ruolo di due antiaggreganti piastrinici fondamentali nella pratica clinica per la prevenzione primaria e secondaria degli eventi cardiovascolari.

UNA LUNGA CAMMINATA... CON LE CALZE ELASTICHEDopo il recente webinar sulla malattia venosa durante il quale ho chiacchie...
18/07/2026

UNA LUNGA CAMMINATA... CON LE CALZE ELASTICHE

Dopo il recente webinar sulla malattia venosa durante il quale ho chiacchierato con i Colleghi Medici di Medicina Generale in merito ai percorsi di diagnosi e cura della patologia, è emerso il più grande problema della terapia: la difficoltà di ottenere una sufficiente aderenza da parte delle persone ammalate all'utilizzo del trattamento elastocompressivo, le calze elastiche.

Parlandone è stato curioso scambiarsi aneddoti sulle più comuni lamentele; ci ha permesso di sottolineare quali siano gli "scogli" più frequenti contro cui si scontrano le nostre prescrizioni.

L'utilizzo delle calze calze elastiche è fondamentale per ridurre i sintomi ed il peggioramento della malattia, ma anche per mantenere un'adeguata protezione contro le complicanze più temute della stessa: da una parte le alterazioni della pelle fino alla comparsa delle ulcere, dall'altra il sovrapporsi di una trombosi venosa.

Quindi ho deciso, in vista della giornata mondiale sulla diagnosi e cura della trombosi venosa e dell'embolia polmonare che ricorre il 13 ottobre di ogni anno, di iniziare un percorso dal format "leggero" per tutti voi: una serie di colloqui tra medico e paziente sull'elastocompressione che prendono spunto dalle reali obiezioni che sentiamo tutti i giorni nei nostri studi medici.

Il percorso inizierà da subito, con il grande caldo, quando i sintomi si fanno più sentire ed ancor minore è la voglia di mettere le calze elastiche.
Ogni due settimane un nuovo colloquio ci avvicinerà - si spera - alle prime frescure dell'autunno, in modo da arrivare al 13 ottobre avendo superato l'estate protetti dalle calze.

L'ANESTESIA REGIONALE MIGLIORA I RISULTATI DELLE RIVASCOLARIZZAZIONI DEGLI ARTI INFERIORICapita che alcuni pazienti, leg...
11/07/2026

L'ANESTESIA REGIONALE MIGLIORA I RISULTATI DELLE RIVASCOLARIZZAZIONI DEGLI ARTI INFERIORI

Capita che alcuni pazienti, legittimamente in preda ad un po' di ansia preoperatoria, chiedano all'equipe medica di essere sottoposti ad intervento in anestesia generale anche quando non vi siano controindicazioni all'anestesia regionale.

Per anestesia regionale (RA) si intende un insieme di pratiche anestesiologiche che comprende l'anestesia spinale, la peridurale ed i blocchi nervosi periferici; queste tecniche sono spesso utilizzate per consentire gli interventi che coinvolgono la parte inferiore del tronco e/o gli arti inferiori.
È noto come, rispetto all'anestesia generale (GA), l'utilizzo della locoregionale (RA) riduca le complicanze generali di tipo cardiovascolare, polmonari ed il rischio di instabilità postoperatoria dei pazienti.

Un recente studio su oltre 500 persone ha dimostrato il ruolo protettivo anche nei confronti dell'efficacia stessa della rivascolarizzazione.
Il gruppo iniziale di studio ne riguardava 628 che sono state "appaiate" con metodi statistici (propensity score matching, PSM) per evitare fattori confondenti e dare maggior significato all'analisi che, alla fine è stata eseguita su 512 pazienti.
Sono state valutate tanto le rivascolarizzazioni chirurgiche (bypass e trombectomie) quanto quelle endovascolari (angioplastica percutanea e stenting, con e senza prodotti a rilascio di farmaco).

Già nel breve periodo postoperatorio (30 giorni dall'intervento) la RA ha dimostrato migliori risultati in termini di pervietà (bypass o arteria trattata esenti da occlusione o restenosi significativa, cioè restringimento superiore al 50% del diametro) e anche di salvataggio d'arto: in particolare per la prima 94% con RA e 88.% con GA, mentre per il secondo 96.5% con RA e 92% con GA.

Analizzando la tecnica anestesiologica come gli altri fattori di rischio il ruolo protettivo appare ancore più evidente: mentre diabete, insufficienza renale e gravità dell'arteriopatia aumentano il rischio di occlusione o restenosi a 30 giorni (rispettivamente di circa 1.8, 2.1 e 2.5 volte) e anche quello di perdita d'arto (2.7 volte in caso di insufficienza renale e 3.2 volte in caso arteriopatia grave), l'anestesia regionale è apparsa dimezzare il rischio di occlusione o restenosi e quello di perdita d'arto.
Questo fattore protettivo si manteneva sia per le rivascolarizzazioni chirurgiche sia per quelle endovascolari ed era presente anche se analizzato nei sottogruppi ad alto rischio (diabetici, pazienti con insufficienza renale o con arteriopatia agli stadi più gravi).

Ci sono vari motivi per cui l'anestesia regionale è benefica, oltre che nei confronti delle possibili complicazioni di ordine generale (rischio di inferto, polmonite postoperatoria, etc.), anche in termini di efficacia della rivascolarizzazione: interrompendo il segnale del sistema nervoso autonomo ortosimpatico favorisce la vasodilatazione a carico degli arti inferiori, attenua la risposta infiammatoria dell'intero organismo mediata dagli ormoni dello stress ed il loro effetto negativo sull'endotelio (lo strato interno dei vasi sanguigni che fisiologicamente previene la trombosi) ed evita l'instabilità emodinamica postoperatoria che può invece essere presente con l'anestesia generale, cioè quel rischio di fluttuazioni della pressione sanguigna che possono compromettere il risultato immediato di una rivascolarizzazione.

Ovviamente ci sono anche motivi legati al tipo di intervento o a caratteristiche del paziente che inducono a preferire l'anestesia generale o controindicano quella regionale, ma potendo scegliere, la seconda andrebbe preferita in questo ambito.

It J Vasc Endovasc Surg 2026;33:1-9

A che stadio della malattia venosa cronica compaiono le teleangectasie?La risposta è meno semplice di quanto si potrebbe...
27/06/2026

A che stadio della malattia venosa cronica compaiono le teleangectasie?

La risposta è meno semplice di quanto si potrebbe pensare.

Rimanete "sintonizzati": manca una settimana.

https://fb.me/e/9ZW8SuBpX

16/04/2026

Combined oral contraceptives and hormone-replacement therapy increase the risk of venous thromboembolism, although the absolute risk is low. Transdermal estradiol and micronized progesterone carry lower risk.

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