Antonino Varisco - Psicologo

Antonino Varisco - Psicologo Contenuti di psicologia con un linguaggio divulgativo

Psy a Palermo, a Bagheria e online. Antispecista 🐾

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LGBTQ+ 🌈

08/09/2026

Il paradosso del professionista affermato che continua a rincorrere nuovi progetti e clienti/pazienti a scapito del proprio benessere nasce da un'intersezione profonda tra fattori psicologici, culturali e meccanismi di difesa personali. Quando la crescita lavorativa smette di essere uno strumento per vivere bene e diventa un fine unico, la vita privata ne paga quasi sempre il prezzo.

​Uno dei nodi centrali è la fusione identitaria. Spesso chi opera in ambiti come la medicina, la psicologia o la nutrizione finisce per sovrapporre del tutto il proprio valore umano al ruolo professionale. In questa dinamica, l'agenda piena, i grandi numeri e i nuovi progetti diventano l'unica fonte di rassicurazione e stima di sé: fermarsi o dire di no a una richiesta viene percepito non come una pausa salutare, ma come un rischio di svalutazione o di perdita di rilevanza.

​A questo si aggiunge la trappola della scarsità e la paura dell'oblio. Anche quando il successo è ampiamente consolidato, resta frequentemente attiva un'ansia di fondo legata alla precarietà o all'idea di essere dimenticati dal mercato. Il timore irrazionale che il flusso possa improvvisamente arrestarsi spinge a procacciare continuamente, alimentando un senso di urgenza costante.

​Spesso, poi, l'iperlavoro funge da strategia di evitamento emotivo. La vita privata richiede di stare nella vulnerabilità, nell'imprevedibilità delle relazioni personali e talvolta nel silenzio delle proprie insoddisfazioni.

La dimensione professionale, al contrario, offre un ambiente altamente strutturato, con regole chiare, riscontri misurabili e un senso di controllo apparente. Riempirsi di impegni permette di non dover affrontare le fragilità o i vuoti del proprio mondo affettivo.

​Infine, gioca un ruolo determinante il treadmill edonico alimentato dalla cultura dell'iper-prestazione. Il cervello si assuefà rapidamente ai traguardi raggiunti, richiedendo "dosi" sempre maggiori di visibilità, clienti o metrici per sperimentare la stessa gratificazione dopaminergica, trasformando la carriera in una corsa senza linea d'arrivo.

La dipendenza da lavoro oggi è percepita praticamente come un'ambizione, sottovalutando i rischi

06/09/2026

Nella cultura moderna, il diritto ad avere un'opinione è considerato intoccabile.
Se un fatto scientifico viene percepito come un'opinione, qualsiasi critica a quel fatto viene vissuta come un attacco alla libertà di pensiero personale.

Dire "Secondo me" è di una pericolosità di cui non ci si rende conto.

Usare "secondo me" davanti a un fatto scientifico è pericoloso perché trasforma una realtà oggettiva e dimostrata in una semplice opinione. Questo meccanismo relativizza la verità, mette sul medesimo piano i dati provati e le teorie infondate, ed erode la fiducia nel metodo scientifico sostituendo le prove concrete con la percezione individuale.

​Anticipare un fatto scientifico con "secondo me" crea un cortocircuito: fa scivolare l'Episteme all'interno della Doxa. In questo modo si suggerisce, anche inavvertitamente, che l'esistenza di un fenomeno dipenda dal consenso o dal gradimento di chi ne parla.

​Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma la struttura, la definisce, la rende "vera".

Funari nel 1987 circa era già incredibilmente avanti, e tra i suoi intervistati, forse a caso tra il pubblico, vi sono persone che mischiano il "secondo me" con gli studi scientifici (un mix di ignoranza e pregiudizi verso l'omosessualità).

(Di contro, la signora vestita di bianco, riesce a cogliere le paure annesse alla virilità "minacciata".)
Stiamo attenti a cosa ci raccontiamo sui fenomeni (sul fronte medico, psicologico, ingegneristico, geologico, chimico...), e cerchiamo di distinguere la percezione/rappresentaziobe PERSONALE da quella SCIENTIFICA, e in generale dobbiamo prestare massima attenzione alle fonti e alla loro attendibilità.

02/09/2026

Colludere con delle richieste non sempre è utile alla persona.

Ci sono situazioni in cui per il benessere del paziente è necessario sottrarsi a ciò che chiede, esplorando insieme i motivi, le fantasie, le aspettative, e le reazioni alla decostruzione di ciò che chiede.

Ad esempio, se viene da me una coppia in crisi, potrebbe avere l'aspettativa di essere aiutata a rinsaldare il legame, ma magari si scoprirà che per il benessere di entrambi è anche possibile che si lascino.

O qualcuno potrebbe chiedermi di essere aiutato nel suo obiettivo di lavoro e scoprire che in realtà non è quello che vorrebbe realmente, e magari lo persegue per non deludere i genitori.

Oppure richieste sul setting, come dico nel video.

Sapere quando non assecondare tali richieste è uno degli aspetti cruciali della competenza clinica ed etica in psicologia.

Le richieste possono spaziare da aspetti pratici (modificare continuamente gli orari, concedere sconti extra, comunicare via chat fuori orario) a dinamiche relazionali o di contenuto (chiedere consigli direttivi su cosa fare della propria vita, pretendere che il professionista prenda le sue parti contro un terzo, o richiedere scorciatoie di intervento).

Per molti pazienti, la dinamica della richiesta è la replica di schemi relazionali abituali (il bisogno di compiacere, il controllo, o l'attesa di una risposta immediata ai propri bisogni).

Sperimentare un limite fermo ma empatico offre un'esperienza emotiva correttiva: mostra che la relazione può sopravvivere al conflitto, al rifiuto e alla frustrazione, favorendo l'autonomia e l'autoregolazione emotiva.

Alcune richieste possono rivelarsi dannose per il paziente stesso, come la pretesa di un intervento rapido e superficiale di fronte a nodi complessi, o l'aspettativa che il professionista operi al di fuori del perimetro delle proprie competenze ed etica professionale (codice deontologico).

​Disattendere una richiesta non significa dunque rifiutare la persona, ma spostare il focus dal contenuto esplicito della domanda al suo significato profondo





02/09/2026

Richieste con focus specifici, ad esempio su sintomi o disturbi, o desiderio di affrontare determinate tematiche e concentrarsi solo su quelle.

Ci sta, come inizio, ma Noi umani siamo qualcosa di molto più complesso, ed è fondamentale con uno psicologo costruire una cornice che contenga al suo interno l'intero "pianeta" della persona.

Uno dei rischi maggiori è quello di IDENTIFICARSI col disturbo/tema.

Focalizzarsi unicamente sul sintomo significa trattare un'espressione isolata senza comprenderne l'origine.

Ogni manifestazione emotiva o psicologica acquista infatti significato solo se inserita nella storia di vita, nelle relazioni e nel funzionamento complessivo dell'individuo.

​Allargare lo sguardo all'interezza della persona permette di individuare le dinamiche profonde che alimentano il disagio, valorizzando al contempo le risorse e i punti di forza già presenti.

Questo approccio favorisce una maggiore consapevolezza di sé e una vera integrazione dei propri vissuti, garantendo un cambiamento solido e un benessere duraturo anziché una semplice gestione temporanea del problema.



27/08/2026

Ondate di calore costanti che hanno modificato le aspettative di questa estate, innescando un senso di delusione per chi sperava in qualcosa di rigenerante e stimolante.

Tantissima gente, infatti, è sensibile al caldo intenso e dunque rimane in casa, posticipando anche la socialità.

Si fanno strada sintomi depressivi e sintomi ansiosi.

Uno dei vissuti che emerge, invece, riguarda il passato. Come una nostalgia di tempi d'estate che non torneranno più.

In una società che ci vuole sempre dinamici, attivi e protagonisti di avventure da raccontare (ed esibire), ci si sente indietro, quasi fallimentari, se ci si sottrare a tale velocità e a tali numeri di "cose da fare".

21/08/2026

La bellezza, ma anche la tenerezza, di chi durante l'estate mi aggiorna con qualche messaggio su come sta.

Non solo per problemi, ma anche ciò che di piacevole vive.

L'interruzione estiva del viaggio insieme comporta un impatto emotivo significativo, poiché sospende temporaneamente uno spazio fondamentale per l'equilibrio interiore, e va a modificare quel setting settimanale consolidato.

La mancanza dello psy può generare reazioni complesse e contrastanti, che vanno dal timore dell'abbandono all'esigenza di misurarsi con la propria autonomia, fino alla riemersione di antiche insicurezze sulla stabilità dei legami.

Diventa anche un'occasione, ambedue le parti, dj valutare quando è il caso di programmare una seduta extra durante il periodo estivo e quando invece è il caso di gestire da sé un determinato momento.

Non si tratta di giusto o sbagliato, bensì di materiale clinico su cui lavorare.

Da parte dello psy è come un "buon genitore": deve sapere quando accogliere con flessibilità una richiesta e quando invece deve limitarsi a stare fuori scena.

Da parte del paziente è un'occasione per scoprire se sa quando chiedere aiuto (c'è chi contatta per un non nulla, e c'è chi non telefona nemmeno se è in punto di morte perché non vuole disturbare).

​Tuttavia, quando questo distacco viene vissuto entro limiti tollerabili, si rivela un'esperienza altamente costruttiva.

La pausa permette di sperimentare la separazione senza che questa si traduca in una perdita reale, offrendo l'opportunità di contenere i propri vissuti emotivi e di far affidamento sulle risorse interne maturate durante il percorso.

​Infine, il rientro in seduta assume una forte valenza riparativa: per chi ha vissuto relazioni precarie o interruzioni traumatiche, constatare che il rapporto sopravvive alla distanza conferma la solidità e la tenuta del legame di cura.

NB: la separazione riguarda entrambe le parti. Lo psicologo può sentire la mancanza, chiedersi come stiano i pazienti, essere preoccupato per determinate situazioni delicate, ripensare alle narrazioni, al legame profondo, alle sedute "vuote" o "piene", ai pianti, alle risate...

Siamo storie...in paus

12/08/2026

Capita che ci si isoli perché l'esistenza è diventata troppo pesante da sostenere.

Si indossa una maschera, NON PER FALSITÀ, ma per non dare spiegazioni, o per proteggere gli altri dal nostro buio.

Anche dar voce ai nostri tormenti può fungere da amplificatore di ciò che invece vorremmo silenziare.

Oppure, un altro motivo di tale ritiro/silenzio è dovuto al ruolo che normalmente ci riconosciamo, quello di chi tende ad aiutare, piuttosto di chi si fa aiutare.

L'allontanamento, il silenzio o il rifiuto di un invito non sono quasi mai sintomo di disinteresse verso gli altri, ma piuttosto il riflesso di un dolore invisibile e silenzioso che non si palesa con le lacrime. Questa sofferenza si traduce spesso nei gesti più quotidiani, come la fatica di alzarsi dal letto, la difficoltà nel prendersi cura di sé o un no detto a malincuore quando il vero desiderio sarebbe solo ritrovare la serenità di un tempo.

​Mentre dall'esterno si tende a giudicare la persona come fredda, distaccata o cambiata, al suo interno si sta svolgendo una lotta estenuante.

Quando le energie emotive si esauriscono, anche le azioni più banali diventano ostacoli insormontabili. Sebbene non ogni forma di ritiro nasconda un malessere, questo ci ricorda che la superficie dei comportamenti non esprime mai l'intera verità di chi abbiamo davanti.

​Invece di fermarsi alle apparenze o liquidare la situazione con affrettate esortazioni a reagire, sarebbe più umano chiedersi quanta fatica stia davvero facendo l'altro nel nascondere il proprio travaglio (oltre dhe la sua origine).

Chi soffre in questo modo non ha bisogno di giudizi o frasi fatte, ma solo di uno spazio sicuro in cui NON DOVER FINGERE e della presenza discreta di qualcuno che scelga di rimanere al suo fianco.

10/08/2026

Indirizzo

Via Dante Alighieri 113
Bagheria
90011

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