Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

LA DOSE «Non appena cresce il disagio, torna il bisogno di una dose: chiamare l'amico, uscire, la ragazza, cibo, tenersi...
02/09/2026

LA DOSE
«Non appena cresce il disagio, torna il bisogno di una dose: chiamare l'amico, uscire, la ragazza, cibo, tenersi occupati, andare a correre, bere, fumare, ecc.
Non si cerca di star bene, ma si cerca di non star male.
Non si tratta necessariamente di evitare certe esperienze, ma di scoprire il grosso fraintendimento alla base. Nella soddisfazione momentanea, il livello del disagio diminuisce, anche se per brevi momenti.

Confondere, quindi, l'essere felici e lo star bene, con il non essere infelici e il non star male, è un primo elemento di fraintendimento comune. Facilmente diciamo di star bene con qualcuno, quando invece grazie a quel qualcuno non stiamo male, perché abbiamo una distrazione dal disagio esistenziale che ci accompagna tutta la vita. Ci si abitua a certe emozioni, e l'altra persona o situazione diventano il pretesto per continuare a sentirle, evitandone altre più spaventose. Nella solitudine, nell'assenza di direzioni, anziché vivere quella verità, cerchiamo nuovamente di innamorarci di qualcuno, o di fantasticare su qualche futuro. Insomma, vogliamo la nostra dose.

Preferiamo una falsa felicità piuttosto che una vera, solo per evitare di non attraversare la grotta ed uscire dall'altra parte. Conosciamo persone e situazioni apparentemente nuove, ma mai dopo aver superato la grotta, bensì sempre allo stesso punto. Infatti, pur cambiando corpi e scenografie, le emozioni, le colpe, le pretese, sono sempre le stesse.
Provare a rimanere senza soluzioni, senza correre verso la propria dose personale è l'azione più coraggiosa che si possa fare. La via verso la disintossicazione emozionale passa, necessariamente, per il sentire il proprio corpo e la mente tremare al bisogno della sua dose personale. Vedere la propria ombra per la prima volta, sentire quella paura di essere uccisi da questa, e scoprire che non uccide.»

Gabriele Pintaudi

ACCOGLIERE NON SIGNIFICA RASSEGNARSISi parla molto di accoglienza: accogliere ciò che sentiamo, ciò che ci accade, persi...
26/08/2026

ACCOGLIERE NON SIGNIFICA RASSEGNARSI

Si parla molto di accoglienza: accogliere ciò che sentiamo, ciò che ci accade, persino ciò che non possiamo cambiare. Ma è una parola che rischia di essere fraintesa.
Accogliere non significa sopportare. E soprattutto non significa rassegnarsi.
La rassegnazione contiene una rinuncia: qualcosa mi fa soffrire, vorrei che fosse diverso, ma penso di non poter fare altro che subirlo. L’accoglienza, invece, comincia da un atto di coscienza: riconoscere ciò che c’è, anche quando non corrisponde a ciò che vorremmo.
Il primo sguardo, però, dovrebbe rivolgersi verso di noi. Prima di attribuire interamente all’altro, a una relazione o a una situazione la causa del nostro disagio, dovremmo domandarci quale parte ci appartenga. Quali dinamiche ripetiamo? Quali aspettative portiamo con noi? Quali antiche ferite vengono riattivate dal presente?
Jung ci ha insegnato quanto facilmente proiettiamo fuori di noi ciò che ancora non riconosciamo dentro di noi. Per questo cambiare continuamente persone, luoghi o relazioni può diventare una fuga: possiamo cambiare scenario e ritrovare, poco dopo, lo stesso dramma con attori differenti.
Ma esiste anche il rischio opposto.
Il lavoro su di sé può trasformarsi in un alibi per sopportare indefinitamente ciò che ci fa male. Possiamo convincerci che dobbiamo comprendere ancora, essere più pazienti, lavorare ulteriormente su noi stessi. E qualche volta è vero. Altre volte, invece, dietro questa apparente saggezza si nascondono paura, abitudine, senso di colpa o timore dell’incertezza.
Qui Hillman aggiungerebbe forse qualcosa di prezioso: non tutto deve essere immediatamente corretto, guarito o ricondotto a una nostra mancanza. Occorre anche imparare a guardare ciò che si presenta per quello che è, senza costringerlo dentro una spiegazione che ci rassicuri.
Può arrivare allora un momento in cui abbiamo riconosciuto le nostre proiezioni, modificato il nostro comportamento, cercato di comprendere l’altro e osservato sinceramente le nostre paure. Eppure quella situazione continua a non appartenerci più.
Accoglierlo non significa aver fallito.
Significa prendere atto che una persona ha determinati limiti, che una relazione può offrirci soltanto ciò che è, che un ambiente forse non cambierà. E proprio questa accettazione della realtà può restituirci la libertà di scegliere.
Perché non sempre andarsene è una fuga, così come non sempre rimanere è coraggio.
Forse la differenza più profonda è proprio questa: la rassegnazione immobilizza, mentre l’accoglienza rende consapevoli.
Prima ci chiede di guardare dentro di noi e riconoscere ciò che possiamo trasformare. Poi ci chiede di guardare fuori di noi e vedere ciò che realmente esiste. Infine ci pone davanti alla domanda più difficile:
sto rimanendo perché questa realtà ha ancora qualcosa da chiedermi, oppure perché ho paura di lasciarla?
A volte accogliere significa restare e trasformarsi.
Altre volte significa riconoscere che la trasformazione più autentica consiste nell’avere il coraggio di prendere un’altra strada.

Non voglio più costruire casedentro cuori spezzati,cercare di aggiustare il tettoche perde ancora lacrimeper qualcunoe r...
21/08/2026

Non voglio più costruire case
dentro cuori spezzati,
cercare di aggiustare il tetto
che perde ancora lacrime
per qualcuno
e riparare assi di un pavimento
trascurato da altri.
Invece andrò nel mio cuore a forma di casa.
Con amore metterò ordine nel caos lasciato da altri,
la adorerò al punto che nessuno
potrà mai più definirla infestata.
E, infine,
aprirò le porte
e mi darò il benvenuto.

(Nikita Gill - "Case")

Immagine: Dipinto di Isaak Brodsky - 0"Fallen leaves"

20/08/2026
Reagire è facile.Fermarsi, invece, richiede presenza.L’intelligenza emotiva non significa reprimere quello che senti.Non...
18/08/2026

Reagire è facile.
Fermarsi, invece, richiede presenza.

L’intelligenza emotiva non significa reprimere quello che senti.
Non significa diventare freddo, controllato, impenetrabile.

Significa riconoscere ciò che si muove dentro di te prima che diventi una parola tagliente,
un gesto impulsivo, una risposta che ferisce qualcuno che non c’entra.

Perché le emozioni non sono il problema.
Il problema è quando le usi come scarico.
Quando trasformi la tua rabbia in distanza.
La tua paura in controllo.
La tua frustrazione in colpa da lanciare addosso agli altri.

Essere emotivamente maturi non vuol dire non provare nulla.
Vuol dire imparare a stare qualche secondo in più dentro quello che senti, senza consegnarlo immediatamente al mondo.

"Sentire. Respirare. Capire. Scegliere".

In quello spazio minuscolo tra impulso e risposta
si costruisce una forma rara di forza.
Non quella che domina gli altri.
Quella che non ha più bisogno di travolgerli.

Un segno di grande intelligenza emotiva è rifiutarsi di scaricare il proprio cattivo umore sugli altri.

(Charlie Fantechi)

Immagine: Dipinto di Nickie Zimov

Una delle cose che più mi stupisce è vedere come nella nostra cultura il concetto di responsabilità venga associato a qu...
18/08/2026

Una delle cose che più mi stupisce è vedere come nella nostra cultura il concetto di responsabilità venga associato a quello di colpa e come i due siano usati quasi come sinonimi.
Intanto, una persona è tanto più in grado di assumersi delle responsabilità quanto meno ragiona in termini di colpa.
Una persona in preda ai sensi di colpa rimane paralizzata e non compie proprio alcuna azione responsabile.
La colpa in sé e per sé è comunque un filtro che distorce la realtà, in qualsiasi direzione la si usi, sia per osservare il proprio comportamento che quello altrui.

Io credo che i concetti così condivisi e radicati di cattiveria e colpa siano etichette che gli uomini hanno creato dal nulla appiccicando tali terribili giudizi alla immaturità altrui nel tentativo di spiegarla ma soprattutto di cambiare l’altro a proprio piacere e secondo il proprio desiderio.
In fondo in fondo la colpa nasce come un bisogno di prendere potere sugli altri.
E in questo caso il potere viene acquisito in un modo molto subdolo, cioè mediante un sottile ricatto che investe la parte più nobile e profonda dell’essere umano e che suona pressappoco così: “Comportati come dico io altrimenti tu sei cattivo nel tuo vero essere, nel tuo cuore”.
Dall’altro lato spesso abbiamo paura di ferire o crediamo che dobbiamo rendere felici gli altri, e ci attribuiamo un potere onnipotente che di fatto non abbiamo.

Nella storia dell’umanità possiamo notare quanto l’atteggiamento di cercare una causa esterna del male sia frequente.
La grande cecità consiste nel credere a tale parziale e deresponsabilizzante interpretazione.
Guerre, crociate, persecuzioni razziali, fenomeni di intolleranza, rivoluzioni, spargimenti di sangue, faide, omicidi passionali, vendette di gruppo, terrorismo, sono evidenti fenomeni su scala sociale conseguenti a questo atteggiamento di vedersi sempre vittime di un qualcosa di esterno senza esaminare la propria parte di responsabilità e giustificando quindi azioni atroci innalzando sopra di esse una bandiera di giustizia.

Ma se dal piano sociale scendiamo a quello individuale e famigliare, a noi più vicino, il fenomeno del trovare il colpevole fuori di noi e conferire ad esso la responsabilità per le nostre sofferenze e per la nostra mancata autorealizzazione si fa estremamente evidente.
Sentirsi in colpa costa meno sforzo di fare concretamente qualcosa per rimediare ad un errore ma alla lunga si rivela svantaggioso.
In realtà l’assumersi concretamente la responsabilità della propria vita, dei propri pensieri, emozioni e comportamenti e dare un calcio al peso ossessionante dei sensi di colpa rappresenta l’unica strada per una serena realizzazione.

(Paolo Baiocchi - da “Responsabilità e sensi di colpa”)

Immagine: Opera di Jeff Stanford - "Anchored to the New"

11/08/2026

Le radici non appartengono al luogo della nascita
ma a quello dove scegliamo,
consapevolmente, di appartenere.

Non sempre coincidono con la casa d’infanzia,
con le strade che ci hanno visto crescere,
con le lingue che abbiamo imparato
prima ancora di sapere parlare.

A volte ci accorgiamo che lì, dove siamo nati,
non c’è spazio per espandersi,
che l’aria ci sta stretta
e le aspettative pesano più dell’affetto.

Le radici vere si formano quando
smettiamo di compiacere,
quando iniziamo a chiederci chi siamo davvero,
cosa ci nutre, cosa ci fa sentire vivi e interi.

Sono una scelta, non una condanna.

Radicarsi è un processo lento,
fatto di prove, errori, distacchi e ritorni.
È qualcosa che succede dentro prima che fuori.
Inizia quando ci sentiamo accolti senza doverci spiegare, quando smettiamo di difenderci
e possiamo finalmente respirare.

Ci sono luoghi, relazioni, spazi mentali
che ci fanno sentire a casa più di ogni mappa.
Sono quelli dove possiamo stare senza maschere,
dove non ci vergogniamo di avere bisogno,
dove non siamo solo "quello che facciamo"
ma "chi siamo" e va bene così.

Le radici non sono una nostalgia,
ma una direzione.
Non dicono da dove veniamo,
ma dove stiamo scegliendo di andare
restando fedeli a noi stessi.

Radicarsi è smettere di scappare,
non dagli altri, ma da sé.
È restare.
Restare dove si cresce,
anche se fa paura.
Anche se fa fatica.

Perché alla fine,
le radici non cercano la terra perfetta.
Cercano un posto dove possiamo fiorire,
anche imperfetti.

(Luana Sanvidotto - "Radici")

Immagine: Opera di Diana Yevtukh

L’amore è incondizionato. La paura è piena di condizioni.Sul sentiero della paura, ti amo solo se ti lasci controllare d...
07/08/2026

L’amore è incondizionato. La paura è piena di condizioni.

Sul sentiero della paura, ti amo solo se ti lasci controllare da me, se sei buono con me, se ti adatti all’immagine che mi sono fatto di te.
Creo un’ immagine di come dovresti essere, e poiché non sarai mai così, ti giudico e ti trovo colpevole.

Sul sentiero dell’amore, non ci sono se, non ci sono condizioni.
Ti amo senza nessun motivo, senza giustificazioni. Ti amo così come sei.
Se non mi piaci come sei, è meglio che mi trovi qualcun altro.

Non abbiamo il diritto di cambiare gli altri, e nessuno ha il diritto di cambiare noi.
Se cambiamo sarà soltanto perché siamo noi a volerlo.

(Miguel Ruiz - da "La padronanza dell’amore")

Immagine: Dipinto di Sarah Thomas - "Spring Light"

Non devo più scegliere tra attaccamento e autenticità. Posso essere me stesso ed essere amato, e se qualcuno non mi acce...
07/08/2026

Non devo più scegliere tra attaccamento e autenticità.
Posso essere me stesso ed essere amato, e se qualcuno non mi accetta quando dico di ''No'', vuol dire che quel legame non era sicuro.

(Gabor Matè)

Immagine: Opera fotografica di Hannes Caspar

L’essere umano non è un’etichetta.Da molti anni cerco di evitare una trappola.Quella delle etichette. Le etichette tranq...
31/07/2026

L’essere umano non è un’etichetta.
Da molti anni cerco di evitare una trappola.
Quella delle etichette.
Le etichette tranquillizzano. Sembrano spiegare. Ma molto spesso smettono di farci vedere la persona.
Dire: “È un narcisista". “È un evitante". “È un dipendente". “È un vittimista” - ci dà l’illusione di aver compreso qualcuno.
In realtà, molto spesso, abbiamo soltanto smesso di interrogarlo.

Per questo preferisco parlare diversamente.
Non del narcisista, ma del narcisismo.
Non dell’evitante, ma dell’evitamento.
Non del dipendente, ma della dipendenza.
Non del vittimista, ma del vittimismo.
Perché non sto descrivendo una persona.
Sto cercando di comprendere una posizione esistenziale.
Una modalità di abitare il mondo.
E le posizioni esistenziali, a differenza delle etichette, possono cambiare.

L’essere umano è sempre più grande della posizione che sta vivendo.
Più grande della sua paura. Più grande della sua difesa. Più grande della sua ferita. Più grande del suo sintomo.
Per questo non mi interessa definire le persone. Mi interessa comprendere il modo in cui stanno attraversando la vita.
L’evitamento non è una persona. È un modo di proteggersi. Il narcisismo non è una persona. È un modo di difendersi dalla propria fragilità. La dipendenza non è una persona. È un modo di cercare fuori ciò che non si riesce ancora a trovare dentro. Il vittimismo non è una persona. È un modo di abitare il dolore senza attraversarlo.

Se trasformiamo una posizione esistenziale in un’identità, togliamo alla persona la possibilità di cambiare.
Ogni volta che incontro un essere umano, la domanda non è mai: “Chi è?” La domanda è:
“Come sta abitando oggi la propria esistenza?”
Questa domanda lascia aperta la speranza. Perché nessuna posizione esistenziale coincide definitivamente con la persona.

Ogni essere umano può cambiare il proprio modo di stare al mondo. E questo è il motivo per cui continuo a credere nell’uomo.
Alcuni principi che guidano il mio modo di guardare l’essere umano:
La persona non coincide mai con il suo sintomo. La persona non coincide mai con la sua diagnosi. La persona non coincide mai con la sua ferita. La persona non coincide mai con il suo comportamento. La persona è sempre più grande della posizione esistenziale che sta attraversando.

Le etichette chiudono la comprensione.
Le posizioni esistenziali aprono la possibilità del cambiamento.
E cambiare una posizione esistenziale significa cambiare il proprio modo di stare nel mondo.

Ed ecco che mi piace sottolinerare il principio più importante di tutt: io non incontro mai un evitante. Non incontro mai un dipendente. Non incontro mai un vittimista.
Incontro sempre un essere umano che, in questo momento della sua vita, sta abitando una determinata posizione esistenziale.
E finché è un essere umano, rimane sempre più grande della posizione che sta vivendo.

Questo non è semplicemente un chiarimento terminologico.
È antropologia. Ed è anche un'etica clinica.
Perché impedisce a qualsiasi terapia di trasformarsi in un catalogo di etichette e le restituisce al suo compito originario: "contemplare l’essere umano prima ancora di descriverlo".

Non è un vademecum.
È una dichiarazione di metodo, e forse una delle più importanti elaborazioni della visione antropologica.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Scultura Responsiva di Inge Lager - da "Land Art"

Indirizzo

Bari

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa:

Scelte rapide

Condividi