Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

13/05/2026

“I pazienti che consultano uno psicoanalista non sempre sanno utilizzare un linguaggio che tocchi il proprio interlocutore, sia perché non sentono che le parole sono in grado di toccare, sia perché inconsciamente diffidano di ciò che potrebbe toccare. Questo non vuol dire necessariamente che non abbiano affetti o fantasmi, ma che li trasmettono attraverso un linguaggio non verbale, agendo ad esempio su chi è loro intorno, Lo psicoanalista che cerca di toccare con un linguaggio verbale, talvolta ha bisogno di un certo tempo prima di accorgersi che un paziente utilizza in modo inconscio un linguaggio infraverbale per comunicare. E anche se si sente toccato dall'analizzando, ha comunque bisogno di tempo per comprendere come funzioni il suo linguaggio non verbale e per scoprire quali affetti e quali fantasmi egli comunichi per questa via. Vediamo dunque che si tratta di questo: l'analista deve essere innanzitutto toccato dal linguaggio infra-verbale del suo paziente, prima di poterlo toccare a sua volta con le parole. D'altra parte il paziente ha bisogno di scoprire che, anche senza parlare, può toccare il suo analista. Questa mi sembra una condizione necessaria affinché il paziente possa apprendere a sua volta come usare un linguaggio che tocchi, dal momento che ha bisogno di sentire che l'analista ha percepito la sua ricchezza interiore, per poter e prendere coscienza a sua volta”.

Danielle Quinodoz

La lezione della madre ci ricorda che l’amore che cura non può mai essere amore per la vita in generale ma solo amore pe...
10/05/2026

La lezione della madre ci ricorda che l’amore che cura non può mai essere amore per la vita in generale ma solo amore per l’uno per uno, per il figlio in quanto unico, per il suo nome più proprio. La sua cura, dunque, non potrà mai essere procedurale, protocollare, non sarà mai anonima, impersonale, ma sempre particolareggiata. In questo senso la lezione materna dovrebbe risuonare anche nella nostra vita civile e politica, che molto spesso invece dà prova di incuria, ovvero di confondere anziché distinguere il nome dal numero.
Il magistero della madre ci ricorda che nessuno è proprietario della vita del figlio, nemmeno chi l’ha generata o l’ha adottata. Anzi, quello che la maternità mostra è l’esistenza di una ospitalità – accogliere nel proprio corpo la vita del figlio – che rinuncia ad ogni diritto di proprietà. È quello che vediamo in questi bei mesi di primavera nei giardini pubblici quando incontriamo madri che insegnano ai loro bambini a camminare. Gesto apparentemente semplice ma che porta con sé tutta la lezione del materno: a te che sei stato sangue del mio sangue, viscere nelle mie viscere, insegno a camminare, ad allontanarti da me, ad intraprendere la tua vita. È il nucleo più profondo del grande racconto biblico del re Salomone. Il suo noto stratagemma della spada svela che la vera madre non è quella che reclama il figlio come una sua proprietà, ma è quella che è disposta a perderlo, a rinunciare ad ogni proprietà, purché a quel figlio sia salvata la vita.

08/05/2026

LA PSICOTERAPIA PSICODINAMICA TRA SCIENZA, ARTE E DEONTOLOGIA

Ogni buon psicoterapeuta dovrebbe sentire dentro di sé un imperativo categorico, un principio etico fondamentale che è costituito dalla conoscenza del suo mondo interno che solo una analisi personale (non autoanalisi) può offrire, da sempre ritenuta elemento indispensabile, e non opzionale.
È sempre auspicabile che uno psicoterapeuta possa occuparsi di psiche altrui perché prima si è recato a occuparsi della propria (non autoanalisi).
Ogni percorso per acquisire competenza professionale dovrebbe includere:
- una più che buona consapevolezza dei propri bisogni narcisistici;
- una più che buona gestione del controtransfert;
- un più che buon riconoscimento delle dinamiche manipolative e dei limiti della propria capacità professionale;
- l'obbligo di supervisione pluriennale garantirebbe l'utenza e aiuterebbe non poco lo psicoterapeuta nello svolgimento del suo lavoro.

L’analisi personale, irrinunciabile dispositivo dello psicoterapeuta, soprattutto perché egli utilizza la sua stessa psiche come strumento clinico.

Un terapeuta non analizzato tenderà inconsapevolmente a:
- proiettare sulle persone che si rivolgono a lui;
- cercare conferme narcisistiche;
- costruire dipendenza;
- interpretare secondo i propri conflitti irrisolti;
- non tollerare ambivalenza e impotenza;
- non distinguere bisogni personali da bisogni clinici.
-
Uno psicoterapeuta eticamente maturo coincide più spesso con chi:
- conosce i propri limiti;
- mantiene pensiero autocritico;
- protegge l’autonomia del paziente;
- evita relazioni di dipendenza;
- integra teoria, esperienza clinica e responsabilità morale.

IDENTITÀ SENZA DIMORA — Episodio 4"Quando la festa finisce"Dare ciò che si ha, per non rischiare ciò che mancaC’è una sc...
08/05/2026

IDENTITÀ SENZA DIMORA — Episodio 4

"Quando la festa finisce"
Dare ciò che si ha, per non rischiare ciò che manca

C’è una scena che resta.
Jep Gambardella, re della notte romana, si sveglia all’alba con il rumore del mare e qualcosa negli occhi che non è stanchezza.
È lucidità.
Ha visto tutto. Ha attraversato ogni stanza, ogni volto, ogni conversazione brillante.
E sa, con la precisione dei disillusi, che sotto non c’è niente che tenga.

Non è nichilismo.
È peggio.
È l’intelligenza di chi ha capito che i sembianti sono sembianti.
I sembianti: il velo che dà forma al vuoto. Uno, nessuno e centomila, già Pirandello lo sapeva.
Che la festa è bella perché non finisce mai.
Perché se finisce, appare qualcosa.

L’insensatezza.
Non come idea.
Come il momento in cui guardi una stanza piena di gente e senti che niente di tutto questo risponde alla domanda che non hai mai smesso di fare.

Non sei Jep.
Ma conosci quella stanza.

Magari la tua festa è più piccola.
Un aperitivo che si allunga.
Un calendario pieno che chiami vita.

Non è vizio.
È difesa.
Il divertimento piccolo-borghese non è meno disperato di quello aristocratico.
È solo meno consapevole di esserlo.
Ottunde con meno stile.

Il chiacchiericcio si versa nel martini
per non sentire cosa arriva quando tace.
Il silenzio che tocca ferite indicibili.

Woody Allen ironizzava sul divano della psicoanalisi.
Ma è un altro divano quello che ammala.
È lì, in quella vita ordinata e piena, che il vuoto trova il modo di farsi sentire.

Lacan diceva: l'amore è dare ciò che non si ha.
Dare ciò che si ha è la festa.
Non è l’amore.

La festa offre tutto presenza brillantezza godimento.
Tutto tranne il vuoto.
Si dà senza mancare. Si riempie lo spazio perché nello spazio vuoto potrebbe apparire qualcosa.
L’altro quello vero.
E con lui il proprio.

L’altro non coincide mai con l’immagine che ne hai.
Porta il suo vuoto accanto al tuo.
E quella vicinanza costringe a guardare.

Quando i sembianti reggevano la famiglia il lavoro il ripetersi delle generazioni uguali a loro stesse i ruoli i nomi condivisi quello scarto era sopportabile.
Lui era il marito. Lei era l’amica. Tu eri quello che sapeva fare certe cose.
L’alterità era difficile ma contenuta.

Oggi quei contenitori cedono.
E l’altro si presenta nella sua nudità irriducibile.
Non il ruolo. Non la funzione.
Qualcuno che non si lascia assimilare.

Allora si fugge.
Si fugge moltiplicando gli incontri.
Si fugge costruendo identità su identità plurali fluide sempre provvisorie come se il movimento stesso fosse una risposta.

Ma non è libertà.
È metonimia.
Lo spostamento continuo da un sembiante all’altro.
Non perché si sia ricchi di sé.
Perché nessun sembiante basta.

L’identità fluida di cui tanto si parla non è sempre conquista.
A volte è il segno che nessun sembiante tiene.

Non per capire chi si è.
Per non doversi fermare a scoprirlo.

Eppure.

C’è qualcosa che accade quando si smette di fuggire.
Non pace. Non risposta.

L’identità non come conquista.
Come soglia.

Jep alla fine resta.
Sveglio all’alba.

Resta.

La prossima settimana: il narcisista.

"Perdere tutto ciò che non è reale" per restare, finalmente, "te stesso" senza fingere.​Queste parole sono più di un con...
07/05/2026

"Perdere tutto ciò che non è reale" per restare, finalmente, "te stesso" senza fingere.
​Queste parole sono più di un concetto: sono un decreto alchemico.

​Per tutta la vita, abbiamo costruito strutture. Lucidato la voce per renderla un’armatura di carisma e potere.
Abbiamo recitato ruoli di forza, di controllo, di perfezione apparente, credendo che quello fosse il "se stessi".
Ma la vita ha modi misteriosi per portarci alla nostra essenza.
A volte, quella verità arriva attraverso una prova che sgretola tutto ciò che non è solido.

​E fa paura. Una paura antica e viscerale.
​Tutti noi abbiamo paura di perdere.
Paura di perdere il controllo, la reputazione, la salute, l'accettazione degli altri.
Ma l'anima sa che la vera prigione non è la malattia, ma la maschera che ci costringe a fingere di non soffrire, di non cambiare, di essere eternamente prestanti.

​Disarmarsi significa smettere di combattere contro il proprio cambiamento ed iniziare ​l'era della "presenza".
Bisogna perdere la "perfezione" per restare, semplicemente, Reali. Senza filtri. Senza scuse.
E in quella nuda realtà, si trova un potere che nessuna tecnica oratoria ci ha mai dato.

​"Perdere ciò che non è reale" non è una privazione, è un alleggerimento.
È lasciar andare i vestiti stretti delle aspettative altrui per respirare, finalmente, con i propri polmoni.
È la libertà di non dover più "reggerci" in un ruolo.

​Non c'è da cercare la forza nella performance.
La vera forza è in quel nucleo di verità che rimane quando tutto il rumore si dissolve.
Lì, nel silenzio di ciò che è autentico, risuona il nostro vero "Io Sono".
È semplice.
Ma per arrivarci, dobbiamo avere il coraggio di essere nudi di fronte alla vita.
Mostrare che è in quella vulnerabilità che nasce la Luce più pura.


(Mikhael Germain Di Mattia - "Il Disarmo del Cuore: L'Arte di Perdere ciò che non è Reale")

Il lutto non è solo per il passato. È anche per il futuro che non ci sarà più. 💔Tutti parlano dei ricordi — delle cose c...
06/05/2026

Il lutto non è solo per il passato. È anche per il futuro che non ci sarà più. 💔

Tutti parlano dei ricordi — delle cose che erano, delle foto, delle voci che si ricordano a stento. Ma nessuno parla di quel dolore silenzioso che viene dal pensare ai momenti che non verranno: la telefonata che non farai mai più, il viaggio che avevate rimandato, le parole che non hai fatto in tempo a dire.
È un lutto dentro al lutto. Un vuoto nel vuoto. Ti ritrovi a immaginare come sarebbe stato — la sua risata a quella festa, il suo commento su quella notizia, il suo sguardo il giorno del tuo compleanno — e quelle immagini che non avranno mai un riscontro reale fanno un male tutto loro.
Nessuno ti ha preparata a dover fare il lutto non solo per una persona, ma per un'intera versione di futuro che si è chiusa insieme a lei.
Questo tipo di dolore è tra i più difficili da nominare. Ma è tra i più veri.
Lasciati sentire anche questo. Senza fretta di superarlo.

Ho scritto un libro di poesie che affronta i temi del lutto, della speranza, della perdita e della ripartenza.

Si intitola "Nel cuore, dove tu rimani", Yasmin Alma
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28/04/2026

Quando l’altro si muove, cosa succede dentro di te?

Quello che vivi non sono quattro problemi separati.
Paura dell’abbandono, bisogno di conferma, controllo, difficoltà nel silenzio, sono tutte espressioni di un unico nucleo interno.

Una sensazione antica, non sempre consapevole: se resto solo, perdo qualcosa di vitale.
Non è un pensiero logico.
È qualcosa che si attiva nel corpo.

Quando l’altro si allontana, anche solo un po’, non stai perdendo solo una persona.
Si muove qualcosa di più profondo: si incrina un senso di stabilità interna.
E lì nasce la paura dell’abbandono.
Non tanto paura che l’altro vada via, ma paura di come stai tu quando questo accade.

La domanda, sotto tutto, è sempre la stessa:
“Resto intero anche senza di lui?”
Se questa risposta non è solida, si attiva il resto.
Quando l’altro c’è, ti senti più pieno.
Quando manca, senti il vuoto.
E allora provi a gestire questo movimento.

Non per controllare l’altro, ma per controllare ciò che succede dentro di te.
Il controllo nasce qui.

Dal tentativo di non essere travolto.
Controlli segnali, distanze, tempi, parole.
Perché il vero timore non è l’altro, ma la tua reazione all’altro.

Quando poi non c’è più nulla da controllare, resta il silenzio. E lì si apre il punto più delicato.
Nel silenzio non ci sono distrazioni.
Non c’è qualcuno che ti rimanda un’immagine di te.
E allora emergono il vuoto, la mancanza, i pensieri.
Non è la solitudine che fa male.
È quello che senti quando sei solo.

Tutto questo si muove in un ciclo coerente.
L’altro si allontana, si attiva il vuoto, nasce il bisogno di conferma, parte il controllo o la ricerca, oppure il ritiro.
Non è caos.
È un sistema che ha imparato a proteggerti.

Il lavoro profondo non è eliminarlo.
È costruire qualcosa che forse non hai avuto abbastanza: una base interna stabile.
Un luogo dentro di te che non crolla quando l’altro si muove.

Questo non significa non avere bisogno degli altri. Significa non dipendere completamente da loro per sentirti intero.
E questo si costruisce in modo semplice, ma non facile.

Quando arriva il vuoto, non riempirlo subito.
Quando senti bisogno di conferma, riconoscilo senza agire immediatamente.
Quando nasce il controllo, accorgiti che è paura. Quando sei nel silenzio, resta anche solo un momento in più.

Non serve fare tutto perfettamente.
Serve iniziare a non reagire automaticamente.
Col tempo non sparisce ciò che senti.
Ma cambia la posizione da cui lo vivi.
Non sei più in balia. Inizi a reggere.

E lì nasce qualcosa di nuovo.
Non l’indipendenza dagli altri, ma la possibilità di stare in relazione senza perderti.

Perché il punto non è che l’altro non si muova.
Il punto è che, anche quando si muove,
tu resti.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Acquerello di Kris Parins

Sono come quegli alberi cresciuti storti per cercare il sole di là dal muro.La curvatura non è errore, ma racconto di un...
28/04/2026

Sono come quegli
alberi cresciuti storti per
cercare il sole di là dal muro.

La curvatura non è errore, ma
racconto di una sopravvivenza.

Imparare a stare nelle proprie macerie
senza averne orrore è il primo passo.

Perché chi ha accettato il buio
può riconoscere,
senza restarne abbagliato,
il valore di una piccola,
ostinata candela che resta accesa
al ti**re del vento.

(Anna Salzano)

28/04/2026

📌L’ENIGMA DELLA GENERATIVITÀ: TRA DESIDERIO, PENSIERO E LIBERTÀ

IL DESIDERIO/NON DESIDERIO DI GENITORIALITÀ.

​Nella clinica contemporanea, il concetto di "istinto materno" inteso come automatismo biologico è considerato un mito semplificatorio. La prospettiva psicodinamica ci insegna che la maternità non è un destino iscritto nel corpo, ma una complessa costruzione psichica che richiede la capacità di fare spazio all'altro, prima nella mente e poi nella vita.

​IL CONCEPIMENTO PSICHICO: PENSARE IL FIGLIO PRIMA DELLA VITA

​Il passaggio cruciale verso la genitorialità non è l'atto biologico, ma la creazione di uno spazio rappresentazionale. Secondo Piera Aulagnier, il bambino nasce come "erede" di un progetto pre-esistente: deve essere sognato, parlato e investito di significato dai genitori molto prima del concepimento fisico.
​Se non si edifica questo "spazio vuoto" mentale, il bambino reale rischia di essere vissuto come un intruso o un parassita del corpo materno. Monique Bydlowski sottolinea a questo proposito l'importanza della "trasparenza psichica" in gravidanza: quel particolare stato in cui il confine tra conscio e inconscio si assottiglia, permettendo alla donna di recuperare memorie infantili e identificarsi profondamente con il nascituro.

​“Per mesi ho guardato la pancia come se non mi appartenesse. Tutti parlavano di vestitini, ma io nella mia testa non avevo una stanza per lui. Ho dovuto iniziare a 'sognarlo' per sentirlo finalmente mio.” (G., 29 anni)

​IL DESIDERIO CONDIVISO: IL FIGLIO COME "TERZO" NELLA COPPIA

​La psicoanalisi relazionale e autori come Filippo Ammaniti pongono l'accento sulla genitorialità come funzione di coppia. Il figlio non nasce solo dall'incontro di due corpi, ma dall'incontro di due storie, due genealogie e due mondi immaginari.
​Quando il desiderio è realmente condiviso, la coppia crea quella che viene definita "funzione genitoriale comune". Il figlio diventa il Terzo, un elemento che non serve a "tappare i buchi" della relazione, ma a testimoniare la sovrabbondanza dell'amore tra i partner. Tuttavia, se il desiderio è unilaterale o usato come collante per una crisi, il bambino rischia di nascere con un carico di aspettative che ne soffocheranno l'autenticità.

​“Non era solo il mio desiderio o il suo. Era qualcosa che sentivamo crescere tra noi due, nelle sere in cui parlavamo di come sarebbe stato il futuro. Desiderarlo insieme ha reso quel bambino 'reale' molto prima che nascesse; era già un ponte tra i nostri due mondi.” (F. e Luca, 36 e 38 anni)

​IL DESIDERIO COME RIPARAZIONE E
"COSTELLAZIONE MATERNA"

​Il bisogno di diventare madre affonda le radici nella storia pulsionale della donna. La psicoanalisi offre diverse lenti per leggere questa spinta:
​La Riparazione Kleiniana: Per Melanie Klein, procreare può essere un atto riparativo per ricostruire internamente l'oggetto buono (la propria madre), sanando i conflitti e i fantasmi distruttivi vissuti durante l'infanzia.

​La Costellazione Materna: Daniel Stern definisce la maternità come una riorganizzazione identitaria radicale. La donna deve negoziare un equilibrio delicato tra se stessa come madre, se stessa come figlia e la propria madre come nonna.

​“Sentivo un vuoto che non era solitudine. Era un bisogno di 'essere necessaria' per qualcuno in modo assoluto. Come se senza un figlio io fossi un libro con le pagine bianche che aspettava solo che qualcuno iniziasse a scriverci sopra.” (S., 39 anni)

​“Desiderare questo figlio è stato come preparare una casa per un ospite che non avevo ancora incontrato. Non volevo 'qualcuno', volevo proprio lui, la possibilità di vedere il mondo attraverso i suoi occhi.” (A., 32 anni)

​IL BAMBINO IMMAGINARIO E IL LUTTO NECESSARIO

​Serge Lebovici evidenzia un compito psichico fondamentale e spesso doloroso: l'elaborazione del lutto del bambino immaginario. Ogni madre crea un figlio ideale che serve a colmare le proprie lacune. La salute della relazione dipende dalla capacità della donna di "uccidere" quel fantasma perfetto per poter finalmente incontrare e accettare il bambino reale.

​“Quando è nato, per i primi giorni piangevo perché non era come lo avevo immaginato. Poi ho capito che quel bambino perfetto della mia mente era solo un'ombra. Amare lui, con le sue coliche e il suo pianto sgraziato, è stato l'inizio della mia vera libertà come madre.” (E., 35 anni)

​LA SCELTA CHILDFREE: L'AUTONOMIA DEL DESIDERIO

​Oggi la psicoanalisi contemporanea, grazie al lavoro di autrici come Joan Raphael-Leff, riconosce che l'identità femminile non coincide necessariamente con la procreazione. Rispettare chi sceglie di non essere madre — o la coppia che sceglie di non procreare — significa validare una configurazione psichica integra e consapevole.
​Generatività Psichica: Come sosteneva Françoise Dolto, la capacità di "dare vita" non si esaurisce nella biologia, ma può esprimersi nell'arte, nel sociale o nella cura di progetti che sopravvivono al Sé.
​La Responsabilità del "No": Riconoscere di non avere "spazio mentale" per un figlio è un atto di onestà e di estrema cura verso la vita, evitando la creazione di un "falso Sé" materno dettato dal dovere sociale.

​“Tutti dicono che mi pentirò. Ma nel mio futuro vedo spazio, silenzio e progetti miei, non vedo una mancanza. Perché il mio corpo dovrebbe essere un destino obbligato?” (L., 31 anni)

​L'ETICA DEL DESIDERIO E LA LIBERTÀ DEL NON-VOLERE

​In conclusione, la riflessione psicodinamica ci porta a una verità ineludibile: la maternità è un atto etico, non biologico. Desiderare un figlio "realmente" — da sole o in coppia — significa essere pronti a ospitare l'alterità. Il vero desiderio è quello che accetta la sfida di amare qualcuno che non ci appartiene. Come sottolinea Massimo Recalcati, la madre non è colei che possiede il figlio, ma colei che sa testimoniare che la vita può avere un senso. Se questo desiderio manca, o è sostituito dal mandato sociale, il legame diventa una prigione.
​Altrettanto fondamentale è la libertà di non desiderare. Una società che colpevolizza chi non procrea nega la soggettività dell'individuo. Rispettare questa scelta significa onorare la molteplicità del femminile. La salute psichica risiede nella coerenza tra il proprio mondo interno e le proprie scelte: solo quando la maternità è una scelta libera, essa può diventare un'esperienza di autentica gioia e creatività.

​“Ho capito che non volevo un bambino, volevo il permesso di essere me stessa senza sentirmi sbagliata. Una volta che mi sono data quel permesso, il 'bisogno' di procreare è svanito, lasciando posto a una libertà che non conoscevo.” (R., 42 anni)

27/04/2026

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