Dott.ssa Fabrizia Capurso Psicologa-Psicoterapeuta EMDR

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Dott.ssa Fabrizia Capurso Psicologa-Psicoterapeuta EMDR Dentro la mente accadono più cose di quante si immagini. La psicologia aiuta a comprenderle. In presenza e a distanza.

C'è spesso nell'infanzia l'urgenza di crescere, di avere, come gli adulti, piedi grandi e voce ferma. E anche di possede...
17/06/2026

C'è spesso nell'infanzia l'urgenza di crescere, di avere, come gli adulti, piedi grandi e voce ferma. E anche di possedere quella libertà che si immagina esistere dall'altro lato, come una terra promessa, fatta di autonomia e possibilità. Come se la vita fosse una stanza proibita e la maturità, la sua chiave d'oro.

Con il passare del tempo, però, accade spesso di guardare indietro e riconoscere il valore di ciò che allora sembrava ordinario: il tempo senza urgenza, la capacità di immergersi nel presente, la semplicità delle esperienze quotidiane. Il tempo ha trasformato il rumore dei giochi con il brusio incessante delle preoccupazioni. Ha sostituito l'ampiezza dei pomeriggi con l'urgenza delle scadenze.

Dal punto di vista psicologico, l'infanzia non rappresenta soltanto una fase dello sviluppo. È il periodo in cui si costruiscono le prime esperienze di sicurezza, appartenenza e relazione con il mondo. Molte delle risorse emotive che accompagnano la vita adulta affondano le loro radici proprio in quegli anni.

La nostalgia che talvolta emerge non riguarda necessariamente il desiderio di tornare indietro, ma il bisogno di recuperare alcune dimensioni spesso sacrificate dalla complessità della vita adulta: la capacità di rallentare, di meravigliarsi, di dedicare attenzione a ciò che conta davvero.

In questo senso, il benessere psicologico non coincide con il ritorno al passato, ma con la possibilità di ritrovare nel presente spazi di autenticità, presenza e contatto con sé stessi. Forse crescere non significa allontanarsi definitivamente dall'infanzia, ma integrare nella propria vita adulta alcune delle sue qualità più preziose.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Nell'era digitale, la fine di una relazione non coincide più necessariamente con una reale separazione. Anche quando un ...
03/06/2026

Nell'era digitale, la fine di una relazione non coincide più necessariamente con una reale separazione. Anche quando un legame si interrompe, l'altro difficilmente scompare dall’esperienza quotidiana.

C'è chi continua ad essere accessibile attraverso profili, fotografie, aggiornamenti e interazioni online. Resta visibile, osservabile e, spesso, oggetto di continue interpretazioni.

Questa nuova condizione può favorire il mantenimento di quelli che si potrebbero definire legami fantasma: connessioni emotive che persistono anche dopo la conclusione di un rapporto.

Molte persone, nel tentativo di gestire il dolore di una separazione, continuano a monitorare la vita dell'ex partner attraverso i social media. Questo comportamento può offrire un sollievo momentaneo dall'angoscia della perdita, ma rischia anche di ostacolare il processo di elaborazione e adattamento.
Esiste infatti una differenza significativa tra custodire il ricordo di qualcuno e rimanere costantemente esposti alla sua presenza digitale.

Per elaborare un'assenza è necessario poterla attraversare. Ma quando l'altro continua a essere costantemente presente nello spazio digitale, il confine tra separazione e permanenza può diventare più difficile da costruire.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Essere se stessi è un compito complesso, eppure è forse uno dei percorsi più importanti che si possa affrontare nella vi...
27/05/2026

Essere se stessi è un compito complesso, eppure è forse uno dei percorsi più importanti che si possa affrontare nella vita.

Un bambino vuole un preciso giocattolo, piange se il gelato cade per terra e pochi minuti dopo è già capace di ridere di gusto, come qualcuno che non ha ancora scoperto le regole invisibili che governano la gioia. Non si scusa per l'intensità delle sue emozioni.

Poi la vita inizia a negoziare. In cambio di approvazione, applausi e senso di appartenenza, smussiamo gli angoli. Impariamo a moderare il nostro entusiasmo, a tradurre i desideri in un linguaggio più accettabile, a ripiegare parti di noi stessi finché non ci adattiamo agli spazi disponibili. E un giorno lo specchio riflette una figura perfettamente integrata, mentre dentro resta l’eco silenziosa di qualcosa che manca.

Ci sono momenti in cui stare in contatto con se stessi può sembrare faticoso. Alcune esperienze emotive o cognitive possono risultare intense, persino sovraccaricanti, e allora diventa naturale cercare forme più protettive e contenitive.

Forse è proprio in quei momenti che vale la pena ricordarsi di quel bambino: non entra in una stanza chiedendosi quanto di sé può mostrare. Semplicemente arriva. Occupa spazio. Inventa mondi con ciò che trova. Vive senza consultare una giuria immaginaria.

Crescere significa anche ritrovare quel bambino. Perché la persona che spesso cerchiamo fuori da noi è rimasta lì, ad aspettare il nostro ritorno.
Il mondo è già pieno di versioni corrette. Ciò che resta raro è qualcuno che resti autentico.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Alcune esperienze dell'infanzia acquisiscono significato solo con il tempo. Perché certi piatti sembravano contenere men...
21/05/2026

Alcune esperienze dell'infanzia acquisiscono significato solo con il tempo. Perché certi piatti sembravano contenere meno cibo del proprio? Perché alcuni silenzi erano così presenti? Perché certi "no" facevano così male?

Crescendo, diventa possibile osservare la propria storia con uno sguardo diverso: più ampio, più consapevole, più umano. In molti casi, chi si prendeva cura di noi ha offerto ciò che era in grado di dare con le risorse emotive, relazionali e personali disponibili in quel momento. Questo non significa negare il dolore vissuto, ma dare contesto alla propria storia.

Molti adulti portano dentro la sensazione di non essere stati visti fino in fondo. E spesso trascorrono anni cercando di capire cosa sia mancato.

A volte, alcune risposte non si trovano solo in ciò che non abbiamo ricevuto, ma anche in ciò che chi ci ha cresciuto non aveva mai ricevuto a sua volta.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Nelle esistenze che si strutturano intorno alla cura, il valore personale si intreccia all'utilità, e l’amore sembra tro...
15/05/2026

Nelle esistenze che si strutturano intorno alla cura, il valore personale si intreccia all'utilità, e l’amore sembra trovare spazio soprattutto quando si accompagna a una soluzione. Non per scelta consapevole, ma per adattamento precoce: quando il bisogno dell'altro precede il proprio, quando si impara a leggere un volto prima ancora delle parole.

Così, lentamente, l'identità può saldarsi alla funzione. Essere necessari diventa una forma di appartenenza, un modo di esistere. Come se il riconoscimento passasse attraverso il fare, più che attraverso l'essere.

Eppure anche chi si prende cura può dimenticare di interrogare la propria resistenza. Non accade soltanto stanchezza. È qualcosa di più silenzioso: la costruzione di un'immagine di affidabilità che, nel tempo, può trasformarsi in vincolo. Chi è sempre stato forte rischia di non essere più visto nella propria fragilità. Non perché manchi lo sguardo degli altri, ma perché è stata appresa e mostrata un'unica modalità di esistere.

La solitudine che ne deriva non è assenza, ma invisibilità dell'essere. È il dubbio sottile che l'amore ricevuto sia risposta a ciò che si offre, e non riconoscimento di ciò che si è, anche quando si è fermi, silenziosi, non necessari.

Da qui, una possibilità: riconoscere che la cura non può essere soltanto unidirezionale. Che anche il bisogno ha diritto di espressione. Che ciò che non viene detto difficilmente può essere intuito.

Imparare a comunicare il proprio limite, il proprio desiderio, la propria vulnerabilità, diventa allora un atto relazionale, non una mancanza. Non esiste soltanto la necessità di essere per l’altro. Esiste anche la possibilità di essere con l'altro, e per sé. Perché ogni esistenza, anche quella più orientata alla cura, contiene un diritto originario: quello di avere bisogno.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Non tutto ciò che arriva dall'esterno appartiene davvero a chi lo riceve. Molte parole nascono altrove: in storie mai ra...
11/05/2026

Non tutto ciò che arriva dall'esterno appartiene davvero a chi lo riceve. Molte parole nascono altrove: in storie mai raccontate, in paure silenziose, in ferite che cercano ancora un nome.

Ognuno attraversa il mondo portando con sé il proprio paesaggio interiore. Per questo lo sguardo rivolto agli altri non è mai del tutto neutro: passa attraverso memorie, mancanze, aspettative, difese.

Accade così che giudizi, reazioni e distanze parlino spesso più di chi li esprime che di chi li incontra.

Quando tutto viene trattenuto come personale, il rischio è quello di caricarsi di pesi che non appartengono davvero alla propria storia, affievolendo così la propria energia. Perdendo lucidità, pace.

Lasciare andare ciò che non appartiene a sé significa riconoscere un confine e scegliere con cura ciò che merita di entrare nel proprio spazio interiore. Non è niente che ha a che vedere col diventare freddi o indifferenti.

Non è possibile governare lo sguardo degli altri, né le narrazioni che costruiscono, ma è possibile custodire il modo in cui si guarda a sé stessi. Ed è lì, spesso, che nasce una forma più quieta di equilibrio.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

L'impatto che una persona può avere sugli altri non è sempre visibile.Ci sono persone che ricordano una parola detta al ...
08/05/2026

L'impatto che una persona può avere sugli altri non è sempre visibile.

Ci sono persone che ricordano una parola detta al momento giusto, un gesto di accoglienza, una presenza che ha fatto sentire meno soli. E mentre spesso l'attenzione propria si sofferma sugli errori, sugli insuccessi o su ciò che viene percepito come non abbastanza, dall’esterno possono essere riconosciute qualità diverse: la capacità di resistere, di continuare a provarci, di esserci nonostante la fatica.

È frequente guardarsi attraverso il filtro del dubbio e dell'autocritica. Ma nelle relazioni, gli altri possono cogliere risorse, sensibilità e autenticità anche quando la persona stessa fatica a riconoscerle.

Nella pratica clinica, come nella vita, l'impatto relazionale non è sempre visibile o immediato, né si manifesta necessariamente attraverso riconoscimenti espliciti. A volte si esprime nel ricordo di una presenza significativa, in una frase che ha favorito un senso di comprensione, o in una relazione che ha contribuito a creare uno spazio più sicuro.

Molto di ciò che si trasmette passa inosservato a chi lo offre, ma può lasciare effetti profondi in chi lo riceve. Per questo, nei momenti segnati da stanchezza, senso di inadeguatezza o sfiducia verso sé stessi, può essere utile ricordare che il proprio valore non coincide soltanto con ciò che si riesce a vedere di sé.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Una scusa non descrive soltanto l'errore commesso, ma può offrire indicazioni sul modo in cui una persona percepisce sé ...
06/05/2026

Una scusa non descrive soltanto l'errore commesso, ma può offrire indicazioni sul modo in cui una persona percepisce sé stessa. Può riflettere un assetto interno capace di riconoscere l'altro come interlocutore legittimo, oppure una forma di umiltà solo apparente.

Le scuse accompagnate da condizioni o giustificazioni, come "Mi dispiace se ti sei sentito così" o "Non era mia intenzione, ma anche tu…", possono spostare il loro focus dalla riparazione della relazione alla protezione della propria immagine.

Nel discorso comune si fa spesso riferimento alla maturità emotiva, ma meno frequentemente si considera che essa implica anche la capacità di tollerare vissuti di vergogna senza esserne sopraffatti.

L'evitamento della vergogna può talvolta essere confuso con una forma di maturità, pur rappresentando un meccanismo difensivo. Un atteggiamento autenticamente umile tende a non affrettarsi nella spiegazione, né a negoziare la responsabilità attraverso giustificazioni o contestualizzazioni eccessive. Piuttosto, si concentra sul riconoscimento dell'errore e sull'impatto che questo ha avuto.

Una scusa efficace mantiene il focus sull'esperienza dell'altro, senza ricorrere a formulazioni che ne attenuino o ridefiniscano il significato.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

Non tutto ciò che cambia si annuncia. Ci sono momenti in cui il peso sembra destinato a restare. Poi, senza preavviso, p...
04/05/2026

Non tutto ciò che cambia si annuncia. Ci sono momenti in cui il peso sembra destinato a restare. Poi, senza preavviso, può accadere che qualcosa si alleggerisca. Il respiro diventa più profondo e, quasi con sorpresa, si riconosce di aver attraversato ciò che appariva insuperabile.

La speranza raramente arriva con i fuochi d'artificio. Più spesso si costruisce in silenzio, dall'interno. Si manifesta nelle piccole continuità: nei gesti quotidiani che ritornano, in ciò che permane anche quando tutto sembra crollare, nella possibilità, talvolta minima, ma reale, di restare.

Ci sono fasi in cui persino il sorriso può sembrare fuori luogo, come se il dolore occupasse ogni spazio. Eppure, l'esperienza emotiva non è statica. Si trasforma, si muove, evolve nel tempo.

A volte, il cambiamento è già in atto, anche senza esserne pienamente consapevoli. Può essere utile conservare questo come riferimento interno: la possibilità di tornare a ridere esiste. Non in assenza di ciò che è stato vissuto, ma attraverso la sua integrazione.

E quando quella risata arriva, ha un suono diverso. Contiene qualcosa: un nuovo modo di stare. Da cui ricominciare.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

C'è, nel cuore di un genitore, uno spazio che somiglia a un giardino. È lì che prende forma la relazione con il figlio: ...
20/04/2026

C'è, nel cuore di un genitore, uno spazio che somiglia a un giardino. È lì che prende forma la relazione con il figlio: uno spazio simbolico fatto di presenza, sintonizzazione emotiva e significati condivisi. Non è soltanto un luogo di cura, ma anche di riconoscimento reciproco e costruzione dell'identità.

Fin dalle prime interazioni, il genitore svolge una funzione complessa e fondamentale: offrire contenimento e, allo stesso tempo, favorire apertura. Proteggere senza chiudere, rispecchiare senza invadere. In questo equilibrio si struttura una dimensione centrale dello sviluppo: il senso di sicurezza.

Le esperienze quotidiane di uno sguardo, una voce che calma o un incoraggiamento nei primi tentativi di autonomia, contribuiscono a costruire quella che in psicologia viene definita base sicura. Da qui il bambino può esplorare il mondo, sapendo di poter tornare a un riferimento stabile.

Nel caso della relazione padre-figlio, questa dinamica assume una sfumatura specifica. Il padre può rappresentare una figura che orienta e protegge, ma anche che sostiene l'esplorazione e la crescita. Accanto alla funzione di guida, emerge spesso un'altra dimensione: quella di riconoscimento delle risorse e delle potenzialità del figlio.

Il legame si costruisce così in una circolarità relazionale: il genitore sostiene lo sviluppo dell'autonomia, mentre il figlio, attraverso la propria vitalità e spontaneità, contribuisce a rinnovare e trasformare la sensibilità emotiva dell'adulto.

Con il tempo, il "giardino" si espande. I confini iniziali si trasformano, e ciò che era protezione deve gradualmente diventare spazio per la separazione e la differenziazione. In questa fase, la funzione genitoriale evolve: non si tratta più solo di custodire, ma di permettere.

Lasciare andare non è una rinuncia al legame, ma una sua trasformazione. Implica la capacità di sostenere la distanza mantenendo la presenza emotiva, senza possesso né controllo.

Quando questo processo avviene in modo sufficientemente armonico, il figlio interiorizza l'esperienza relazionale come una struttura interna stabile: non come modello da replicare, ma come base da cui costruire la propria identità.

La figura genitoriale si configura come base sicura e promuove resilienza e autonomia. Una presenza sufficientemente sintonizzata favorisce lo sviluppo di adulti capaci di regolazione emotiva, fiducia in sé e consapevolezza relazionale.

- Dott.ssa Fabrizia Capurso

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