05/06/2026
Oggi ho letto lo sfogo, pacato ed educato, di una mamma che raccontava di essersi sentita poco ascoltata e accolta durante un accesso in pronto soccorso pediatrico, nonostante la grande preoccupazione per il proprio bambino.
Questo post fa riflettere. Questa mamma ha ragione.
Chi entra con un bambino malato non porta solo un sintomo: porta paura, ansia, senso di impotenza.
E spesso cerca, oltre a una valutazione clinica corretta, anche rassicurazione e ascolto.
Allo stesso tempo conosco bene la realtà degli ambulatori, dei reparti e dei pronto soccorso pediatrici: carichi di lavoro importanti e una pressione costante fanno parte della quotidianità di tanti professionisti.
Ma proprio per questo credo sia importante fermarsi ogni tanto e ricordare che la stanchezza può spiegare alcuni atteggiamenti, non sempre giustificarli.
E mi metto io per primo in discussione: sono certo che, in qualche momento di particolare fatica, anche io possa aver risposto con meno pazienza o meno empatia di quanta ne avrei voluta offrire.
Siamo professionisti, ma restiamo esseri umani.
E riconoscere i propri limiti è il primo passo per migliorare.
Credo che oggi più che mai ci sia bisogno di ricostruire l’alleanza tra medici e famiglie.
Non siamo su fronti opposti.
Non esistono “genitori contro sanitari” o “sanitari contro genitori”.
Siamo dalla stessa parte, con lo stesso obiettivo: il benessere del bambino.
La competenza è fondamentale, ma quando è accompagnata da ascolto, rispetto ed empatia diventa ancora più efficace. E spesso una parola gentile resta impressa quanto una terapia ben prescritta.
Dall’altra parte, anche se non è questo il caso perché conosco l’autrice dello sfogo e so che il suo intento era costruttivo, credo sia importante provare a comprendere anche la fatica di chi cura.
Non per giustificare risposte fredde o atteggiamenti sbrigativi, ma per ricordarci che anche i medici lavorano spesso sotto pressione, con responsabilità enormi e risorse non sempre sufficienti.
Forse il punto è proprio questo: ritrovare uno sguardo reciproco più umano.
Genitori più ascoltati, sanitari meno aggrediti, bambini sempre al centro.
Perché la cura funziona davvero quando fiducia, rispetto ed empatia camminano insieme.