26/07/2026
Ci sono storie che meritano la copertina di un giornale e storie che, per essere capite fino in fondo, vanno raccontate da chi quella strada l'ha consumata passo dopo passo. Quella che state per leggere è un'intervista epistolare speciale, nata dal fitto scambio di ricordi tra due amici che hanno visto nascere un mito. Dai campi in tenda sotto lo Stelvio alle sfide di oggi, Andrea risponde al richiamo della memoria e ci apre il diario di "Una Vita, tante Vite", svelandoci l'anima profonda, i retroscena e i sorrisi di quarant'anni spesi per gli altri.
Una Vita, tante Vite
Non tutte le storie d’amore iniziano con un bacio.
Quella di Andrea Di Curti è cominciata tra i banchi delle medie, nel modo più imprevedibile e puro: tra il caos dell'intervallo e un flacone di smalto per le unghie.
“Avevo un compagno con disabilità – racconta Andrea, e la voce si fa subito calda, densa di ricordi – e a turno ci occupavamo di lui. Dovevamo mettergli lo smalto sulle unghie per evitare che se le mangiasse. All’inizio era solo un compito scolastico, un dovere. Ma giorno dopo giorno, quel piccolo flacone è diventato altro. Ho capito che significava esserci. Significava prendersi cura”.
Quello che sembrava un obbligo si trasforma nel primo, timido battito di una vocazione d'acciaio. Ma il destino, si sa, ama i colpi di scena che riscrivono la traiettoria di un'esistenza intera. Il punto di non ritorno arriva una domenica qualunque, nella parrocchia Tre Santi.
"Frequentavo il gruppo giovanile," ricorda Di Curti, e lo sguardo sembra viaggiare indietro nel tempo. "Alcuni ragazzi dell’associazione “Amici degli Handicappati” passarono a trovarci. Ci invitarono alla festa di San Nicolò in via Fago. Io e altri due amici ci guardammo e decidemmo di andare... Beh, da quel giorno, da quel preciso istante, da questo “mondo” non me ne sono mai più andato".
Poco dopo quel primo, folgorante incontro, arriva una serata al cinema a vedere “Rain Man”. Un cult, certo, ma per Andrea molto di più: una rivelazione. Fu uscendo da quella sala che per lui l'universo trovò il suo baricentro. Insieme all'amore per la fidanzata, prese forma la vera, definitiva e consapevole “scelta di vita”. Non fu una semplice serata; fu la notte in cui un ragazzo decise chi voleva diventare.
Nemmeno la cartolina militare, nel luglio del 1989, riuscì a spezzare quell'incantesimo. Ci fu Cuneo per il CAR, poi la SCUTI a Roma, la scuola delle trasmissioni ed informatica dell'Esercito Italiano. Ma la mente e il cuore erano rimasti a Bolzano. E infatti, appena rientrato in città, assegnato al Comando Truppe Alpine (4° CAA - Bolzano), la sua prima "libera uscita" non fu per svago, ma per correre dritto dai suoi ragazzi. Perché quando una missione ti chiama, non puoi fare finta di non sentire.
Chi lo conosce sa che Andrea è un sognatore pragmatico. Uno che non si limita a sperare in un mondo migliore, ma si rimbocca le maniche e lo costruisce, un mattone alla volta, con una grinta incrollabile. Una passione così viscerale da diventare ereditaria, un filo rosso che unisce le generazioni. Negli ultimi anni, sia in Agorà che in AIAS, la missione è diventata un “affare di famiglia”: al suo fianco sono scesi in campo, sempre e rigorosamente come volontari, anche suo papà Gianni e suo figlio Riccardo.
Insieme, hanno inseguito e afferrato un sogno immenso, un desiderio profondo che Andrea condivideva da sempre con papà Gianni. Un sogno che ora ha le chiavi di casa: siamo infatti ormai pronti, in questo storico luglio 2026, all'inaugurazione del primo appartamento per il “durante e dopo di noi”. Tre giovani varcheranno quella porta per iniziare a vivere in totale indipendenza. Una vittoria titanica. Una delle tante, perché nel palmarès di questo “direttore pragmatico” brilla anche un'altra “coppa”: la nascita della cooperativa “Amici di Aias” per l’inserimento lavorativo, che oggi gestisce il “Bar Inclusivo Piacenza”. Un luogo magico dove l'autonomia ha il profumo del caffè e del riscatto quotidiano.
Il punto della situazione: riflessioni sotto la pioggia
Mentre fuori imperversa una giornata di maltempo che dà un attimo di tregua a questa estate caldissima, Andrea si ferma a guardare oltre i vetri. Ascolta il rumore della pioggia. È il momento perfetto per ti**re il fiato, fare una profonda riflessione e lasciarsi cullare dai ricordi dei soggiorni passati.
Siamo nel pieno della stagione estiva e la macchina di AIAS Bolzano sta giocando a ritmi vertiginosi. Si è appena concluso MarAias2, il secondo, entusiasmante soggiorno marino dell'anno. Giusto il tempo di rientrare a Bolzano, disfare i bagagli pieni di salsedine e la squadra sarà già pronta a ripartire: a luglio e agosto, infatti, l'appuntamento si sposta in quota con i due attesissimi soggiorni estivi montani in Trentino, nella splendida cornice della Val di Non.
Vedere l'efficienza, la sicurezza e i numeri di oggi fa scattare inevitabilmente il paragone con le origini, quando tutto era una magnifica, faticosa, meravigliosa avventura.
Fango, faine e cabine a gettoni: l'epopea del cuore
“Se guardo a dove siamo oggi, il pensiero vola subito a quelli che restano i soggiorni più epici: quelli in tenda, in val di Rabbi! Il nostro 'campo base' era totalmente immerso nel Parco Nazionale dello Stelvio. Veniva allestito da cima a fondo grazie alla preziosa collaborazione dei Carabinieri del Comando 7° Reggimento Carabinieri 'Trentino-Alto Adige'. C'erano dei colleghi ed amici che gestivano l’educazione ambientale e noi, ragazzi tra i ragazzi, h24 insieme a curare i nostri ragazzi. O quando andavamo al mare e non c’erano passerelle sulla sabbia o carrozzine speciali per l'acqua... Oggi, tra i comfort dei villaggi turistici e degli alberghi, è tutto più facile. Ovviamente sono sempre grandi emozioni, ci mancherebbe, ma è tutta un'altra cosa rispetto all'avventura pura di quei tempi”.
A quel campo base tra i boschi è legato un aneddoto che ancora oggi fa nascere un sorriso spontaneo:
"Una notte una faina fece letteralmente scorpacciata di tutta la carne da grigliata che avevamo meticolosamente preparato per la grande festa organizzata per il giorno dopo! Al mattino della carne non c'era più traccia, non la trovammo più, ma in compenso c'erano tracce di carta e stracci ovunque... Ci facemmo una risata e corremmo di filato dal macellaio del paese per svaligiare il negozio e salvare la festa!"
Un'epoca spartana, che Andrea custodisce come un tesoro. Non è contrario alla tecnologia, ma da sempre ne raccomanda un uso consapevole e razionale, ricordando come la scarsità di mezzi creasse una complicità e una prontezza impossibili da replicare:
"A quei tempi c’era un'unica cabina a gettoni al bar di fronte all’area di sosta del nostro campo base. Se dimenticavi qualcosa, erano letteralmente 'pedalate' che andavano... Forse proprio questo – aggiunge sorridendo – ci rendeva tutti un po' più svegli, più saggi e furbi".
E c'era una purezza commovente anche nei simboli. Andrea ricorda il brivido e l'orgoglio di quando, all'inizio dei primi soggiorni, veniva consegnata una maglietta “associativa”:
"Ricevere quella maglietta stampata con il logo era un regalo preziosissimo. Andava ben oltre il cotone, ben oltre il suo valore materiale. Per tutti noi significava una parola enorme: 'appartenenza'. Profumava di qualcosa di profondo. Era l'orgoglio di dire: io faccio parte di questa famiglia."
La logistica negli anni è cambiata, i comfort sono aumentati, ma la promessa iniziale è rimasta intatta:
“Tutti i soggiorni sono da sempre arricchenti e portatori di grandi emozioni. I ragazzi sono fantastici: con loro non puoi 'barare', ti leggono dentro l'anima in un secondo. E i legami che si creano tra i colleghi, i volontari e gli operatori in quelle settimane sono autentici, profondi, e destinati a durare per sempre”.
Il "Taglia-Incrociato" finale: l'anima di Andrea
Per chiudere questa lunga chiacchierata, facciamo un piccolo gioco con Andrea.
Poche risposte secche, capaci di fotografare un'intera visione del mondo.
Andrea, il film della vita è “Rain Man”. Ma se ti chiedessi un libro?
Gli occhi di Andrea si illuminano di un rispetto profondo, evocando un incontro che gli è rimasto impresso nell'anima:
"Sicuramente 'AncoRa' di Alex Zanardi. Ho avuto l'immenso onore di conoscerlo personalmente a Bologna, durante l'evento Handimatica. È stata una serata indimenticabile, una di quelle che ti lasciano addosso una scarica di energia e una voglia matta di non mollare mai, esattamente come faceva lui".
Se dovessi scegliere una frase-manifesto?
Non esita un secondo, come se la ripetesse a se stesso ogni mattina per trovare la spinta:
“Dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.” — La celebre lezione di Steve Jobs.
E se tutta questa tua incredibile avventura fosse una canzone?
Qui lo sguardo si fa dolcissimo, quasi protettivo. È un brano che per chi fa questo lavoro non è solo musica, ma un giuramento:
“La Cura” di Franco Battiato. Perché quel verso 'E io avrò cura di te' è tutto ciò che siamo.
Un sorriso sulla strada di casa
Oggi Andrea Di Curti guarda al suo “lavoro” con la gratitudine di chi sa di aver speso bene ogni singolo istante:
“Penso di essere un uomo fortunato, perché ho avuto l’opportunità di trasformare il volontariato nel mio lavoro. Una professione che dopo quarant'anni non ha ancora smesso di darmi tanto e, dopo tutto questo tempo, non ho ancora smesso di ricevere”.
Quest’anno il sodalizio altoatesino Aias Bz taglia il traguardo leggendario dei 60 anni di vita, ma le rughe non toccano l'anima di chi sa donarsi. Per quest’anno ricarichiamo il bagagliaio dell’automobile e rientriamo a casa... e il prossimo? Chissà. Il 2027 sarà l’occasione per festeggiare il quarantennale di Andrea proprio durante un soggiorno estivo? Lui non fa previsioni, preferisce godersi il presente dei suoi ragazzi, ma conclude sorridendo.
Un sorriso pieno, sereno, mentre si allontana. Perché, come cita sempre volentieri Santa Madre Teresa di Calcutta:
“Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso.”
Prima di salire in auto, però, gli rivolgiamo un'ultimissima domanda a bruciapelo: "Andrea, ma qual è l'ultima avventura tesa firmata AIAS dove hai lasciato veramente il cuore?"
Lui si blocca, si gira e i suoi occhi brillano di una luce ancora più intensa:
“Al villaggio Florenz...” accenna appena. Poi fa una breve pausa, lasciando fluttuare nell'aria il peso di mille emozioni impossibili da riassumere in due battute. “Ma la storia lì sarebbe decisamente più lunga di questa che abbiamo raccontato...
Sarà per la prossima intervista!” promette, salutandoci con un ultimo, indimenticabile sorriso…