Mentalsportaut Formazione di Vadala' Filippo

Mentalsportaut Formazione di Vadala' Filippo MentalSportAut è un’associazione fondata da Filippo Vadalà che offre formazione, consulenza e risorse pratiche su autismo, ADHD e ABA.

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🧩 Tuo figlio parla poco, non parla ancora oppure comunica soprattutto con gesti, pianto o comportamenti?A volte il probl...
07/09/2026

🧩 Tuo figlio parla poco, non parla ancora oppure comunica soprattutto con gesti, pianto o comportamenti?

A volte il problema non è soltanto “far comparire le parole”. Prima ancora bisogna capire come il bambino sta già comunicando, cosa vuole ottenere, come aiutarlo a chiedere, comprendere e utilizzare strumenti sempre più funzionali.

📘 COMUNICARE È POSSIBILE nasce proprio per questo.

Una guida pratica pensata per genitori, insegnanti ed educatori che vogliono capire cosa osservare e soprattutto cosa fare concretamente nella vita quotidiana.

All’interno troverai:

✅ strategie pratiche e immediatamente applicabili
✅ attività spiegate passo dopo passo
✅ immagini e illustrazioni a colori che mostrano concretamente le attività
✅ esempi utilizzabili a casa e a scuola
✅ strumenti per osservare come comunica il bambino
✅ strategie per favorire richieste funzionali
✅ attività per accompagnare il passaggio dal gesto alla parola
✅ indicazioni per insegnare a chiedere aiuto
✅ strumenti per distinguere il “sentire” dal comprendere davvero il linguaggio
✅ attività per collegare le parole al loro significato
✅ strategie per passare dalle parole isolate alle prime piccole frasi

💡 Il punto di forza del libro è semplice: non ti dice soltanto cosa dovrebbe fare il bambino. Ti mostra come creare le condizioni perché possa comunicare meglio.

Non troverai pagine piene di teoria difficile da riportare nella quotidianità. Troverai situazioni concrete, spiegazioni chiare, esempi e attività illustrate a colori che rendono ogni passaggio più comprensibile.

Perché comunicare non significa soltanto parlare.

Significa poter:

🗣️ chiedere
✋ rifiutare
🤝 chiedere aiuto
👀 farsi capire
🧠 comprendere
🏠 partecipare alla vita quotidiana

Piccoli passi possono costruire grandi possibilità di comunicazione.

📖 COMUNICARE È POSSIBILE
Guida pratica per aiutare il bambino nello spettro autistico a farsi capire, comprendere e costruire le prime parole.

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COMUNICARE È POSSIBILE: Guida pratica per aiutare il bambino nello spettro autistico a farsi capire, comprendere e costruire le prime parole

Tuo figlio indica ma non parla? Io mi comporto cosìQuando un bambino indica un oggetto, una persona o qualcosa che desid...
06/09/2026

Tuo figlio indica ma non parla? Io mi comporto così

Quando un bambino indica un oggetto, una persona o qualcosa che desidera, io non considero quel gesto come una semplice alternativa alla parola e non provo immediatamente a trasformarlo in una richiesta verbale, perché prima di intervenire ho bisogno di capire come quel gesto viene utilizzato, in quali contesti compare, cosa succede prima e dopo e soprattutto quale funzione comunicativa sta già svolgendo per il bambino.

Se, per esempio, il bambino indica l’acqua perché ha sete, per me quel gesto rappresenta già una competenza importante, perché significa che sta utilizzando una modalità intenzionale per coinvolgere l’adulto e ottenere qualcosa. A quel punto il lavoro non consiste nel bloccare il gesto o pretendere subito la parola, ma nel partire da ciò che il bambino sa già fare e costruire gradualmente una risposta comunicativa più articolata, compatibile con le sue competenze del momento.

In una situazione del genere posso associare il gesto alla parola “acqua”, creare una breve attesa, osservare se compare uno sguardo, una vocalizzazione, una sillaba o un tentativo spontaneo, e utilizzare quel momento per aumentare progressivamente la qualità della richiesta senza trasformare l’interazione in una sequenza continua di domande come “come si dice?”, “ripeti” o “dillo bene”, perché un uso eccessivo di questi prompt può portare alcuni bambini a dipendere sempre di più dall’aiuto dell’adulto invece di iniziare a comunicare in maniera spontanea.

Quello che cerco di fare nel mio lavoro è quindi analizzare tre elementi fondamentali: cosa motiva realmente il bambino, quale modalità comunicativa utilizza già in modo efficace e quale può essere il passo successivo realistico da costruire. In alcuni casi il passaggio potrà essere da un gesto a una vocalizzazione, in altri da una vocalizzazione a una sillaba, in altri ancora da una parola isolata a una richiesta più completa, ma non esiste una sequenza identica per tutti e soprattutto non esiste un tempo uguale per ogni bambino.

Questo è anche il motivo per cui ritengo importante coinvolgere la famiglia, perché gran parte delle occasioni comunicative non avviene durante una seduta strutturata ma nella quotidianità, quando il bambino vuole bere, vuole un gioco, desidera continuare un’attività, non vuole qualcosa o ha bisogno di aiuto. Sono proprio queste situazioni a permetterci di capire se una competenza è realmente funzionale e se il bambino sta iniziando a utilizzarla in maniera spontanea.

Quando un genitore mi dice “mio figlio indica ma non parla”, quindi, io non parto immediatamente dall’assenza della parola, ma cerco prima di comprendere quanto quel gesto sia già stabile, intenzionale e utile nella sua comunicazione. Solo dopo possiamo decidere come accompagnarlo verso una modalità più evoluta, evitando di chiedere troppo presto una prestazione che potrebbe non essere ancora disponibile.

Il punto centrale, per me, è questo: prima di chiedere al bambino una forma comunicativa nuova, dobbiamo conoscere bene quella che possiede già e capire come utilizzarla come base per costruire il passaggio successivo.

Filippo Vadalà
Terapista ABA
MentalSportAut – Servizi per l’Autismo

Tuo figlio non parla ancora? Da dove si comincia?Quando un bambino non parla ancora, la prima reazione di molti genitori...
05/09/2026

Tuo figlio non parla ancora? Da dove si comincia?

Quando un bambino non parla ancora, la prima reazione di molti genitori è cercare subito di ottenere una parola.

“Dì mamma.”
“Dì acqua.”
“Ripeti.”

Ma spesso il punto di partenza non è la parola.

Il punto di partenza è capire come comunica già.

Ti guarda quando vuole qualcosa?
Ti prende per mano?
Indica?
Ti porta un oggetto?
Vocalizza?
Si avvicina?
Protesta?
Cerca il tuo aiuto?

Questi segnali contano.

Prima di costruire il linguaggio verbale dobbiamo osservare se il bambino ha intenzionalità comunicativa, se riesce a coinvolgere l’adulto, se utilizza gesti o azioni con uno scopo e se comprende che comunicare può produrre un effetto.

Per questo io parto sempre da una domanda:

“Cosa sta già usando questo bambino per farsi capire?”

Da lì possiamo costruire il passo successivo.

A volte sarà un gesto più chiaro.
A volte una scelta.
A volte una richiesta.
A volte un suono.
A volte una sillaba.
A volte una prima parola.

Non esiste una sequenza identica per tutti.

Esiste un punto di partenza da riconoscere e un percorso da costruire in modo graduale.
E qui la famiglia ha un ruolo fondamentale.

Perché le occasioni comunicative non esistono solo durante una seduta.

Esistono a colazione.
Durante il gioco.
Quando il bambino vuole bere.
Quando vuole continuare.
Quando non vuole qualcosa.
Quando ha bisogno di aiuto.

Sono questi i momenti in cui possiamo trasformare la quotidianità in opportunità di comunicazione.

Quindi, se tuo figlio non parla ancora, non chiederti soltanto:
“Quando arriverà la prima parola?”

Chiediti prima:
“Come sta cercando di comunicare con me oggi?”

È da lì che si comincia.

Filippo Vadalà
Terapista ABA
MentalSportAut – Servizi per l’Autismo

Prima della parola viene la comunicazione.

Stereotipie e comunicazione: imparare a riconoscere i segnaliQuando un bambino mette in atto una stereotipia, la prima d...
04/09/2026

Stereotipie e comunicazione: imparare a riconoscere i segnali
Quando un bambino mette in atto una stereotipia, la prima domanda non dovrebbe essere:
“Come faccio a farla smettere?”

Dovrebbe essere:
“Cosa sta succedendo in questo momento?”

Perché una stereotipia non ha sempre lo stesso significato.
Può comparire quando il bambino è molto eccitato, quando è in attesa, quando è stanco, quando l’ambiente è troppo ricco di stimoli, quando vive una situazione difficile da gestire o semplicemente perché quel comportamento ha per lui una funzione autoregolatoria.

E proprio per questo è importante imparare a osservare il contesto.
Se un bambino muove le mani sempre prima di entrare in un ambiente rumoroso, quel segnale ci sta dicendo qualcosa.
Se aumenta una stereotipia quando non riesce a ottenere ciò che vuole, quel momento ci sta dicendo qualcosa.

Se compare durante una richiesta difficile, durante un’attesa o quando cambia una routine, anche quello è un dato.
Il punto non è attribuire automaticamente un significato.
Il punto è raccogliere segnali.
Quando compare?
Quanto dura?
Cosa è successo subito prima?
Cosa succede subito dopo?
Aumenta in alcuni contesti e diminuisce in altri?
È associata a frustrazione, eccitazione, attesa, richiesta o sovraccarico?
Queste domande aiutano il genitore a passare da una lettura superficiale del comportamento a una lettura più funzionale.
E qui entra in gioco la comunicazione.

Perché quando un bambino ha poche modalità per dire:
“Basta.”
“È troppo.”
“Voglio quello.”
“Non voglio.”
“Ho bisogno di una pausa.”
“Non capisco cosa mi stai chiedendo.”
può utilizzare altri comportamenti.

Non significa che ogni stereotipia sia una richiesta o un messaggio diretto.
Significa che il comportamento va sempre letto dentro una situazione.

Ed è proprio questo che dobbiamo insegnare alle famiglie: non cercare subito di eliminare ciò che vedono, ma imparare prima a capire quando compare e quale funzione può avere.
Se riconosciamo meglio i segnali, possiamo anche costruire alternative comunicative più funzionali.

Possiamo insegnare al bambino a chiedere una pausa.
A rifiutare.
A scegliere.
A chiedere aiuto.
A comunicare che qualcosa è troppo.

E quando aumentano gli strumenti comunicativi, spesso cambia anche il modo in cui il bambino riesce a gestire alcune situazioni.
Prima di intervenire su un comportamento, impariamo a leggerlo.
Prima di correggere un segnale, proviamo a capire cosa ci sta dicendo.

Filippo Vadalà
Terapista ABA
MentalSportAut – Servizi per l’Autismo

04/09/2026

Forza Alessandro 💙 (nome casuale per scelta della famiglia)

Ci sono bambini che prima ancora di imparare a comunicare, hanno bisogno di trovare qualcuno capace di entrare davvero nel loro mondo.

Alessandro, 10 anni, era uno di quei bambini che vivevano una frustrazione continua.
Non riusciva a esprimersi, non riusciva a farsi capire e, proprio per questo, finiva spesso per andare in crisi.

All’inizio non era semplice neppure pensare a una gestione funzionale al centro.

Per questo abbiamo scelto di partire da dove era giusto partire: da casa.
Per tanto tempo abbiamo lavorato esclusivamente a domicilio, con sessioni da 50 minuti costruite non sulla richiesta immediata di prestazioni, ma sulla conoscenza reciproca, sull’abituarlo gradualmente alla mia figura, sulle sue abitudini, sui suoi tempi, sulle sue modalità.

All’inizio non sono entrato nel suo mondo chiedendogli di seguire il mio.
Ho fatto il contrario.
Ho cercato di entrare in connessione con Alessandro partendo da lui.
Provavo a giocare con lui, a saltare con lui, e molto spesso ero io a imitare lui.

Nel frattempo avevo chiesto espressamente alla famiglia di essere presente.
Per me era fondamentale che non assistesse da fuori, ma che facesse parte del processo.

Mentre lavoravo con Alessandro, davo indicazioni alla famiglia, osservavamo insieme, costruivamo insieme piccoli punti di riferimento.
E sì, nel frattempo abbiamo anche “sacrificato” qualcosa strada facendo:
divano, poltrona, palloni, qualche bomboniera… 😅
Ma dentro quel caos non c’era solo fatica.
C’era un bambino che non riusciva ancora a dirci in un altro modo quello che provava.

Ci sono voluti 6 mesi prima che Alessandro mi desse il suo primo abbraccio.
Sei mesi.

Per qualcuno possono sembrare tanti.
Per me, in quel momento, significavano una cosa sola:
Alessandro era pronto.

Da lì abbiamo iniziato a introdurre attività più strutturate, giochi più funzionali, istruzioni semplici ma via via più organizzate.
Poi abbiamo iniziato anche il passaggio verso il centro.

Andavo con la mia macchina fino a casa della famiglia, la lasciavo lì, e salivo con il nonno di Alessandro e con Alessandro per accompagnarli al centro.

Anche questo, per qualcuno, può sembrare un dettaglio.
In realtà era parte del percorso: rendere possibile ciò che prima non lo era.

Oggi Alessandro è più tranquillo.
Ha imparato a giocare in modo più funzionale.
Arriva al centro con il nonno.
Siamo ancora in una fase iniziale del lavoro ABA, c’è ancora tanto da costruire, ma abbiamo iniziato a creare un ponte importante con la comunicazione.

Alessandro non parla ancora, ma oggi allunga il braccio quando vuole qualcosa.

Può sembrare poco a chi guarda da fuori.
Per chi conosce davvero questi percorsi, sa che non è poco affatto.

È un inizio.
È un segnale.
È una porta che si apre.

Oggi la famiglia vede Alessandro più tranquillo, lo vede giocare seduto — anche se ancora per poco — e sì… ha anche smesso di rompere le bomboniere. 😊

C’è ancora tanto lavoro da fare, e nessuno vuole raccontare favole.

Ma una cosa è certa:
anche Alessandro meritava una speranza.
E con lui la meritava anche la sua famiglia.

Forza Alessandro 💙

Filippo Vadalà
Terapista ABA
MentalSportAut – Servizi per l’Autismo

Tuo figlio indica ma non parla? Quel gesto conta davvero.Quando un bambino indica qualcosa che vuole, non sta facendo “p...
03/09/2026

Tuo figlio indica ma non parla? Quel gesto conta davvero.

Quando un bambino indica qualcosa che vuole, non sta facendo “poco”.
Sta già comunicando.

Sta mostrando interesse, intenzionalità e la capacità di coinvolgere un’altra persona per ottenere qualcosa.

È proprio da segnali come questo che possiamo partire per costruire comunicazione sempre più funzionale.

Prima della parola, infatti, ci sono tanti comportamenti che meritano attenzione.

Non sottovalutare quel gesto.
Potrebbe essere uno dei primi veri mattoni della comunicazione.

Filippo Vadalà
Terapista ABA
MentalSportAut – Servizi per l’Autismo

02/09/2026

Ci sono risultati che, visti da fuori, possono sembrare piccoli.

Una lettera mostrata.
Un suono pronunciato.
Un bambino che pensa qualche secondo e poi risponde: “A”.

Per qualcuno potrebbe essere una banalità.

Per Antonio, 9 anni, con un bisogno di supporto molto elevato, non lo è affatto.

Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, la situazione era molto diversa. Le sue produzioni verbali erano prevalentemente ecolaliche, la collaborazione era difficile, restare seduto e condividere un’attività strutturata richiedeva un lavoro enorme.

I primi giorni sono stati davvero duri.

Non perché Antonio “non volesse imparare”, ma perché prima ancora di chiedergli una prestazione dovevamo costruire tutto ciò che rende possibile l’apprendimento: fiducia, relazione, tolleranza, attenzione condivisa, capacità di restare nell’attività, autoregolazione.

Abbiamo lavorato senza cercare scorciatoie.

Oggi Antonio riesce a stare seduto durante le attività, comincia a riconoscere alcune emozioni, mostra maggiori capacità di autoregolazione e soprattutto riesce a partecipare in maniera completamente diversa rispetto all’inizio del percorso.

Poi è arrivato questo momento.

Gli mostro la lettera A
Pronuncio: “A”.

Antonio guarda.

Non ripete immediatamente in maniera automatica.

Si prende qualche secondo.

Sembra elaborare ciò che gli viene presentato.

E poi risponde:

“A”.

Per la prima volta abbiamo osservato qualcosa di diverso rispetto alle ecolalie che avevano caratterizzato gran parte delle sue produzioni vocali.

È un episodio che naturalmente dovrà essere consolidato, osservato e generalizzato. Un singolo comportamento non permette di trarre conclusioni definitive.

Ma per chi conosce Antonio e sa da dove siamo partiti, quei pochi secondi hanno un peso enorme.

Perché il risultato non è soltanto quella “A”.

Il risultato è tutto ciò che oggi gli permette di arrivare a quella risposta.

È riuscire a fermarsi.
Guardare.
Ascoltare.
Restare nella situazione.
Elaborare uno stimolo.
Collaborare.
Provare a rispondere.

Ed è questo che spesso non si vede quando si osservano soltanto i risultati finali.

Qualcuno, all'inizio, aveva pochissima fiducia nella possibilità che Antonio potesse raggiungere determinati obiettivi.

Io ho sempre preferito un'altra strada: non stabilire prima dove possa arrivare un bambino. Osservarlo, comprenderlo, costruire le condizioni migliori possibili e continuare a lavorare.

Non significa promettere risultati.

Significa non trasformare una diagnosi o una difficoltà presente in una previsione definitiva sul futuro.

Oggi raccogliamo una piccola parte del lavoro fatto.

Ed è stata dura.

Molto più di quanto possa raccontare un video di pochi secondi.

Ma proprio per questo quel suono oggi vale moltissimo.

Non perché Antonio abbia “detto una lettera”.

Ma perché dietro quella lettera vediamo un bambino che sta imparando progressivamente a partecipare, comprendere, regolarsi e comunicare.

E adesso il lavoro continua.

Con prudenza.
Con metodo.
Con obiettivi concreti.

Ma soprattutto con una convinzione:
per Antonio questo non deve essere considerato un punto di arrivo. Può essere l'inizio di un nuovo percorso di apprendimento, comunicazione e autonomia.

Filippo Vadalà
Terapista ABA | Mental Coach
MentalSportAut – Servizi per l’Autismo

Parlare e comunicare non sono la stessa cosa.Un bambino può pronunciare parole, ripetere frasi, completare canzoncine o ...
02/09/2026

Parlare e comunicare non sono la stessa cosa.

Un bambino può pronunciare parole, ripetere frasi, completare canzoncine o rispondere a domande semplici e, allo stesso tempo, avere ancora difficoltà a usare il linguaggio in modo realmente funzionale.

Perché comunicare non significa soltanto produrre parole.

Significa usare un gesto, un suono, uno sguardo o una parola con uno scopo preciso: chiedere, rifiutare, scegliere, attirare l’attenzione, condividere qualcosa, chiedere aiuto.

Ed è proprio qui che spesso nasce la confusione.

Un genitore può pensare:

“Sa dire tante parole, quindi comunica bene.”

Ma la domanda più utile è un’altra:

“Quando ha bisogno di qualcosa, riesce a farmelo capire spontaneamente?”

Per esempio, un bambino può saper dire “acqua” se glielo chiediamo:

“Come si dice?”

Ma se quando ha sete ci prende per mano e ci porta in cucina, significa che quella parola non è ancora diventata completamente funzionale nella sua comunicazione quotidiana.

Questo non riduce il valore della parola acquisita.

Significa semplicemente che dobbiamo fare un passo in più: trasformare una competenza presente in uno strumento spontaneo di comunicazione.

Per questo, quando osserviamo un bambino, non dobbiamo limitarci a contare quante parole possiede.

Dobbiamo chiederci:

Le usa spontaneamente?
Le usa con persone diverse?
Le usa in contesti diversi?
Le usa per ottenere qualcosa o condividere un bisogno?
Dipende sempre da una domanda o da un suggerimento dell’adulto?

Queste sono informazioni molto più importanti.

Il nostro obiettivo non dovrebbe essere soltanto aumentare il numero delle parole.

Dovrebbe essere aiutare il bambino a scoprire che comunicare funziona.

Che una parola può ottenere attenzione.
Che un gesto può esprimere una scelta.
Che un suono può diventare una richiesta.
Che dire “no” può evitare di dover urlare.
Che chiedere “aiuto” può sostituire la frustrazione.

È questo il passaggio che rende il linguaggio davvero utile nella vita quotidiana.

Prima delle parole viene la funzione.
E prima di chiedere “quanto parla?”, chiediamoci: “quanto riesce a comunicare?”

Filippo Vadalà
Terapista ABA
MentalSportAut – Servizi per l’Autismo

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Bova Marina
89035

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