04/10/2026
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Nella ricchezza semantica della lingua sanscrita alcune parole portano con sé una radice carica di significati molto diversi.
È così per sandhi (saṃdhi), un termine che mi ha affascinata fin da subito.
Sandhi indica un legame, un dialogo, un porre insieme due forze contrapposte per ritrovare un accordo.
Sandhi definisce anche il passaggio da una fase ad un'altra e al contempo indica la crisi, intesa come un'opportunità.
Infine sandhi è anche uno dei modi per esprimere la pace.
Che bello quando una lingua riesce con una sola parola ad aprire dentro di noi spazi di azioni e possibilità; quando una sola parola contiene l'invito ad essere responsabili ed equilibrati.
In questi giorni ho ripensato al sandhi e a quei momenti in cui voglio avere sempre ragione; quando vedo solo il mio pensiero, i miei bisogni e le mie emozioni invece di respirare, alleggerirmi e lasciare posto alla diversità.
Ho ripensato al sandhi e a quei periodi di sospensione in cui la vita mi chiede di non essere più chi ero prima ma mi chiama ad abitare una forma nuova e sconosciuta di me.
L'ho pensato anche oggi, osservando che l’autunno, coi suoi colori e la sua luce, ormai è qui.
Un passaggio è un momento in cui dovremmo prenderci ancora più cura del nostro corpo, dei nostri pensieri; ancora più cura della nostra interiorità.
Così, ho avvicinato le mani in hakini mudrā.
Un gesto che amo tanto.
Questa semplice connessione dei polpastrelli, questo creare un luogo tra una mano e l'altra, questo restarci dentro senza rigidità, ha lo stesso potere unitivo del sandhi, la stessa capacità di farmi sentire intera e in pace.