20/08/2026
In questi giorni mi capita spesso di scorrere la bacheca e imbattermi in contenuti che vorrebbero fare leva sull’ironia, ma che toccano temi enormi: indigenza, patologie, malesseri emotivi o dinamiche familiari e personali drammatiche. Sotto questi post, quasi immancabilmente, si trova una cascata di emoticon che ridono a crepapelle e commenti divertiti.
Da psicologa, ma prima ancora da persona che osserva il mondo, queste reazioni mi interrogano profondamente. Non si tratta di mancare di umorismo o di fare i moralisti, ma di porsi una domanda essenziale: cosa muove davvero quella risata?
Scherzare con leggerezza e sarcasmo sulle fragilità e sulla sofferenza altrui non è un semplice esercizio di ironia. Spesso la risata che dissacra il dolore funziona come un meccanismo di difesa ed evitamento: ridere di un disagio permette di prenderne le distanze, di non immedesimarsi, di anestetizzare l'empatia e di convincersi che quella realtà non ci tocchi.
Quando questa dinamica diventa sistematica, lo "umorismo" scivola in una forma di kitsch emotivo: una superficialità rassicurante e confezionata da consumo rapido, che svuota la complessità umana per trasformarla in intrattenimento da pochi secondi.
Ma cosa dice tutto questo di chi inventa, condivide o risponde con una risata a questi contenuti?
Rivela un bisogno di distanza e controllo: sminuire la vulnerabilità altrui crea una falsa illusione di invulnerabilità personale.
Segnala una difficoltà emotiva: l'incapacità di tollerare il contatto con il dolore e la fragilità porta a svalutarli pur di non doversi fermare ad ascoltarli.
Alimenta l'anestesia sociale: l'assuefazione alla sofferenza altrui fa sì che l'altro smetta di essere una persona e diventi una macchietta.
A che punto siamo arrivati come società se l'unica risposta che riusciamo a dare al disagio è una reazione che sminuisce? Una comunità che ha bisogno di ridere della fragilità per sentirsi leggera è una comunità che sta progressivamente smarrendo la capacità di connettersi e di comprendere.
Forse è arrivato il momento di fermarsi un secondo prima di lasciarsi sfuggire quel click di risata automatica, e chiederci quale sguardo sul mondo stiamo davvero alimentando.
Perché, in fondo, quella risata e quel post dicono molto di più su chi li mette che su chi ne è l'oggetto.
A chi crea e pubblica questi contenuti, verrebbe da chiedere quale vuoto o bisogno di consenso si nasconda dietro la scelta di trasformare il dramma altrui in un palcoscenico per qualche like. E a chi ci ride sopra con tanta facilità, quale pigrizia emotiva impedisca di fermarsi a sentire la gravità di ciò che sta guardando.
Sminuire la realtà non ci rende più forti, e ridere della fragilità non la elimina: ci rende solo più anestetizzati. Prima di cercare la battuta facile o di regalare una risata automatica, faremmo bene a chiederci quale parte di noi stiamo mettendo in mostra. Perché a volte, ciò che pensiamo sia solo una scorciatoia per apparire simpatici o leggeri, smaschera semplicemente la nostra incapacità di restare umani di fronte al dolore.
Dott.ssa Tiziana Rossi Marzili - Psicologa