Chiara Canonici - Psicologa

Chiara Canonici  - Psicologa "La grande Via è una strada spianata, ma gli uomini seguono sentieri distorti". Lao Tze Messaggi, risposte, interazioni sono molto gradite.

Questo spazio è dedicato a sguardi, spunti di riflessione e considerazioni sul tema della psicologia. Per informazioni sugli orari di ricevimento in studio, o per richiedere un appuntamento, potete scrivermi: [email protected] o chiamarmi: 3393483506

Hai mai preso una chitarra tra le mani?A guardarla da fuori è solo legno, metallo, corde, colla: un insieme di materiali...
22/06/2026

Hai mai preso una chitarra tra le mani?
A guardarla da fuori è solo legno, metallo, corde, colla: un insieme di materiali assemblati con cura. Nulla di più.
Eppure, quando qualcuno la suona, da essa emerge qualcosa che non si può toccare, pesare o indicare con il dito: una melodia. La musica non è nel legno, non è nelle corde, eppure senza di esse non potrebbe manifestarsi.

Possiamo fermarci alla superficie delle cose, ai loro nomi, alle loro funzioni, alle loro apparenze. Oppure possiamo scegliere uno sguardo capace di andare oltre, fino a cogliere ciò che cerca di esprimersi attraverso di esse.
La profondità del mondo non dipende soltanto da ciò che osserviamo, ma dall'intensità con cui lo guardiamo e dal significato che siamo disposti a riconoscergli.
Ogni incontro, ogni oggetto, ogni esperienza può essere soltanto materia oppure può diventare musica.

Alla fine, la domanda è semplice: vuoi essere il legno, le corde e il metallo di cui è fatta la chitarra, oppure la melodia che attraverso quella chitarra prende vita?
Perché ciò che siamo non coincide sempre con ciò di cui siamo fatti. Spesso coincide con ciò che scegliamo di esprimere.

Ho un talento speciale. Posso partire da un calice di vino e arrivare a interrogarmi sul significato cosmico dell'esiste...
15/06/2026

Ho un talento speciale. Posso partire da un calice di vino e arrivare a interrogarmi sul significato cosmico dell'esistenza in meno di tre minuti 😅

Se una foglia cade, mi chiedo quale archetipo stia manifestando. Se sogno una porta, cerco il simbolismo nelle tradizioni occidentali e possibilmente anche in quelle orientali.

Ogni tanto la vita, con grande pazienza, mi guarda e mi dice: "Oppure era solo una foglia."🤷🏻
Ecco, credo che una parte della saggezza consista nel tenere insieme entrambe le cose: la profondità e la semplicità, il mistero e la realtà, l'infinito e la lista della spesa.
Perché non tutto nasconde un messaggio segreto. Ma nemmeno tutto è soltanto ciò che appare.

Nel dubbio, continuo a cercare significati. Però adesso, ogni tanto, mi concedo anche il lusso di bere un calice di vino prima che si riscaldi.

Per secoli l'essere umano si è definito attraverso ciò che sapeva fare. Il contadino coltivava, il medico curava, l'arti...
08/06/2026

Per secoli l'essere umano si è definito attraverso ciò che sapeva fare. Il contadino coltivava, il medico curava, l'artigiano costruiva, l'insegnante trasmetteva conoscenza. Oggi, per la prima volta nella storia, ci troviamo davanti a una tecnologia che non sostituisce soltanto la forza fisica, ma anche molte competenze intellettuali.
Se lo sviluppo dell'AI arrivasse davvero a svolgere quasi ogni mestiere meglio, più velocemente e a costi inferiori rispetto a noi, cosa resterebbe dell'essere umano?

Uno scenario possibile è quello della crisi: persone prive di un ruolo sociale, identità costruite sul lavoro che vacillano, un senso diffuso di inutilità. Non sarebbe una transizione indolore.

Ma esiste anche un'altra possibilità.
Forse l'umanità si trova davanti a una domanda che ha rimandato per millenni: "Se non sono il mio lavoro, se non sono le mie competenze, se non sono la mia produttività... chi sono?".
Le grandi tradizioni spirituali, filosofiche e sapienziali hanno sempre indicato che il valore dell'essere umano non risiede nel fare, ma nell'essere. Tuttavia, nella corsa alla sopravvivenza e alla produzione, questa domanda è spesso rimasta sullo sfondo.
Forse l'AI non segnerà la fine dell'uomo, ma la fine di un'idea dell'uomo: quella che lo identifica esclusivamente con la sua utilità.
Potremmo allora riscoprire ciò che nessuna macchina può vivere al nostro posto: la coscienza, la relazione, l'amore, la contemplazione, la ricerca di significato, la capacità di stupirsi davanti al mistero dell'esistenza.
Non è garantito che andrà così. Molto dipenderà dalle scelte collettive che faremo.
Ma se sapremo attraversare questa trasformazione senza perdere la nostra umanità, il futuro potrebbe non essere il tramonto dell'uomo.
Potrebbe essere l'inizio di una nuova stagione in cui, liberati dall'obbligo di dimostrare continuamente il nostro valore, torneremo finalmente a chiederci: "Chi siamo veramente?"

Per almeno cinque anni questa pianta è rimasta immobile e silenziosa nel suo vaso. Che sorpresa quando pochi giorni fa m...
01/06/2026

Per almeno cinque anni questa pianta è rimasta immobile e silenziosa nel suo vaso. Che sorpresa quando pochi giorni fa mi sono accorta del suo stelo che cresce a un ritmo di dieci centimetri al giorno!
È come se avesse maturato nel buio, per anni, la forza necessaria a manifestarsi in pochi giorni.

Chissà se, anche noi, quando crediamo di essere fermi, in realtà stiamo accumulando energia invisibile? Esperienze, ferite, intuizioni, desideri: tutto lavora sottoterra, nel silenzio dell’anima.
E poi arriva un momento preciso, spesso imprevedibile, in cui ciò che era custodito dentro di noi erompe verso la luce.

Ma c'è di più: la fioritura della yucca è potente ma fragile. Rapida, quasi caduca. Come certe epifanie spirituali. Come alcuni amori. Come gli stati di coscienza in cui per un attimo vediamo chiaramente chi siamo.
E se anche volessimo trattenere quei momenti e renderli permanenti, la natura ci insegna il contrario: la vera intensità non nasce dalla durata, ma dalla presenza totale.
Così, ci tocca accettare che le grandi aperture dell’anima, come lo sbocciare di fiori rari, non possono essere possedute, ma solo attraversate.

Per un giorno, prova a osservarti come se fossi un archeologo del futuro.Guarda gli oggetti che usi. Le parole che ripet...
25/05/2026

Per un giorno, prova a osservarti come se fossi un archeologo del futuro.
Guarda gli oggetti che usi. Le parole che ripeti. Il modo in cui mangi. Il modo in cui tocchi il telefono. Le cose che temi. E quelle che desideri.
Alla fine della giornata chiediti:
“Che idea dell’essere umano emergerebbe dalla mia vita quotidiana?”

Gli antichi lasciavano templi, simboli, riti, tombe orientate verso le stelle.
Noi cosa lasceremo?
Notifiche. Velocità. Consumo. Rumore...
Cos'altro?

L’evoluzione dell’uomo non esiste in assenza dell’evoluzione della coscienza.
Senza questa, al massimo, possiamo parlare di evoluzione tecnologica.

La vera domanda non è quanto siamo andati avanti, ma in quale direzione stiamo andando.
E forse il fatto di poterci porre questa domanda, ogni giorno, è già il primo passo verso la nostra evoluzione.

In passato lasciavo foglie e petali dentro le pagine di un libro. A distanza di tempo, riaprendo quelle pagine, essi ria...
18/05/2026

In passato lasciavo foglie e petali dentro le pagine di un libro.
A distanza di tempo, riaprendo quelle pagine, essi riappaiono all’improvviso, fragili e silenziosi e con loro le tracce della mia vita passata.
Ciò che mi sorprende è che quei petali non conservano soltanto un ricordo, ma una versione di me: la persona che ero quando li avevo raccolti.
Quello che speravo. Quello che credevo. Il modo in cui amavamo.
Forse è per questo che certi oggetti ci commuovono così tanto: non parlano davvero del passato, ma delle identità che abbiamo avuto e poi perduto.
Un petalo secco, in fondo, non ha alcun valore reale.
Eppure la mente umana è capace di trasformarlo in un luogo emotivo, in una soglia invisibile attraverso cui rientrare, anche solo per un istante, in un tempo che non esiste più.
La memoria non è custodita nelle cose, ma nella relazione che intrecciamo con esse.
Gli oggetti sono soltanto materia. È il nostro sguardo a renderli sacri.
E ciò che un tempo ci sembrava pieno di magia non era magia in sé, ma il riflesso di ciò che avevamo dentro.

Per anni ho rincorso un’idea di me. Ho creduto che per realizzarmi dovessi cambiare, forzarmi, diventare altro. Migliora...
11/05/2026

Per anni ho rincorso un’idea di me. Ho creduto che per realizzarmi dovessi cambiare, forzarmi, diventare altro. Migliorarmi senza sosta, correggermi, allontanarmi continuamente da ciò che ero nel tentativo di essere “abbastanza”.

Poi, nel tempo, è arrivata una nuova consapevolezza: essere se stessi non è uno sforzo. È smettere di interferire. È lasciare cadere il giudizio, l’ansia di trasformarsi in qualcosa di diverso. Perché ogni volta che tentiamo di diventare altro da noi, ci allontaniamo dalla nostra natura più autentica.
E allora risuonano vere le parole di Gertrude Stein: “Una rosa è una rosa è una rosa.”
Una rosa non deve meritarsi di essere rosa. Non deve forzarsi, perfezionarsi, dimostrare qualcosa. Esiste pienamente già così.

Come la terra in maggio accoglie ogni seme senza domandargli di diventare diverso da ciò che è, così anche noi. La realizzazione non è una meta da conquistare, ma un riconoscimento. Non è una corsa, ma un abbandono fiducioso.
Oggi mi rilasso. E in questo lasciar andare riconosco la mia natura.
E il mondo, all’improvviso, appare più semplice, più bello, più in pace.

Prima o poi doveva succedere. Il momento spiazzante in cui per leggere allunghi il braccio, cercando una distanza della ...
04/05/2026

Prima o poi doveva succedere. Il momento spiazzante in cui per leggere allunghi il braccio, cercando una distanza della quale non avevi mai avuto bisogno. Le parole si assottigliano e sfumano e quello che davi per scontato, non lo è più. All'inizio non capisci cosa ti stia succedendo, poi arriva il verdetto: è solo invecchiamento.

Ma davvero è solo questo?
E se fosse, invece, un invito?

Quando il mondo a pochi centimetri si attenua, è giunto il momento di alzare lo sguardo, lasciare i dettagli minuti, le piccole abitudini della quotidianità, per incontrare l’orizzonte.
È come il crepuscolo: ciò che è vicino perde contorno, mentre il cielo si apre.

Forse il cambiamento della vista, oltre a togliere, dischiude anche qualcosa: uno spazio più ampio, più lontano, più essenziale.

E nello sguardo che si apre, cambia anche il modo di stare nel mondo.
Si impara a non trattenere tutto, a non inseguire ogni dettaglio. A scegliere, con più quiete, ciò che davvero merita attenzione. Lo sguardo non cerca più di afferrare, ma di comprendere; diventa capace di attendere, di riconoscere i tempi senza forzarli.
Anche gli altri appaiono diversi: non più solo presenze che rispondono ai nostri bisogni, ma storie, profondità e fragilità da incontrare. In questo spazio più largo, nasce una forma nuova di vicinanza: meno urgente, più essenziale.
È uno sguardo che non sente più il bisogno di dimostrare; che non accumula, ma trasmette; che non corre, ma accompagna.

Forse è questo il dono nascosto: non vedere meno, ma vedere più lontano.
E imparare, poco a poco, a fidarsi di ciò che appare
quando smettiamo di stringere lo sguardo.

Osservare, analizzare, cercare soluzioni.Per molto tempo - anni addietro - la mia giornata era fatta soprattutto di ques...
27/04/2026

Osservare, analizzare, cercare soluzioni.
Per molto tempo - anni addietro - la mia giornata era fatta soprattutto di queste tre azioni. Uno sguardo da “chimica”: preciso, ordinato, utile. E sì, anche rassicurante.
Ma a un certo punto mi sono accorta che non bastava.
Funzionava per gestire la vita… ma era come se non la sentissi davvero.
È stato quando ho iniziato ad aprire uno spazio diverso — meno controllabile, più simbolico, più profondo — che qualcosa è cambiato.
Uno sguardo che oggi chiamerei “alchemico”, che non cerca solo di risolvere, ma di comprendere cosa sta trasformando.
Nella mia esperienza, è proprio da lì che ho iniziato a vivere meglio.
Non perché i problemi siano spariti, ma perché hanno iniziato ad avere senso.
Integrare questi due modi di stare al mondo è una pratica quotidiana, semplice ma non scontata:
1. Non fermarti ai fatti: chiediti “cosa sta cambiando in me?”
2. Concediti una pausa prima di reagire: nelle emozioni c’è informazione, non solo disturbo
3. Accetta le piccole perdite: ogni crescita implica lasciare qualcosa
4. Tieni traccia di ciò che si muove dentro di te, anche con poche parole
5. Collega fuori e dentro: ciò che vivi ha sempre una risonanza interna.

Vivere meglio non significa controllare tutto, ma dare senso a ciò che accade.
E quando questo inizia a succedere, il chimico e l’alchimista smettono di essere in conflitto…e iniziano, finalmente, a lavorare insieme, per compiere la più grande delle Opere: fare sé stessi.

Ayin è una parola antica che significa sia “occhio” che “sorgente”.Simbolicamente lo sguardo non è soltanto una funzione...
20/04/2026

Ayin è una parola antica che significa sia “occhio” che “sorgente”.
Simbolicamente lo sguardo non è soltanto una funzione percettiva rivolta all’esterno, ma anche una via di accesso alla profondità dell’esperienza interna. Ciò che vediamo fuori è spesso intrecciato a ciò che è dentro di noi, tanto che potremmo dire che lo sguardo non è mai neutro: è orientato da memorie, affetti, aspettative, ferite. E proprio per questo può diventare uno strumento trasformativo. Quando una persona inizia a “ritirare” parzialmente l’attenzione dal solo piano esterno per rivolgerla verso il proprio mondo interno, si apre uno spazio nuovo: non più solo reazione agli eventi, ma possibilità di comprensione.
Ayin indica esattamente questo passaggio: dall’occhio che registra, all’occhio che entra in relazione con ciò che osserva.
Anche la scienza, quando ha rivolto il proprio sguardo dentro la materia, ha dovuto rivedere modelli che sembravano consolidati. Analogamente, nel lavoro psicologico, quando lo sguardo si approfondisce, spesso emergono significati inattesi che riorganizzano l’esperienza e modificano il modo di stare nella realtà.
Ma affinché questo si realizzi, è necessario “guardarsi dentro” non in modo generico, ma sviluppando una qualità dello sguardo capace di tollerare ciò che emerge, senza evitarlo o irrigidirlo in spiegazioni immediate.
La trasformazione non avviene forzando il cambiamento, ma affinando lo sguardo. Più questo diventa consapevole, meno giudicante e più disposto a sostare nella complessità, più permette a contenuti profondi di emergere e trovare una nuova integrazione.
In questo senso, Ayin non è solo un simbolo: è una funzione psichica da coltivare. Uno spazio interno in cui vedere e comprendere coincidono, e in cui ciò che era implicito può finalmente diventare pensabile.
Guardare, allora, non è più solo osservare la realtà, ma iniziare a trasformarla dall’interno.

Indirizzo

Via G. Di Vittorio, 22
Camerata Picena
60020

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 13:00
14:00 - 21:00
Martedì 08:00 - 13:00
14:00 - 21:00
Mercoledì 08:00 - 13:00
14:00 - 21:00
Giovedì 08:00 - 13:00
14:00 - 21:00
Venerdì 08:00 - 13:00
14:00 - 21:00
Sabato 08:00 - 12:00

Telefono

+393393483506

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