26/08/2026
UNA BAMBINA MORTA PER UNA MALATTIA CHE IL VACCINO AVREBBE POTUTO FERMARE
Anna Rosa aveva quattro anni. È morta a Palermo di difterite. Non era vaccinata.
Questa è la notizia dalla quale bisogna partire, senza addolcirla e senza rifugiarsi nelle solite, comode ambiguità: è morta per una malattia prevenibile, una malattia che in Italia non uccideva un bambino dal 1991.
Da farmacista, ma prima ancora da persona che crede nella scienza e nella responsabilità verso gli altri, considero questa morte qualcosa di più di una tragedia privata. È il risultato estremo di un clima nel quale le opinioni vengono messe sullo stesso piano delle prove, le paure diventano più autorevoli degli studi e una menzogna ripetuta migliaia di volte finisce per sembrare vera.
Alberto Mantovani, uno dei nostri più autorevoli immunologi, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca e professore emerito di Humanitas University, lo dice con parole nette:
«È una tragedia, ed era evitabile».
Non parla soltanto della responsabilità delle famiglie.
__Si domanda se tutti i medici vengano formati abbastanza sull’importanza delle vaccinazioni e se scienziati e sanitari non debbano tornare nelle scuole e nei quartieri, fra le persone, per spiegare, ascoltare e contrastare le falsità prima che diventino decisioni irreparabili.
Perché i vaccini non sono una faccenda esclusivamente individuale.
Mantovani li definisce una «cintura di sicurezza» anche per chi non può vaccinarsi: neonati, anziani, persone immunodepresse e fragili. Quando la copertura scende, quella cintura si spezza e malattie che pensavamo sconfitte ritrovano spazio.
L’immunologo richiama in particolare il morbillo:
per impedirne la circolazione occorre una copertura intorno al 95%.
Nel biennio 2017-2018, ricorda, l’Italia registrò circa ottomila casi e tredici morti, quasi tutti tra persone non vaccinate. Non sono numeri inventati per spaventare: sono esseri umani ammalati o morti inutilmente.
E Mantovani smonta anche un’altra pericolosa sciocchezza:
__non è vero che contrarre naturalmente una malattia rappresenti un buon “allenamento” per il sistema immunitario. Il sistema immunitario può imparare anche attraverso il vaccino, senza dover pagare il prezzo dell’infezione e delle sue possibili complicanze.
Poi affronta la madre di tutte le menzogne antivacciniste:
___la presunta relazione fra vaccini e autismo.
La definisce ciò che è:
«Un falso clamoroso che ha fatto molto male ai bambini».
Un falso nato da una pubblicazione fraudolenta, ritirata dalla rivista scientifica che l’aveva ospitata, e smentito da decenni di ricerche.
__Eppure continua a circolare, avvelenando la fiducia delle famiglie e costringendo gli scienziati a impiegare tempo e risorse per confutare ancora ciò che è già stato confutato.
Nel 2025 un vastissimo studio danese, condotto su oltre 1,2 milioni di bambini e pubblicato sugli Annals of Internal Medicine,
___non ha trovato alcuna associazione fra l’esposizione all’alluminio contenuto in alcuni vaccini pediatrici e cinquanta condizioni croniche, comprese patologie autoimmuni, allergiche e neurologiche come l’autismo. Ancora una volta: nessun aumento del rischio.
La scienza non sostiene che qualunque farmaco o vaccino sia privo di ogni possibile effetto indesiderato.
___La scienza valuta i rischi, li sorveglia e li confronta con quelli enormemente maggiori delle malattie.
È esattamente ciò che la propaganda antivaccinista non fa: ingigantisce il rischio raro o ipotetico del vaccino e cancella quello reale dell’infezione.
Anna Rosa non potrà più essere protetta.
Proprio per questo la sua morte non dovrebbe essere usata per alimentare urla, accuse o spettacolo, ma dovrebbe obbligarci a guardare la realtà.
Quando una bugia sanitaria convince una famiglia a rinunciare a una protezione essenziale, quella bugia non è più una semplice “opinione”. Può diventare malattia.
Può diventare contagio.
Può diventare morte.
E una società responsabile non può assistere in silenzio al ritorno di malattie prevenibili fingendo che scienza e disinformazione abbiano lo stesso valore.
Non lo hanno.
Non lo avranno mai.
Fonti: intervista ad Alberto Mantovani sul Corriere della Sera; studio danese pubblicato sugli Annals of Internal Medicine; Statens Serum Institut.