20/06/2021
"Quando una Donna decide di guarire se stessa, si trasforma in un'opera di amore e compassione che non guarisce solo se stessa, ma tutta la sua discendenza."
Bert Hellinger
🙏🏻 Namastè
Gli indù utilizzano la parola “namasté” come forma di saluto e di arrivederci, ma anche per ringraziare, per chiedere qualcosa, come segno di rispetto, in genere accompagnandola con il gesto (o “mudra”) che consiste nell’avvicinare i palmi delle mani in segno di preghiera, collocandole al centro del petto.
Il termine “namas” significa “saluto” o “reverenza” e deriva etimologicamente da “nam” che significa “prostrarsi”, “inchinarsi”. Il suffisso “te”, invece, è un pronome personale simile a quello italiano che significa “a te”.
Oltre all’aspetto strettamente semantico della parola “namasté”, l’aspetto filosofico-spirituale della lingua sanscrita conferisce un significato più profondo a questa parola. Così, per esempio, il termine “namas” può essere interpretato come “niente di mio”, nel senso che l’ego si riduce al nulla, sottolineando un atteggiamento di umiltà di fronte agli altri. Se questo saluto viene dal cuore, si stabilisce una connessione genuina con le persone, al di sopra delle aspettative e delle maschere sociali.
Un’altra sfumatura spirituale di questa parola multisfaccettata risiede nella credenza che esista un scintilla divina in ognuno di noi. Quando pronunciamo la parola “namasté” accompagnandola con il gesto delle mani, o mudra, in segno di preghiera e con la testa inclinata, quindi, stiamo silenziosamente riconoscendo la presenza divina in noi e nell’altro. Se lo esprimiamo con altre parole, suonerebbe come: “La scintilla divina che è in me riconosce la scintilla divina che è in te”.