Dr.Francesco Milone Psicoanalista

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La psicoanalisi attraverso la sua clinica consente al paziente una ripartenza, una rinnovata soggettività da mettere in gioco nella nostra società contemporanea che si va connotando via via, sempre più complessa nelle relazioni sociali.

31/08/2026

IL RUOLO DEL CORPO NELLA PSICOANALISI DI FREUD

Le ricerche condotte da Charcot nell’ospedale parigino della Salpêtrière spinsero la psichiatria e la neurologia a dover ripensare il funzionamento del corpo e il suo rapporto con la mente.

In particolare, i casi di isteria apparivano inspiegabili: in assenza di ogni forma di alterazione percepibile del sistema nervoso, erano presenti una gran varietà di sintomi, in apparenza senza causa.

La diagnosi di “isteria” nell’Ottocento veniva effettuata quindi sulla base dei sintomi, senza conoscere davvero il meccanismo che li causava.

Le pazienti isteriche erano spesso accusate di inventare i loro sintomi o di esagerarli.

Freud sottolinea il merito di Charcot nell’aver individuato i sintomi tipici dell’isteria, circoscrivendo la sindrome: la presenza di accessi convulsivi, l’individuazione delle “zone isterogene”, la presenza di disturbi della sensibilità cutanea e sensoriale, le paralisi, l'anestesia e le contratture…

Questi erano alcuni dei sintomi che determinavano la diagnosi di isteria.

Quello che disorientava i medici era la totale assenza di lesioni organiche, con la presenza di alterazioni del funzionamento. Come spiegarlo?

Il genio di Freud gli permise di andare oltre il suo primo maestro sull’isteria, Charcot: Freud infatti capì che la concezione medica del corpo era insufficiente.

Il corpo della medicina, come sottolinea la fenomenologia è inteso come “mero corpo” (Korper), un oggetto inerte, da studiare con gli strumenti e lo sguardo scientifico.
I fenomenologi invece sottolineavano l’esistenza di un’altra forma di corpo, il “corpo vissuto” (lieb); come sottolinea Redaelli, il “lieb” va inteso come “fonte di una spinta vitale che non si lascia oggettivare dallo sguardo scientifico”.

Freud farà un passo avanti, sottolineando come il corpo “vivo”, abitato da una soggettività, è anche un “corpo pulsionale”, cioè un corpo che gode, che trae soddisfazione dalle sue funzioni.
La pulsione si soddisfa in tanti modi: con lo sguardo, con i gesti, con il cibo, con le parole, con la sessualità, concentrando la sua azione intorno alle “zone erogene”, investite dalla pulsione.
Ogni volta la pulsione cerca un suo modo, mai naturale, mai solo culturale, di raggiungere la sua soddisfazione.

La pulsione che attraversa il corpo lo rende “estraneo”, altro rispetto al soggetto che non lo controlla pienamente. Il corpo dell’isterica ci mostra proprio questo: il corpo diviene campo di battaglia tra la pulsione e i divieti del Super Io, determinando l’emergere di tutta una serie di sintomi.

Tuttavia, la scoperta più inquietante di Freud sarà la dimensione mortifera della pulsione: questa soddisfazione infatti, che si ottiene con l’appagamento della pulsione, non corrisponde sempre al “piacere” o all’esperienza del benessere.
Anche il sintomo, fonte di dolore, conflitto e disorientamento, è una forma della soddisfazione della pulsione.
Come Freud ha sottolineato in “Al di là del principio del piacere” (1920), questa soddisfazione può comportare la distruzione del corpo e forme atroci di sofferenza e di privazione.

Questo è oggi evidente nel piacere che trae il tossicomane dall’uso della sostanza, fonte di soddisfazione ma allo stesso tempo veleno mortale per il corpo. Oppure nell’anoressia, dove i digiuni prolungati, capaci di portare il corpo alla morte, possono suscitare un vissuto di estasi.

Il corpo di Freud non può quindi essere ridotto né alla macchina della biologia, né al “corpo incarnato” della fenomenologia. Il concetto di “corpo pulsionale” mostra come il corpo sia attraversato da una spinta aliena ed inquietante, che, in ogni modo, cerca solo la sua soddisfazione, anche a rischio della morte.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – Isteria (1888);
-Sigmund Freud – Al di là del principio del piacere (1920);
-Umberto Galimberti – Il corpo (2013);
-Enrico Redaelli – Judith Butler (2023).
Gianfranco Ricci

19/07/2026

𝐃𝐈𝐌𝐌𝐈 𝐓𝐔 𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐃𝐄𝐕𝐎 𝐕𝐎𝐋𝐄𝐑𝐄 𝐏𝐄𝐑𝐂𝐇𝐄́ 𝐓𝐔 𝐌𝐈 𝐕𝐎𝐆𝐋𝐈𝐀

Uno dei contributi più significativi apportati da Lacan alla comprensione del modo in cui il soggetto si organizza intorno al proprio desiderio - ed è questo anche l'ambito d'azione della psicoanalisi - riguarda il modo in cui il desiderio si articola nella domanda rivolta all'Altro.

Lacan ci ha mostrato che la struttura della domanda non si costituisce a partire dal soggetto indipendentemente dall'Altro cui viene rivolta. Al contrario, essa si organizza sulla base delle "indicazioni" che il soggetto riceve dall'Altro interpellato nel momento del bisogno: quell'Altro che, originariamente, è in genere incarnato dalla madre.

L'Altro della domanda è dunque anche l'Altro del codice, vale a dire il luogo del linguaggio e dei significanti attraverso i quali il soggetto può articolare la propria domanda. È nell'Altro che il soggetto trova i significanti con cui formularla, cercando di farla corrispondere al desiderio dell'Altro al quale si rivolge.

Per questo Lacan dirà che il desiderio del soggetto è il desiderio dell'Altro e, richiamandosi al Diavolo innamorato di Cazotte, sintetizzerà tale questione nel celebre interrogativo con cui il soggetto si rivolge a quest'Altro: "Che vuoi?".

Solo interrogando l'Altro sul suo desiderio, chiedendogli cioè "Che vuoi da me?", il soggetto può tentare, retroattivamente, di scegliere i significanti attraverso i quali strutturare la propria domanda. Questa scelta non avviene però in modo pienamente consapevole: essa dipende dal campo simbolico nel quale il soggetto è già inscritto.

È così che la domanda acquista il suo senso e produce effetti metaforici, costituendosi anche attraverso la sostituzione di un significante con un altro. Non vi è infatti domanda rivolta all'Altro che non dica, insieme al desiderio del soggetto, anche qualcosa dell'Altro e del suo desiderio.

Quando il codice non funziona e non consente al soggetto di articolare adeguatamente la domanda, scegliendo e disponendo i significanti nel loro rapporto con i significati, il soggetto può non riuscire più a riconoscere il desiderio che la sottende. Può allora incontrare, da una parte, l'angoscia e, dall'altra, l'impossibilità di domandare, come se non possedesse più le chiavi - le "password", potremmo dire - che l'Altro, e in primo luogo la madre, avrebbe dovuto trasmettergli affinché la domanda potesse strutturarsi.

Nei casi più radicali, come in alcune forme di psicosi, può risultare compromessa proprio la funzione simbolica che regola il rapporto tra significante e significato. Ne derivano costruzioni linguistiche nelle quali i significanti non sembrano più organizzarsi secondo il codice condiviso, producendo per l'altro effetti di incomprensibilità o di estraneità.

Se dunque è il desiderio dell'Altro a orientare il modo in cui il desiderio del soggetto si struttura nella domanda, ciò significa che il discorso dell'Altro persiste nel discorso del soggetto, pur rimanendovi dimenticato e, dunque, inconscio.

L'inconscio non è altro che questo: il discorso dell'Altro che si insedia nel soggetto e si struttura come un linguaggio. Possiamo allora dire che noi parliamo in quanto siamo parlati. Allo stesso modo, possiamo dire che il carattere particolare del nostro desiderio si costituisce soltanto in quell'al di là della domanda in cui incontriamo l'enigma del desiderio dell'Altro.

15/07/2026

Antonio Di Ciaccia
"Un'ideologia falsa dell'amore"

Si crede che l'amore sia un dare qualcosa al proprio figlio. Mi piace la definizione di Lacan

12/07/2026

MASSIMO RECALCATI DESIDERIO E PECCATO LA FORZA DELLA TRASGRESSIONE
Oltre il senso di colpa
Spesso il desiderio viene scambiato per peccato, come se inseguire ciò che ci fa sentire vivi fosse una colpa da espiare. Massimo Recalcati ribalta completamente questa prospettiva, mostrandoci come il desiderio sia la vera spinta vitale dell essere umano.
Il peccato, in senso moderno, non è cedere a una pulsione, ma tradire se stessi. Per Recalcati, il desiderio autentico non è mai distruttivo, ma è ciò che ci mette in cammino verso la nostra verità più profonda. Quando rinunciamo al nostro desiderio per conformarci alle regole o al giudizio altrui, è lì che compiamo il vero errore verso la nostra esistenza.
La lezione che ci arriva è chiara. Non dobbiamo temere la nostra spinta interiore, ma imparare a riconoscerla e a darle forma. È nel coraggio di assumersi la responsabilità di ciò che desideriamo che si gioca la partita della nostra libertà. Solo chi accetta di non essere perfetto può ambire a essere, finalmente, se stesso.

Autore Massimo Recalcati.

Ti è mai capitato di sentirti in colpa per aver seguito un tuo desiderio autentico

10/07/2026

Jacques-Alain Miller
"La non-armonia della personalità umana"

Il romanzo morale è un romanzo edificante, dove ci si promette sempre una vita di felicità con il proprio amante, il fidanzato o la fidanzata. Freud e la psicoanalisi hanno però una dimensione opposta a quella della pastorale.
In psicoanalisi si parte dal presupposto di accettare la non-armonia della personalità umana. Non esiste un Babbo Natale per l'umanità, le cose non funzionano da sé, non ci sono segnali armonici nell'essere umano.

28/06/2026

Il principio a cui cerco di conformarmi è quello così bene espresso dalla formula di Freud: « la voce della ragione è bassa ma dice sempre la stessa cosa ». Talvolta ho l’aria di divertirmi enormemente a fare faville, ma è solo un espediente per risvegliare la gente. È necessario risvegliare la gente: questa dimensione del risveglio è assolutamente primaria per noi psicanalisti, anche perché ce lo insegna l’esperienza. In fin dei conti, il sintomo, anche nell’uomo che più si pretende « razionale », è qualcosa di torpido che dovrà essere da noi trasformato in segno di risveglio. Ma questo ci impone una vigilanza estrema, e un lavoro costante.
Lacan

19/04/2026

L'ETICA IN LACAN: NON CEDERE SUL PROPRIO DESIDERIO

Secondo l'analisi di Lacan nel Seminario VII, l'etica della psicoanalisi si fonda su un unico, radicale imperativo: non cedere sul proprio desiderio.

Cedere significa tradire la propria verità più intima, quella che emerge dalla nostra fondamentale incompletezza (la "mancanza-a-essere").

Lacan descrive la "struttura del cedimento" in due modi principali, che in realtà sono due facce della stessa medaglia:

1) Il tradimento di sé, che si verifica quando il soggetto stesso rinuncia a seguire la propria "via", deviando da ciò che intimamente lo muove per paura, convenienza o per conformarsi a un ideale esterno. È un auto-tradimento.

2) La tolleranza del tradimento altrui, che avviene quando il soggetto accetta che un'altra persona significativa (un genitore, un partner, un insegnante o persino un terapeuta) tradisce la sua attesa fondamentale: quella di essere riconosciuto nel suo desiderio, ovvero nella sua "mancanza".

Alla base della "struttura del cedimento sil proprio desiderio" vi è, per Lacan, il conflitto cruciale tra il Bene, imposto dall'Altro, e il Desiderio soggettivo.

Questi è il lcuore dell'insegnamento di Lacan: si cede sul proprio desiderio quasi sempre in nome di un "Bene", quel "Bene" che è sempre qualcosa di esterno, un insieme di norme, valori o aspettative imposte da altri ("lTe lo dico, devi farlo per il tuo bene").

Alla base della pretesa di sapere quale sia il Bene dell'Altro, o di credere che l'Altro sappia quale sia il proprio Bene, c'è sempre l'aspettativa di una soluzione "piena", che miri a riempire ogni vuoto, a saturare la mancanza e a prevenire ogni "falla" nell'esistenza del soggetto. Per sua natura, il Bene è rassicurante e conformista.

Il "Desiderio", al contrario, nasce proprio da quel vuoto, da quella mancanza. Seguire il proprio desiderio significa accettare di essere "mancanti", di non avere tutte le risposte, e agire in conformità con questa verità soggettiva, anche quando è scomoda o va contro le convenzioni.

Per questo, scegliere la via del "Bene" imposto dall'Altro significa inevitabilmente cedere sul proprio desiderio.

Colui che impone il Bene, anche con le migliori intenzioni, si pone come colui che "sa" cosa è giusto per l'altro, negando di fatto l'unicità del suo desiderio.

Lacan è categorico: chi impone il "Bene" è colui che tradisce. Il soggetto del tradimento non è mai il soggetto del desiderio.

L'esempio supremo di chi non cede è Antigone. Le viene offerto un "Bene" chiaro e razionale: salvarsi la vita obbedendo alla legge della città rappresentata da Creonte. E tuttavia, lei rifiuta questo bene in nome del suo desiderio irremovibile: dare degna sepoltura al fratello Polinice, un atto che la definisce nella sua essenza.

Scegliendo di seguire il proprioo desiderio fino alle estreme conseguenze, Antigone si afferma come soggetto etico per eccellenza, anche a costo della vita.

In sintesi, la vera etica, per Lacan, non consiste nel perseguire un Bene Universale e prestabilito, ma nel rispettare e preservare quella "mancanza" fondamentale che ci costituisce, sia in noi stessi che negli altri.
Questo è un monito potente, specialmente per chi si trova in una posizione di influenza (genitore, terapeuta, partner): l'obiettivo non è "riempire" l'altro con il nostro concetto di bene, ma lasciargli lo spazio per far esistere il suo desiderio. L'etica sta nel custodire quel vuoto, non nel tentare di saturarlo.
Egidio T. Errico

19/04/2026

SOCRATE E LA MAIEUTICA

Socrate è probabilmente il filosofo più conosciuto del pensiero greco classico.
Il filosofo era attivo nella vita politica e culturale della città di Atene nel periodo più buio della sua storia, dopo la sconfitta nella guerra con Sparta.

Accusato dalla moglie Santippe di essere un buono a nulla, Socrate vagava per la città insieme ai suoi allievi, interrogando intellettuali, retori, politici e aristocratici, dai quali era visto con un misto di ammirazione e disprezzo.

Socrate era figlio di una levatrice; come riporta Platone in una sua opera, intitolata “Teeteto”: “io sono figlio di una levatrice molto in gamba”; in greco antico, “maia” è la parola che designa la levatrice, colei che aiuta le partorienti.
Descrivendo la propria filosofia, Socrate afferma: “io pratico la stessa arte”.
Il modo di dialogare, spesso provocatorio, di Socrate è infatti chiamato “maieutica”; descrivendola, Socrate (attraverso Platone) afferma:

“la mia arte di levatrice poi, il tutto il resto è uguale a quella delle ostetriche, ma se ne differenzia in questo, che agisce sugli uomini e non sulle donne, e assiste le loro anime, quando partoriscono, e non i corpi”

Socrate interrogava i suoi interlocutori perché emergesse il loro “logos”, il loro discorso, la loro verità. Per questo, i suoi contemporanei vivevano con grande ambivalenza il loro rapporto con Socrate: il suo stile spingeva gli interlocutori a rimettere in discussione certezze, assiomi, aprendo ad uno scenario soggettivo nuovo, inedito.

Per questo, lo stile filosofico di Socrate è, secondo Lacan, molto simile all’azione dello psicoanalista: l’analista ascolta le parole del paziente, cercando di fare emergere il suo “logos”, il discorso che lo abita, di cui è “gravido”, senza cadere nella falsa credenza delle parole comuni o della retorica.

L’analista, come Socrate, è interessato ad un discorso diverso da quello comune: è alla ricerca della verità del soggetto, di un discorso unico, mai sentito prima, proprio solo di chi lo enuncia.

Per questo, l’esperienza dell’analisi, se da una parte punta alla verità, dall’altra espone alla vertigine di un non sapere radicale, che spesso si traduce in una grande rabbia rivolta verso l’analista: cosa vuole da me? Che cosa devo dire?

Per il suo stile eccentrico e il potenziale eversivo della verità insito nella sua filosofia, Socrate è stato condannato a morte dal governo conservatore, succeduto ai Trenta Tiranni che hanno governato Atene dopo la sconfitta militare nella Guerra del Peloponneso.

Il suo è stato un vero e proprio processo politico, raccontato da Platone nell’ “Apologia di Socrate”.

Nel suo insegnamento, il filosofo sosteneva la necessità di realizzare il proprio “daimon”, il proprio demone, la buona alleanza con esso nella propria vita (“eudaimonia”). Così, in analisi si tratta di far emergere il desiderio inconscio del soggetto, nascosto dai discorsi “vuoti” della vita quotidiana: qual è il nostro talento? Per quale ragione ci svegliamo la mattina? Qual è la nostra strada?

Se Socrate sosteneva la necessaria alleanza con il proprio “daimon”, così l’analista trova nel “desiderio dell’analista” la spinta della propria funzione: il desiderio dell’analista, sostiene Lacan, non sarebbe un desiderio qualunque, piuttosto si tratterebbe del desiderio, proprio dell’analista, di “far emergere la differenza assoluta” che abita ciascun soggetto.

Gianfranco Ricci

01/02/2026

ESISTE UNA PAROLA CHE SVELI IL DESIDERIO?

Cos'è il desiderio? Nella psicoanalisi lacaniana, il desiderio è concepito come un effetto della parola, ossia come la scalfittura, la faglia, la beanza che la parola dell'Altro incide nel soggetto a cui viene destinata.

Lacan dice che si parla sempre a qualcuno e che l'atto stesso di parlare a qualcuno si configura come domanda rivolta all'Altro. Ogni qualvolta qualcuno ci rivolge la parola lascia in noi un segno, modifica il nostro stato, apre una faglia, che spesso può avere il sapore di una ferita. Non a caso si dice che le parole possono ferire.

La parola dunque è sempre domanda e la domanda incide sempre un segno nell'Altro, vi lascia sempre una ferita.

Ora, è proprio nella ferita come effetto della parola che si produce e si articola il desiderio, che, per questo, possiamo dire, ha dunque la struttura della mancanza, la consistenza della ferita.

Non ci può essere desiderio se non a partire dalla ferita, da quella ferita primordiale che Freud ha chiamato castrazione. Il desiderio è la figura della castrazione, della mancanza irriducibile.

Causare il desiderio nell'Altro significa inevitabilmente anche ferirlo un po': non a caso quando ci innamoriamo - l'amore è causato dal desiderio - spesso diciamo: "mi hai colpito al cuore". L'immagine del "colpo di fulmine" è la freccia con la quale Cupido colpisce direttamente il cuore.

Il desiderio è dunque quella ferita ad opera della parola e che ci segna come soggetti: sopportare il desiderio è allora come sopportare una ferita beante: per questo vorremmo guarirla, ossia soddisfare il desiderio, una volta per tutte.

Ma la parola, pur essendo fondamentale nella nostra esperienza, in quanto causa, non può mai esprimere completamente il desiderio del soggetto. Per poterlo nominare, sarebbe necessaria una parola che non funzioni come parola, una parola al di fuori del linguaggio stesso. Una possibilità che è logicamente impossibile!

La domanda causa il desiderio e il desiderio a sua volta causa la domanda, ma, ovviamente senza potervi entrarel Il desiderio, dice Lacan, è sempre "l'aldilà della domanda"

Nonostante ciò, il nevrotico continua a nutrire la speranza che esista un modo per esprimere il proprio desiderio in modo diretto e senza ambiguità. Questa illusione porta ad un incessante tentativo di cercare una parola che possa "svelare" il desiderio, ma ogni tentativo è destinato a rivelarsi vano, poiché il linguaggio stesso è strutturato in modo tale da non poter catturare l'essenza del desiderio. E' per questo che Lacan dice che "il desiderio è articolato, ma non articolabile"

In questo senso, il desiderio rimane sempre parzialmente inafferrabile, sfuggente, intriso di un significato che non può essere completamente articolato.

La frustrazione e l'angoscia che ne derivano sono parte integrante dell'esperienza umana, riflettendo la complessità del nostro rapporto con il linguaggio e con noi stessi

29/11/2025

VUOI ESSERE TECNO-PSICOLOGO?

«Sappiate che, nelle profondità dello Stato, oscure officine lavorano alacremente alla messa a punto di un prototipo ancora segreto, destinato a mettere progressivamente da parte gli psichiatri di un tempo: lo psichiatra che, in nome della sua autonomia professionale, resiste alla sua gerarchia; e lo psicanalista geniale, che deve la sua clientela solo al passaparola; e lo psicanalista liberale, che deve rendere conto solo al suo analizzante.
Gli psicanalisti buttateli al secchio! Spazio al techno-psicologo!
Il techno-psicologo non avrà il compito di accogliere ciascuno nella singolarità del suo desiderio: che perdita di tempo! Che pessimo rapporto costi-benefici! E poi, guarire con le parole è stregoneria! No, il techno-psicologo non ascolta, conta, calibra, confronta. Osserva i comportamenti, valuta i disturbi, individua i deficit. Autonomia zero: obbedisce ai protocolli, fa quello che gli viene detto, raccoglie dati, li consegna ai gruppi di ricerca. Gli apparati dello Stato sono presenti fin dai primi passi della sua formazione ( Università ) e lui rimarrà loro sottomesso nel corso del tempo attraverso valutazioni periodiche. La verità è che il tecnico-psicologo non è uno psicologo: è un agente di controllo sociale totale, a sua volta sotto costante sorveglianza. Lo so: sembra fantascienza. Nemmeno Stalin ha osato tanto. Ancora più forte della Stasi: quella metteva microfoni, qui ti collegano direttamente un tecnico al cervello. »
Jacques-Alain Miller
(Polemica: morte agli psichiatri? Le Point, n. 1868, 3 luglio 2008)

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