31/08/2026
IL RUOLO DEL CORPO NELLA PSICOANALISI DI FREUD
Le ricerche condotte da Charcot nell’ospedale parigino della Salpêtrière spinsero la psichiatria e la neurologia a dover ripensare il funzionamento del corpo e il suo rapporto con la mente.
In particolare, i casi di isteria apparivano inspiegabili: in assenza di ogni forma di alterazione percepibile del sistema nervoso, erano presenti una gran varietà di sintomi, in apparenza senza causa.
La diagnosi di “isteria” nell’Ottocento veniva effettuata quindi sulla base dei sintomi, senza conoscere davvero il meccanismo che li causava.
Le pazienti isteriche erano spesso accusate di inventare i loro sintomi o di esagerarli.
Freud sottolinea il merito di Charcot nell’aver individuato i sintomi tipici dell’isteria, circoscrivendo la sindrome: la presenza di accessi convulsivi, l’individuazione delle “zone isterogene”, la presenza di disturbi della sensibilità cutanea e sensoriale, le paralisi, l'anestesia e le contratture…
Questi erano alcuni dei sintomi che determinavano la diagnosi di isteria.
Quello che disorientava i medici era la totale assenza di lesioni organiche, con la presenza di alterazioni del funzionamento. Come spiegarlo?
Il genio di Freud gli permise di andare oltre il suo primo maestro sull’isteria, Charcot: Freud infatti capì che la concezione medica del corpo era insufficiente.
Il corpo della medicina, come sottolinea la fenomenologia è inteso come “mero corpo” (Korper), un oggetto inerte, da studiare con gli strumenti e lo sguardo scientifico.
I fenomenologi invece sottolineavano l’esistenza di un’altra forma di corpo, il “corpo vissuto” (lieb); come sottolinea Redaelli, il “lieb” va inteso come “fonte di una spinta vitale che non si lascia oggettivare dallo sguardo scientifico”.
Freud farà un passo avanti, sottolineando come il corpo “vivo”, abitato da una soggettività, è anche un “corpo pulsionale”, cioè un corpo che gode, che trae soddisfazione dalle sue funzioni.
La pulsione si soddisfa in tanti modi: con lo sguardo, con i gesti, con il cibo, con le parole, con la sessualità, concentrando la sua azione intorno alle “zone erogene”, investite dalla pulsione.
Ogni volta la pulsione cerca un suo modo, mai naturale, mai solo culturale, di raggiungere la sua soddisfazione.
La pulsione che attraversa il corpo lo rende “estraneo”, altro rispetto al soggetto che non lo controlla pienamente. Il corpo dell’isterica ci mostra proprio questo: il corpo diviene campo di battaglia tra la pulsione e i divieti del Super Io, determinando l’emergere di tutta una serie di sintomi.
Tuttavia, la scoperta più inquietante di Freud sarà la dimensione mortifera della pulsione: questa soddisfazione infatti, che si ottiene con l’appagamento della pulsione, non corrisponde sempre al “piacere” o all’esperienza del benessere.
Anche il sintomo, fonte di dolore, conflitto e disorientamento, è una forma della soddisfazione della pulsione.
Come Freud ha sottolineato in “Al di là del principio del piacere” (1920), questa soddisfazione può comportare la distruzione del corpo e forme atroci di sofferenza e di privazione.
Questo è oggi evidente nel piacere che trae il tossicomane dall’uso della sostanza, fonte di soddisfazione ma allo stesso tempo veleno mortale per il corpo. Oppure nell’anoressia, dove i digiuni prolungati, capaci di portare il corpo alla morte, possono suscitare un vissuto di estasi.
Il corpo di Freud non può quindi essere ridotto né alla macchina della biologia, né al “corpo incarnato” della fenomenologia. Il concetto di “corpo pulsionale” mostra come il corpo sia attraversato da una spinta aliena ed inquietante, che, in ogni modo, cerca solo la sua soddisfazione, anche a rischio della morte.
L’articolo completo è disponibile sul sito.
Per approfondire:
-Sigmund Freud – Isteria (1888);
-Sigmund Freud – Al di là del principio del piacere (1920);
-Umberto Galimberti – Il corpo (2013);
-Enrico Redaelli – Judith Butler (2023).
Gianfranco Ricci