02/09/2026
“DA SOLI NON CE LA FACCIAMO PIÙ.”
Ci sono notizie che si leggono e si dimenticano, e poi ce ne sono altre che continuano a tornarti in mente. Quello che è accaduto a Roma è una di queste.
Una madre, un padre, la loro bambina di cinque anni con una grave disabilità e il loro cane. Un’intera famiglia che non c’è più. E poi quel biglietto, con poche parole che fanno male anche solo a leggerle:
“Da soli non ce la facciamo più”!
Non possiamo sapere fino in fondo cosa sia accaduto dentro quella casa, quali pensieri, quali paure e quale sofferenza abbiano preceduto un gesto così estremo. E sarebbe sbagliato cercare spiegazioni semplici o, peggio ancora, giustificazioni…
Ma quelle parole restano e noi abbiamo il dovere di ascoltarle, perché la solitudine delle famiglie, che convivono quotidianamente con la disabilità, esiste. La incontriamo anche noi, nel nostro piccolo, ogni giorno. La vediamo negli occhi dei genitori, nelle preoccupazioni di chi pensa continuamente al futuro di un figlio, nella stanchezza di chi si prende cura di qualcuno senza orari e senza giorni di pausa. La ritroviamo nelle battaglie per ottenere un servizio, un’assistenza, un diritto che troppo spesso sembra dover essere conquistato anziché semplicemente garantito.
Come Se.N.A.D. – Servizio Nazionale Assistenza Disabili - cerchiamo di fare la nostra parte. Lo facciamo lavorando sul territorio e al fianco del Settore Welfare della Regione Calabria, attraverso la progettazione sociale, cercando di trasformare le risorse disponibili in attività, servizi, occasioni di inclusione e sostegno concreto per le persone con disabilità e per le loro famiglie.
Eppure, davanti a una storia come questa, viene spontaneo chiedersi se tutto questo basti.
Probabilmente no!
Perché possiamo progettare nuovi servizi, trovare risorse, creare laboratori e costruire percorsi sempre migliori, ed è fondamentale continuare a farlo. Ma intorno a una persona con disabilità e alla sua famiglia deve esserci qualcosa di ancora più grande: DEVE ESSERCI UNA COMUNITÀ.
Una comunità capace di accorgersi della fatica dell’altro senza aspettare che diventi disperazione. Una comunità nella quale un genitore possa dire “sono stanco, ho bisogno di aiuto” senza sentirsi in colpa, inadeguato o abbandonato. Una comunità che non consideri la disabilità una questione privata, da affrontare e risolvere dentro le mura di una casa.
Perché la disabilità non riguarda soltanto la persona che la vive e non può riguardare soltanto la sua famiglia.
Riguarda le istituzioni, il Terzo Settore, i servizi sociali e sanitari, la scuola; ma riguarda anche gli amici, i vicini di casa, i quartieri, i nostri paesi. Riguarda tutti noi.
Forse dobbiamo tornare proprio da qui a parlare di inclusione.
Non soltanto delle rampe, dell’accessibilità o dei progetti, che restano indispensabili ma della capacità di creare relazioni, presenza, vicinanza;della capacità di prenderci cura non soltanto della persona con disabilità, ma anche di chi ogni giorno si prende cura di lei.
Noi continueremo a fare quello che facciamo ogni giorno: progettare, cercare opportunità, collaborare con le istituzioni, ascoltare le famiglie e provare a costruire risposte.
Ma nessuna associazione e nessuna istituzione possono farcela da sole, se intorno manca una comunità capace di esserci davvero.
E allora quelle parole lasciate a Roma dovrebbero interrogarci molto più di quanto pensiamo:
quante famiglie, magari molto più vicine a noi di quanto immaginiamo, stanno pensando in silenzio “da soli non ce la facciamo più”?
Forse il nostro compito, come società, è imparare ad accorgercene prima.
Prima che qualcuno debba gridarlo.
Prima che sia troppo tardi.
Perché l’inclusione non è soltanto garantire un diritto. È fare in modo che nessuno debba affrontare da solo il peso della propria vita.
Ed è questa la comunità che dobbiamo provare, tutti insieme, a costruire.
Se.N.A.D. – Servizio Nazionale Assistenza Disabili 🦋