14/06/2026
📍Uno dei più grandi maestri di arti marziali che il Giappone abbia avuto dedicò la vita a perfezionare un'arte da combattimento. Poi vietò che diventasse uno sport. Niente gare, niente classifiche, niente vincitori e vinti. Perché, sosteneva, il vero avversario non sta quasi mai dall'altra parte.
Si chiamava Morihei Ueshiba, e i suoi allievi lo chiamavano semplicemente O-Sensei, il grande maestro. Era nato nel 1883 a Tanabe, sul mare di Wakayama, ed era stato un bambino gracile e spesso malato, che da ragazzo si gettò sugli allenamenti come per riscattare quel corpo fragile. Divenne fortissimo. Studiò scherma, lancia, lotta, tecniche antiche di ogni scuola. E da tutta quella forza, alla fine, tirò fuori qualcosa che sorprese persino i suoi maestri.
Fondò l'aikido. Un'arte nata non solo dalla sua abilità nel comba***re, ma da una lunga ricerca interiore, fatta di filosofia e di spiritualità. E al centro di quest'arte mise un'idea quasi paradossale per un guerriero: non rispondere mai alla forza con altra forza.
Il principio va contro ogni istinto del combattimento. Quando qualcuno ti attacca, l'impulso è piantarsi e spingere in senso opposto: muscolo contro muscolo, finché uno dei due cede. Nell'aikido la risposta è un'altra. Non ti opponi all'energia che arriva: le entri dentro, ti muovi insieme a lei, la accompagni e la fai girare, finché la spinta dell'altro si scarica nel vuoto e si placa da sé. L'obiettivo non è spezzare chi attacca, ma disinnescare l'attacco proteggendo perfino l'aggressore.
Per questo Ueshiba non volle mai che l'aikido diventasse una competizione. Niente tornei, niente medaglie. Stabilire chi è il più bravo, per lui, era già aver perso il senso di tutto. Si allena per crescere insieme, non per ba***re qualcuno.
La frase che ripeteva e che dipingeva di suo pugno era masakatsu agatsu: la vera vittoria è la vittoria su sé stessi. Diceva che un guerriero diventa davvero invincibile non quando sconfigge gli altri, ma quando non ha più nessuno contro cui comba***re. Per lui la sconfitta non era subire una tecnica: era lo spirito di contesa che ci portiamo dentro. Vinci quando smetti di voler vincere contro qualcuno.
Questa idea vale molto al di là del tatami, nelle nostre giornate qualunque. Tendiamo a trattare quasi tutto come uno scontro frontale. La persona difficile, la critica, l'imprevisto, l'opinione opposta alla nostra: e subito ci piantiamo e spingiamo, muscolo contro muscolo, decisi a non cedere di un centimetro. Lo facciamo nelle discussioni, in famiglia, al lavoro. Due forze contrarie che premono, e qualcosa, prima o poi, si spezza. Quasi sempre la relazione. A volte noi.
Ueshiba indica un altro modo di stare nei colpi della vita. Non per debolezza, ma per intelligenza: puoi non metterti di traverso. Puoi fare un passo di lato, accogliere l'energia che ti arriva addosso, e darle una direzione nuova invece di frantumartici contro. Chi pratica questo non vince di meno. Vince senza lasciare un campo di battaglia dietro di sé.
E poi c'è il cuore di tutto, quel masakatsu agatsu. La battaglia che continuiamo a perdere non è quasi mai con l'altro. È con la nostra voglia di avere ragione, di prevalere, di non darla vinta. Il giorno in cui smetti di comba***re contro qualcuno, ti accorgi che il solo avversario che restava da piegare era la tua stessa furia di comba***re.
Ripenso a Ueshiba quando mi sento irrigidire in uno scontro e già pianto i piedi per spingere. Provo, quando ci riesco, a fare il suo passo di lato: ad ascoltare la spinta dell'altro invece di rispondere colpo su colpo, e a chiedermi se la guerra che sto combattendo non sia in realtà tutta dentro di me. Non sempre ci riesco. Ma le volte in cui lascio andare la voglia di vincere, scopro che non avevo perso niente: avevo solo lasciato cadere una tensione che mi portavo addosso da troppo.
Nel mio libro ho accordate diciannove storie come questa, italiane e giapponesi, tutte diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: diciannove vite che insegnano a smettere di comba***re contro tutto, a partire da sé stessi.
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