Biologa Nutrizionista Dr.ssa Ilaria Iannetti

Biologa Nutrizionista Dr.ssa Ilaria Iannetti 👩‍⚕️Biologa Molecolare Nutrizionista e PhD in Genetica
🧬Dimagrimento e Ricomposizione Corporea Scientifica ZERO Stress! Come fare?

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https://bodycheck.nutrizionistailariaiannetti.com/ Sono Ilaria Iannetti, una Biologa Nutrizionista che si occupa di far perdere peso ai suoi pazienti senza ricorrere a inutili diete restrittive. Quelle da petto di pollo e insalata o beveroni, abbandonate in men che non si dica perché impossibili da portare nella propria vita. Sostanzialmente ti aiuto a gestire lo stress e la f

ame emotiva, fornendoti delle tecniche che ti fanno capire se il tuo bisogno di cibo è reale o se è un atto che serve a compensare un vuoto emotivo. Lo scorso 13 Novembre ho pubblicato un libro che si chiama "Distese di emozioni - riconoscere, combattere e vincere il bisogno di consolazione e compensazione attraverso il cibo" che tratta proprio di queste tematiche. Il mio metodo è ricco di ricette bilanciate e sazianti, in questo modo la fame fisiologica sparisce, e si ottiene uno stato di equilibrio che facilita il cambiamento emotivo rispetto al cibo, in questo modo puoi davvero fare caso se ciò di cui oggi hai bisogno è mangiare oppure iniziare a fare qualcosa per te stessa.

09/09/2026

La confusione tra amido e zucchero semplice è uno degli errori più diffusi nella comunicazione nutrizionale sui social, e vale la pena capire la differenza chimica reale. L’amido è un polisaccaride, una catena di centinaia o migliaia di molecole di glucosio legate tra loro. Perché il corpo lo utilizzi, deve prima essere scomposto dagli enzimi digestivi, un processo che richiede tempo e che rilascia glucosio nel sangue in modo graduale. Lo zucchero semplice, come il saccarosio o il glucosio libero, non richiede questo lavoro digestivo e viene assorbito molto più rapidamente. La differenza si misura concretamente con l’indice glicemico, che per la pasta integrale, ad esempio, è significativamente più basso rispetto allo zucchero da tavola.
Sull’insulino-resistenza, la letteratura endocrinologica è chiara da decenni: la causa principale documentata è l’eccesso calorico cronico, che porta all’accumulo di tessuto adiposo viscerale. Questo grasso, metabolicamente molto attivo, rilascia citochine infiammatorie che interferiscono con il segnale dell’insulina sui recettori cellulari, riducendone progressivamente l’efficacia. Non è una condizione automatica legata al consumo di un singolo alimento, ma un processo multifattoriale che coinvolge bilancio energetico, composizione corporea, attività fisica e genetica individuale.
Sul fronte delle fibre, la distinzione tra prebiotico e probiotico è tutt’altro che un dettaglio semantico. Un probiotico contiene microrganismi vivi che colonizzano l’intestino. Un prebiotico, come la maggior parte delle fibre, è invece il substrato che nutre i batteri già presenti nel microbiota. Confondere i due termini in un contesto che si presenta come educativo mina la credibilità scientifica del messaggio.
Va infine ricordato che le fibre solubili, per la loro capacità di formare gel viscosi nell’intestino, rallentano effettivamente l’assorbimento di alcuni nutrienti, zuccheri inclusi: un meccanismo reale, studiato, ma che va contestualizzato, non citato a metà per costruire un allarme funzionale alla vendita di un prodotto.

08/09/2026

L’associazione tra forma fisica e valore morale della persona, un’idea implicita in commenti come quello analizzato, ha una radice storica precisa in psicologia sociale: si chiama “halo effect”, l’effetto alone, descritto per la prima volta dallo psicologo Edward Thorndike nel 1920. Il meccanismo porta ad attribuire automaticamente qualità positive, come disciplina o intelligenza, a persone che presentano una caratteristica fisica valutata positivamente, senza alcuna evidenza reale che le due cose siano collegate.
Applicato al corpo, l’effetto alone entra in conflitto diretto con quanto documentato dalla letteratura sull’obesità e sulla composizione corporea: il peso e la forma fisica sono determinati da un’interazione complessa di genetica, che secondo alcune stime spiega tra il 40% e il 70% della variabilità individuale del peso corporeo, insieme a fattori ormonali, metabolici, ambientali e psicologici. Nessuno di questi elementi riguarda la “disciplina” come tratto caratteriale.
Il commento in questione condensa quindi due criticità distinte ma collegate: un errore concettuale che la psicologia ha già smontato un secolo fa, e una questione di legittimità professionale disciplinata dalla legge italiana.

07/09/2026

La ricerca sull’esposizione precoce a immagini corporee idealizzate ha una data di nascita precisa: lo studio di Dittmar e colleghi, pubblicato nel 2006 su Developmental Psychology, resta ancora oggi il riferimento più citato sul tema. Le bambine tra i 5 e gli 8 anni esposte a immagini di Barbie hanno mostrato, rispetto a chi era stato esposto a una bambola dalle proporzioni realistiche, una stima di sé significativamente più bassa e un desiderio più marcato di un corpo più magro, misurato subito dopo l’esposizione.
Un dato interessante emerso da studi successivi riguarda l’età: l’effetto negativo è risultato più marcato nelle bambine più piccole, mentre nelle bambine più grandi l’impatto immediato si attenuava, probabilmente perché a quell’età lo standard estetico era già stato interiorizzato attraverso altre fonti, non solo il giocattolo in sé.
Sul piano biologico, se le proporzioni di Barbie venissero applicate a un corpo umano reale, gli studiosi Norton e colleghi hanno calcolato che la probabilità di trovare naturalmente una donna con quelle misure è inferiore a 1 su 100.000. Alcuni ricercatori hanno inoltre stimato che, con quel rapporto peso-altezza, una donna reale non avrebbe massa grassa sufficiente per sostenere un ciclo mestruale regolare.
Quello che rende il caso Barbie particolarmente utile da studiare, dal punto di vista scientifico, è che nel 2016 Mattel ha introdotto ufficialmente tre nuove corporature, offrendo di fatto un esperimento naturale su larga scala: cosa succede quando lo stesso brand, lo stesso pubblico di bambine, viene esposto a una gamma più ampia di corpi rappresentati. I primi dati di settore hanno mostrato un accoglimento positivo del cambiamento, pur in un mercato in cui la ricerca su questo specifico effetto a lungo termine è ancora in corso.

05/09/2026

C’è un filone di ricerca, chiamato “weight bias in healthcare”, che studia da decenni come il pregiudizio sul peso influenzi la qualità delle cure ricevute dai pazienti in corpi più grandi. Un dato che ricorre spesso in questi studi riguarda proprio l’ambiente fisico degli studi medici: sedie senza braccioli, lettini con un limite di peso dichiarato, bilance visibili in sala d’attesa. Dettagli apparentemente logistici che, secondo diverse ricerche pubblicate su riviste come Obesity Reviews, contribuiscono a un senso di esclusione già prima che la visita cominci.
Quello che rende interessante l’episodio raccontato di recente non è l’errore in sé, ma la sua sottigliezza: non c’è stata negligenza clinica. C’è stata una frase, detta ad alta voce, che ha trasformato un dettaglio logistico in un giudizio inutile. La letteratura chiama questo fenomeno “microaggressione”: un comportamento che, preso isolatamente, sembra innocuo o persino ben intenzionato, ma che si accumula nel tempo e produce un effetto reale e misurabile sulla persona che lo riceve.
Le conseguenze di questi episodi ripetuti sono documentate: studi pubblicati su Patient Education and Counseling mostrano che i pazienti che percepiscono giudizio sul proprio peso da parte del personale sanitario tendono a rimandare controlli, saltare appuntamenti di routine, ed evitare di segnalare sintomi per timore di ricevere, ancora una volta, la stessa attenzione al corpo invece che al problema clinico reale.
Il paradosso è evidente: un sistema sanitario che dovrebbe favorire la prevenzione finisce, con episodi come questo, per allontanare proprio le persone che avrebbero più bisogno di controlli regolari. Non serve un errore medico per creare questo effetto. Basta un tono, una parola di troppo, detta nel momento sbagliato.
È grazie a Paolo per averne parlato.

03/09/2026

C’è un esperimento che ogni tanto torna a circolare online, e che ogni volta mi lascia lo stesso nodo allo stomaco. Si mostrano a dei bambini due bambole identiche in tutto, tranne che nella corporatura: una magra, una più grande. Poi si fanno domande semplici. Qual è la più carina? Qual è la più pigra? Qual è la più cattiva?
Le risposte arrivano quasi sempre veloci, sicure. La bambola magra è quella carina. Quella grande è pigra, è cattiva. E quando chiedono ai bambini se preferirebbero essere più intelligenti o più carini, la maggioranza sceglie carini, senza pensarci troppo.
Non è una sorpresa, ma è una conferma: i bambini iniziano a interiorizzare pregiudizi legati all’aspetto fisico molto prima di quanto immaginiamo, assorbendoli da tutto ciò che li circonda, spesso senza che nessuno se ne accorga.
Questo meccanismo ha un nome preciso: si chiama stigma del peso, uno dei pregiudizi sociali più radicati e meno riconosciuti come tali. Qui lo vediamo nella sua forma più pura, perché un bambino non ha ancora imparato a mascherarlo dietro un linguaggio educato.

E poi c’è il dato che mi colpisce di più: scegliere di essere di bell’aspetto piuttosto che intelligenti. È la fotografia di quale valore la nostra cultura comunica come prioritario, ancora prima che possano scegliere consapevolmente chi vogliono essere.
Questi bambini non vanno corretti. Vanno ascoltati, perché sono lo specchio di quello che gli adulti gli mostrano ogni giorno.
Il problema non è mai stato il bambino. È tutto quello che gli arriva prima ancora che possa scegliere.

02/09/2026

Lo skinny privilege esiste. E ce lo racconta con la sua esperienza diretta: le persone sono cambiate nei suoi confronti, sono gentili, la incoraggiano, le offrono il caffè, da quando è dimagrita.
E questa è una realtà di cui bisogna parlare perché non riguarda solo la vita privata.
I dati economici e clinici raccontano una storia molto più ampia, e vale la pena guardarli da vicino.
Sul lavoro: uno studio con audit correspondence in Messico ha misurato un tasso di richiamo del 29,1% per candidate non obese contro il 21,3% per candidate obese, a parità di curriculum. Una ricerca svedese su oltre 2000 uomini, seguiti per un decennio, ha rilevato che gli uomini obesi avevano il 34% in meno di probabilità di ricevere una promozione rispetto ai colleghi normopeso. E una survey su oltre 1700 manager francesi ha mostrato che più del 30% dichiarava apertamente riluttanza a promuovere un dipendente obeso, percependolo come meno proattivo, a prescindere dalle performance reali.
Sul piano salariale, una revisione della letteratura economica pubblicata su CEPR conferma un pattern costante: le donne in sovrappeso subiscono una penalizzazione salariale significativa, soprattutto nei ruoli a contatto con il pubblico, un effetto molto più debole o assente per gli uomini. Il dato è coerente in decenni di ricerca, in più paesi, con metodologie diverse.
In ambito sanitario, la letteratura sullo stigma del peso documenta tempi di visita più brevi, diagnosi ritardate ed esami rimandati per i pazienti in sovrappeso, indipendentemente dal sintomo di partenza.
Il filo conduttore di tutti questi studi è lo stesso: non misurano competenza, personalità o merito reale. Misurano solo come cambia il trattamento ricevuto in base al peso corporeo, a parità di tutto il resto. Ed è esattamente questo il punto di una frase come “la differenza più grande l’ho vista negli altri”: non descrive un’impressione soggettiva, descrive un fenomeno che decenni di studi indipendenti, in più paesi e più ambiti, continuano a misurare nello stesso modo.

01/09/2026

Il fenomeno ha un nome preciso nel linguaggio anglosassone: “snapback culture”, l’aspettativa che il corpo di una neomamma debba tornare come prima nel minor tempo possibile, quasi a cancellare i segni di una gravidanza appena vissuta. È un’aspettativa relativamente recente, amplificata dai social più che dalla medicina.
Vale la pena ricordare cosa succede davvero nel corpo nei giorni successivi al parto. L’utero, che durante la gravidanza arriva a pesare circa un chilo, impiega dalle sei alle otto settimane per tornare alle dimensioni originarie attraverso un processo chiamato involuzione uterina. Nello stesso periodo, il corpo elimina gradualmente i liquidi accumulati in gravidanza, gli organi interni si riposizionano, e la parete addominale, dopo mesi di distensione, recupera elasticità con tempi che variano da persona a persona, indipendentemente dal livello di allenamento precedente.
Il punto interessante è che nessuna quantità di sport pre-parto accelera questo processo biologico. Un addome allenato non “salta” l’involuzione uterina. Eppure l’immagine dominante sui social, spesso costruita con genetica favorevole, guaine contenitive e inquadrature studiate, ha reso quasi normale aspettarsi una pancia piatta a pochi giorni dal parto, e anormale tutto il resto.
C’è anche un aspetto meno discusso ma altrettanto importante: la pressione estetica nel periodo post parto arriva in un momento in cui il corpo di una donna sta anche affrontando cambiamenti ormonali importanti, privazione di sonno, e un adattamento enorme alla vita con un neonato. Aggiungere in questo momento un giudizio estetico non richiesto non è solo scientificamente scorretto: è un carico emotivo che si somma a uno dei periodi più delicati della vita di una persona.
Nessuna neomamma deve una pancia piatta a nessuno, tantomeno cinque giorni dopo aver partorito. Il suo corpo sta facendo esattamente quello che dovrebbe fare in quel momento: guarire, non tornare a uno standard estetico impossibile anche per l’atleta più allenata al mondo.

31/08/2026

Due commenti, due giudizi opposti, la stessa identica logica. Sotto il video di una ginnasta agli anelli, un utente ha scritto: “È in sovrappeso. Se fosse più magra riuscirebbe meglio.” Sotto il video di Manila Esposito, tanti commenti dicono: “Finalmente non ci sono più ginnaste tutte ossa, finalmente non più anoressiche.”

Uno accusa un corpo di essere troppo grande. L’altro applaude un corpo per non essere più troppo piccolo. Sembrano opposti, ma fanno esattamente la stessa cosa: misurano il valore di un’atleta guardando la sua taglia, invece della sua tecnica, e si sentono autorizzati a esprimere una diagnosi, di sovrappeso o di anoressia, guardando pochi secondi di un video, cosa che nessun medico farebbe senza una valutazione clinica reale.

Va detto un dato di contesto importante: la ginnastica artistica è tra le discipline con la più alta incidenza documentata di disturbi alimentari al mondo, spesso legata a decenni in cui corpi minuti venivano attivamente incoraggiati da allenatori e federazioni per favorire certi elementi tecnici. Questo rende il tema reale e serio. Ma proprio per questo, il modo giusto per parlarne non è certificare pubblicamente la salute o la malattia di un’atleta guardando il suo fisico in un reel.

Il corpo di un’atleta, come quello di chiunque altro, non va commentato pubblicamente in nessuna direzione. Non per dire che è troppo magro. Non per dire, con sollievo, che finalmente non lo è più. In entrambi i casi il messaggio è identico: il tuo valore dipende da come appari, non da quello che sai fare.

Il vero problema non è quale dei due corpi vi sembra più giusto. È continuare, in entrambi i casi, a giudicare le atlete guardando la taglia invece del punteggio.

29/08/2026

Se questi contenuti bastassero aiutare davvero, avremmo risolto tutto, invece che con anni di ricerca scientifica.
Facciamolo notare con ironia, perché in fondo è ridicolo quanto quello che diciamo davvero sul cibo.
Nessun singolo alimento, da solo, “ingrassa” o “non ingrassa”: dipende dalla quantità totale che mangi nella giornata, da cosa ci abbini, da quanto ti muovi, dal contesto della tua vita, non dall’etichetta buttata lì in un reel di quindici secondi.
Questo tipo di contenuto funziona benissimo per un motivo preciso: è semplice, genera un si o no immediato, e il cervello adora le risposte binarie perché richiedono zero sforzo cognitivo. Ecco perché prende più interazioni di un contenuto che spiega davvero come funziona il metabolismo: la complessità fa scrollare veloce il contenuto, la certezza fa restare, anche quando quella certezza è completamente inventata.
Il problema è che, mentre ridiamo insieme su “il nero non ingrassa”, lo stesso format viene usato ogni giorno per il cibo vero, con la stessa identica logica sbagliata: “il succo”, “la banana ingrassa”, “il riso bianco ingrassa”, “lo yogurt greco non ingrassa”.
Zero contesto, zero quantità, zero individualità. Solo un’etichetta che genera engagement perché è facile da ricordare e da condividere.
La nutrizione seria richiede contesto, e il contesto non fa mai il numero di visualizzazioni che fa un contenuto del genere.
Quindi sì, ridiamoci sopra. Ma ricordiamoci che lo stesso meccanismo, applicato al cibo vero, sta confondendo milioni di persone ogni giorno.

28/08/2026

Il mukbang nasce in Corea del Sud più di un decennio fa, non come fenomeno di intrattenimento estremo, ma come risposta a un problema molto concreto: la solitudine di chi vive e mangia da solo in una società sempre più frammentata. Guardare qualcuno mangiare, anche solo attraverso uno schermo, restituiva un senso di compagnia a tavola che altrimenti mancava. È una radice del tutto diversa da quella che vediamo oggi nei video di burro e glassa.
Quello che è successo nel tempo è un fenomeno tipico dei contenuti social: l’algoritmo premia l’estremo, non l’intimità. Un video di qualcuno che cena in tranquillità genera meno reazioni di un video shock. Così il formato si è progressivamente spostato dal bisogno originale, la convivialità, verso la performance, l’eccesso calcolato per generare la reazione più forte possibile in meno secondi possibile.
C’è un dato che mi ha colpito studiando l’argomento: la ricerca ha osservato che l’effetto di questi contenuti su chi li guarda dipende moltissimo dal rapporto che quella persona ha già con il cibo. Per chi non ha una relazione conflittuale con l’alimentazione, restano spesso solo un contenuto stravagante da condividere. Per chi invece convive già con un disagio alimentare, lo stesso identico video può attivare meccanismi molto diversi, in entrambe le direzioni: c’è chi lo usa per sentirsi meno solo nel proprio percorso, e chi invece lo vive come una spinta verso comportamenti che stava provando a contenere.
Questo è il motivo per cui, da professionista, non guardo mai un trend virale solo per il suo contenuto in sé. Lo guardo per l’effetto che produce su chi lo riceve, che è quasi sempre più complesso e più vario di quanto il video stesso lasci immaginare.

Indirizzo

Via Romolo Mori N. 32
Civitavecchia
00053

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