24/05/2026
Elucubrazioni di fine anno, ma anche di inizio, perché no?
Oggi, correggendo le ultime verifiche dell'anno ho pensato, molto. Vi rubo 3' per leggere questa mia riflessione ⬇️⬇️⬇️
Oltre la reiterazione: il senso profondo dell'esperienza educativa
Esiste un malinteso strisciante, nel nostro mondo scolastico, che tende a confondere la longevità professionale con l'evoluzione pedagogica. Ho spesso sentito dire: "Ho trent'anni di esperienza". Eppure, a volte, guardando da vicino, ci si accorge che non si tratta di trent'anni di cammino, ma dello stesso anno ripetuto, identico a se stesso, per trenta volte.
L’esperienza autentica non è sedimentazione burocratica o confortevole abitudine. Fare esperienza significa avere il coraggio di sbagliare, di esporsi, di abitare il limite. Significa formarsi, informarsi, accogliere il confronto con i colleghi e, soprattutto, mettersi in ascolto degli alunni. Curare la propria professionalità implica l'umiltà di ridefinirsi continuamente: se un'attività ha funzionato lo scorso anno, non è detto che funzioni oggi. Perché? Perché la classe che abbiamo davanti è un organismo vivo, unico e irripetibile.
I ragazzi cambiano, la scuola non può restare ferma.I bambini e, in generale, giovani di oggi non sono quelli di dieci o quindici anni fa. Le mutazioni tecnologiche, l'onda lunga del post-Covid e le trasformazioni sociali hanno ridisegnato i loro paesaggi cognitivi ed emotivi.
Con quale serietà professionale possiamo pensare di insegnare sempre allo stesso modo?
Se i contenuti disciplinari rimangono l'ossatura della nostra azione, essi sono pur sempre un substrato. Ciò che conta è la loro traduzione in competenze, abilità e, primariamente, in un'attivazione emozionale. Le nuove generazioni ci chiedono di stimolare la curiosità attraverso canali inediti, di rispolverare e affinare una manualità spesso dimenticata, di educarle allo stupore e alla bellezza della scoperta.
La pedagogia dell'errore e la cura della fragilità
C'è un fenomeno che osservo da tempo e che mi sta profondamente a cuore: la paralizzante paura di sbagliare. I ragazzi accolgono l'insuccesso con una frustrazione precoce e dolorosa, che nei soggetti più fragili rischia di trasformarsi in rinuncia.
La nostra sfida più grande non è standardizzare, ma differenziare:
- sostenere le eccellenze, alimentando l'interesse di chi non fatica, dei ragazzi plusdotati, offrendo loro stimoli sempre nuovi affinché non si adagino.
- riscattare chi si sente mediocre, non visto, capito: intercettare lo sguardo di chi si è sempre sentito "non all'altezza" e traghettarlo verso la consapevolezza del proprio valore.
Per fare questo, dobbiamo scardinare il tabù del voto fine a se stesso. Non è una questione cromatica – la penna rossa o blu lascia il tempo che trova – ma di intenzionalità educativa. L’errore non va demonizzato, va evidenziato come tappa naturale e feconda del processo di apprendimento. Va spiegato.
La valutazione è atto un di guida e di crescita.
Nelle verifiche, accanto al voto, sto sperimentando l'efficacia terapeutica e motivazionale della parola personalizzata. Scrivere sul foglio o sul registro un commento mirato fa tutta la differenza del mondo:
"Questo aspetto è da migliorare, ma hai fatto grandi progressi."
"Si vede il tuo impegno, sono certa che la prossima volta andrà ancora meglio."
Non si tratta di edulcorare la realtà o di camuffare un'insufficienza. La serietà sta nel motivare quel voto, nel mostrare lo scarto tra ciò che è stato fatto e ciò che si può fare, trasformando il giudizio in un patto di corresponsabilità e di fiducia.
Insegnare non è replicare un copione. È accettare di entrare ogni giorno in un teatro diverso, pronti a cambiare regia perché l'unica cosa che conta, davvero, è la crescita di chi ci sta di fronte.
E... sì...amo questo lavoro. Anche a maggio 😅🙈
(Immagine generata con AI)