09/07/2026
A distanza di vent'anni, la mia convinzione resta immutata: il 9 luglio 2006 è stato, e lo considero tutt'ora, il giorno più bello della mia vita.
Non è un'esagerazione! So bene che in teoria si parla certo di 22 milionari in mutande che corrono dietro a un pallone. Ma la pratica, per chi vive lo sport in maniera viscerale è ben diversa.
Quella sera, per un istante, tutto sembrava davvero possibile. Avevo 17 anni, tutti i bulpi del cuoio capelluto ben saldi al loro posto, e per l'unica estate in vita si vedeva anche un cenno di addominale sulla pancia! Avevo appena concluso la classe terza del liceo classico e (nonostante il debito in matematica rimediato a fine scuola) mi apprestavo ad affrontare la quarta: l'anno più bello, quello in cui ti senti grande ma senza l'ansia dei traguardi finali legati agli esami di Maturità.
Erano tornati di moda gli anni '80, anche grazie al boom di "Notte prima degli esami" al cinema, tutti eravamo preda dei tic nervosi dovuti al ciuffone emo sul viso, la Serie A era scossa dal terremoto di Calciopoli, bastava un SMS a Andrea Cecconato o suonare il campanello del Nicolò Mosele per organizzare interminabili tornei di PES e il motorino ti dava un certo grado di libertà ma senza ampliare troppo il raggio di azione.
Non voglio scadere nel cliché dell'età dell'oro, dove tutto era edulcorato. Il Mondo di allora aveva i suoi problemi: c'erano ancora i pesanti strascichi degli attentati dell'11 settembre e già allora (da mo') imperversava la guerra in Medioriente.
Eppure, guardavamo al futuro carichi di speranze e aspettative che oggi sembrano affondare nella maledetta stagnazione tipicamente italica.
Ero un adolescente come tanti, con le idee ancora confuse sul mio domani, complici anche le mode accademiche del momento.
Cercavo di autoconvincermi di un futuro nella fisioterapia (medicina lo aveva già accantonata dopo il primo anno di Liceo Classico) mosso da quel desiderio innato di aiutare il prossimo o perlomeno cercare fare del bene.
Per fortuna ho capito abbastanza in fretta che quelle (per quanto affascinantissime), per la mia indole, non sarebbero state le strade giuste.
Eppure, in modo intimo e quasi inconscio, stava nascendo in me il desiderio di diventare insegnante. Ero molto combattuto tra il percorso in letteratura e storia moderna (attualmente assieme allo sport, il mio altro grande amore) o quello in scienze motorie.
È stata una vocazione che ha preso forma piano piano, quasi come se il destino tra una sfiga e una botta di c**o, mi avesse dato una mano a trovare la mia vera strada.
Tante cose sono successe in questi venti anni:
alcune bellissime, altre dolorosissime.
Tanti traguardi sono stati raggiunti, tanti bei momenti sono stati vissuti.
soprattutto, ripensando a quel 2006, mi viene in mente una cosa dolorosamente bella: alle cene e feste tra amici e in famiglia, le sedie erano tutte occupate, non ve n'era nemmeno una vuota.
Per questo certe vittorie sportive, anche se vissute da tifoso, col tempo, diventano molto di più di un trofeo. Diventano un confine temporale tra quello che eravamo e quello che, purtroppo, non tornerà più.
Anche se nulla ci vieta di sperare in un futuro migliore, dove anche un rigore bellissimo quanto inaspettato di un ragazzo sconosciuto di provincia, possa trasformare per una notte i nostri sogni in realtà, facendoci "abbracciare forte e volendoci tanto bene".
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