04/09/2026
Non credo che diventare la versione migliore di noi stessi significhi diventare impeccabili.
Senza difetti, limiti o défaillances.
Con il filtro giusto, la luce giusta e magari un piccolo trucco per sembrare sempre più belli, più forti, più risolti di quello che siamo.
Forse la nostra versione migliore è quella che può guardarsi con un po' più di serenità.
Quella che conosce le proprie crepe.
Non per glorificare il dolore o arrendersi dicendo: *«Sono fatta così».*
Ma per riconoscerle.
Per vedere dove siamo fragili, dove abbiamo un limite, dove inciampiamo sempre nello stesso punto.
E magari trovare un modo diverso di guardarci.
Non ipercritico.
Semplicemente più sereno.
Perché, qualche volta, proprio da una crepa entra qualcosa.
Un'opportunità.
Un modo diverso di guardarci.
Una possibilità che non avevamo considerato.
E da quella stessa crepa può anche uscire ciò che non ci serve più.
Paranoie.
Armature.
Doveri inutili.
Vecchie immagini di noi.
La crepa non è soltanto una falla da riparare.
Può diventare una porta di scambio con il mondo.
Forse diventare più interi non significa aggiungere continuamente qualcosa a noi stessi.
Può significare **togliere un po' di rumore**.
Lasciare cadere qualche corazza.
Smettere di combattere ciò che possiamo imparare a riconoscere.
Perché l'interezza non è perfezione.
**È non dover amputare pezzi di noi per sentirci degni di esistere.**
Possiamo avere paura, essere stanchi, non sapere, avere bisogno.
E stare al mondo lo stesso.
Trovando la bellezza di starci.
E, magari, di farci stare anche gli altri.
Forse dare è più facile che ricevere.
Ricevere richiede il coraggio di lasciarci vedere nel bisogno.
Di non dover fare sempre tutto da soli.
Di permettere a qualcuno di tenderci una mano.
Anche questo è stare interi.
Senza trucchi.
Senza filtri.
Con le nostre crepe, le nostre défaillances, le nostre risorse.
Non perfetti.
**Ma praticabili.**
E forse, ogni tanto,
persino splendidamente gioiosi.