13/05/2026
Come psicologa, trovo profondamente problematico assistere, nel dibattito pubblico sul caso di Andrea Sempio, alla diffusione di presunte “diagnosi”, “profili psicologici” o interpretazioni cliniche formulate attraverso apparizioni televisive, interviste o commenti mediatici.
Il punto non è difendere o accusare qualcuno.
Il punto è ricordare che la psicologia clinica non è spettacolo, né intrattenimento, né una forma di lettura intuitiva della personalità basata su frammenti mediatici.
Il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani richiama chiaramente il principio di responsabilità professionale, ricordando che psicologhe e psicologi devono evitare l’uso improprio della propria influenza e operare con rigore scientifico e consapevolezza delle conseguenze sociali delle proprie affermazioni.
Una valutazione psicologica seria richiede colloqui clinici, consenso, contesto, strumenti validati, anamnesi e responsabilità professionale.
Ridurre tutto a etichette mediatiche o a “letture psicologiche” costruite da studio televisivo non solo rischia di danneggiare le persone coinvolte, ma contribuisce anche a banalizzare la professione psicologica agli occhi del pubblico.
La psicologia non dovrebbe diventare una forma di intrattenimento investigativo e tutto questo circo rischia di entrare in conflitto con i principi di prudenza, responsabilità e rigore metodologico previsti dal Codice Deontologico.