NeuroScienze a Tutto Tondo

NeuroScienze a Tutto Tondo Neurologa, Medicina Funzionale Integrata
Mindfulness trainer
Coach e Trainer per menti curiose e leader in ascesa

08/09/2026

Il rientro dalle vacanze vi ha già tolto il sonno? 😴

Domani sarò ospite di Tadà su RTV38 per parlare di stress da rientro e insonnia.

Perché quando torniamo alla routine non deve ripartire soltanto la nostra agenda: anche il cervello deve risincronizzare i suoi ritmi.

Parleremo di sonno, orologio biologico, stress e di cosa possiamo fare, già durante il giorno, per preparare una notte migliore.

📅 9 settembre
🕔 dalle 17:15
📺 Tadà – RTV38

Perché il sonno non si comanda: si prepara. E cominciamo a prepararlo dal momento in cui ci svegliamo.

07/09/2026

“UNO STUDIO SCIENTIFICO DIMOSTRA CHE…”

Quante volte leggiamo questa frase sui social?

Il problema è che UNO STUDIO non equivale automaticamente a UNA PROVA.

Prima di fermarci alla conclusione, dovremmo chiederci:

Che tipo di studio è?
Quante persone sono state coinvolte?
Chi è stato studiato?
Che cosa è stato realmente misurato?
Il risultato è stato confermato da altre ricerche?
Lo studio mostra una CAUSA o soltanto un’ASSOCIAZIONE?

La scienza, infatti, raramente si costruisce su un singolo lavoro.

Le evidenze si accumulano, vengono confrontate, replicate, discusse e, quando necessario, corrette.

Quindi la prossima volta che leggete:

“C’è uno studio che dimostra che…”

provate ad aggiungere una parola:

QUALE?

Non significa diffidare della scienza.
Significa cominciare a comprenderne il metodo.

Perché “qualcuno mi ha detto che…” può essere l’inizio di una conversazione.

Non dovrebbe essere la fine di una verifica.

LA SALUTE SENZA RUMORE

Non dobbiamo eliminare il dubbio.
Dobbiamo imparare a DUBITARE MEGLIO.

ANCHE I FEMMINICIDI SEMBRANO AVERE UNA SERIE A E UNA SERIE B.Ci sono donne uccise che diventano una storia nazionale.Ore...
07/09/2026

ANCHE I FEMMINICIDI SEMBRANO AVERE UNA SERIE A E UNA SERIE B.

Ci sono donne uccise che diventano una storia nazionale.

Ore di dirette.
La macchina dell’assassino seguita chilometro dopo chilometro.
La fuga.
Le ricerche.
Il veleno.
La donna incinta.
Il dettaglio nuovo.
L’esperto in studio.
L’attesa della prossima puntata.

E poi ci sono le altre.

Quelle “semplicemente” uccise.

Un ex compagno.
Un marito.
Un uomo che non accettava una separazione.
Una dinamica purtroppo già vista.

Niente inseguimenti.
Niente mistero.
Niente elemento sufficientemente insolito da tenere lo spettatore davanti allo schermo per ore.

Un titolo.
Qualche servizio.
Poi diventano un numero.

Eppure la donna morta è morta nello stesso modo definitivo.

Non sto dicendo che non si debba raccontare un caso che sconvolge il Paese. Sto chiedendo qualcosa di diverso:

QUANDO ABBIAMO COMINCIATO AD AVERE BISOGNO CHE UNA MORTE FOSSE ANCHE SPETTACOLARE PER RIUSCIRE A GUARDARLA?

Il problema non è parlare troppo di una vittima.

È parlare troppo poco delle altre.

Perché il femminicidio non è una serie televisiva.
Non dovrebbe aver bisogno di una trama eccezionale, di un colpo di scena o di un assassino da seguire in diretta per meritare attenzione.

Dietro ogni numero c’era una persona.
Una voce.
Una quotidianità.
Qualcuno che quella sera avrebbe dovuto semplicemente tornare a casa.

Forse dovremmo imparare a raccontare meno lo spettacolo dell’assassino e molto di più la vita della donna che non c’è più.

Perché non esistono vittime di Serie B.
Esistono vittime alle quali, troppo spesso, riserviamo un’attenzione di Serie B.

31/08/2026

LA SALUTE SENZA RUMORE

Il recente caso di difterite ha riacceso una discussione che va molto oltre i vaccini.

Quanto ci fidiamo ancora della medicina?
E, soprattutto, COME DECIDIAMO DI CHI E DI COSA FIDARCI?

Ogni giorno siamo esposti a studi scientifici, testimonianze, post, video, statistiche, esperienze personali e titoli che promettono certezze.

Il problema non è più trovare informazioni.
È imparare a DISTINGUERLE.

Per questo nasce LA SALUTE SENZA RUMORE.

Una volta alla settimana proveremo a capire insieme che cosa significano davvero parole come evidenza scientifica, rischio, correlazione, causalità, evento avverso, farmacovigilanza, bias.

Non per dirti COSA pensare.
Ma per darti qualche strumento in più per capire COME valutare ciò che leggi e ascolti.

Perché avere dubbi è legittimo.
La differenza la fa il modo in cui cerchiamo le risposte.

Non dobbiamo eliminare il dubbio.
Dobbiamo imparare a DUBITARE MEGLIO.

QUANDO UN VACCINO OBBLIGATORIO NON BASTAA Palermo una bambina di quattro anni è morta in un quadro attribuito alla difte...
21/08/2026

QUANDO UN VACCINO OBBLIGATORIO NON BASTA

A Palermo una bambina di quattro anni è morta in un quadro attribuito alla difterite. Non era vaccinata.

Secondo quanto riferito, i genitori temevano che i vaccini potessero causare l’autismo, dopo un caso presente nella loro famiglia. Un’associazione che la ricerca scientifica ha escluso, ma che continua a sopravvivere nella mente e nelle paure di molte persone.

Di fronte a una tragedia simile è comprensibile provare rabbia. È comprensibile chiedere che un genitore non possa esporre un figlio a un rischio grave e prevenibile. I bambini non sono proprietà degli adulti: hanno un diritto autonomo alla salute.

Eppure l’obbligo, da solo, non risolve tutto.

Quando per proteggere un bambino dobbiamo arrivare all’intervento coercitivo dello Stato, significa che prima qualcosa non ha funzionato: non soltanto nella famiglia, ma nell’intero sistema della comunicazione sanitaria.

Combattiamo contro un’infodemia nella quale una testimonianza emotiva, ripetuta migliaia di volte, può sembrare più credibile di decenni di studi. E se la medicina risponde soltanto con il sarcasmo, il disprezzo o una sentenza pronunciata dall’alto, rischia di vincere la discussione e perdere la persona.

Qui entra in gioco il nudge, la cosiddetta “spinta gentile”.

Il nudge non obbliga, non vieta e non elimina la possibilità di scegliere diversamente. Interviene sull’ambiente nel quale prendiamo le decisioni, rendendo la scelta più favorevole alla salute anche la più semplice, visibile e immediata.

Nel libro Nudge, Richard Thaler e Cass Sunstein fanno un esempio molto concreto: in una mensa scolastica, mettere frutta e alimenti salutari all’altezza degli occhi dei bambini e lasciare merendine e junk food in una posizione meno evidente.

Nessun cibo viene proibito. Ma l’ambiente viene organizzato da persone competenti per favorire, senza imporla, la decisione più vantaggiosa per il bambino e per la comunità.

Perché molte nostre decisioni non nascono da una lunga riflessione razionale. Sono rapide, automatiche e influenzate da ciò che vediamo per primo, da quello che è più accessibile, da come vengono presentate le alternative e da ciò che percepiamo come scelta normale.

Applicato alla salute, il nudge può significare facilitare la prenotazione di un vaccino, inviare un promemoria, proporre già una data lasciando la possibilità di modificarla, rendere facilmente accessibili fonti scientifiche comprensibili o inserire il colloquio vaccinale nei normali percorsi pediatrici.

È un’architettura della scelta progettata in modo trasparente da persone esperte per aiutare i cittadini a orientarsi verso comportamenti che tutelano il loro benessere e quello della collettività.

Ma nessuna architettura della scelta funziona se manca la fiducia.

Per questo servono anche ascolto e relazione: spiegare i rischi con parole chiare, chiedere “Che cosa teme davvero?”, distinguere il dubbio sincero dalla disinformazione deliberata e raccontare non soltanto i possibili effetti avversi del vaccino, ma anche quelli — spesso dimenticati — della malattia.

Ascoltare, però, non significa mettere sullo stesso piano fatti scientifici e convinzioni personali. L’empatia non impone di rinunciare alla fermezza.

Non credo quindi che dobbiamo scegliere tra obbligo, nudge e comunicazione.

L’obbligo può rappresentare la rete di sicurezza necessaria quando sono coinvolti i diritti dei minori e la salute collettiva. Il nudge può rendere la scelta corretta più facile e naturale. La buona comunicazione può aiutare una persona a comprenderne il senso e a non viverla come un’imposizione ostile.

Medici molto presenti sui social, come Roberto Burioni e Matteo Bassetti, hanno avuto il merito di portare la scienza nello spazio pubblico. Ma essere visibili non basta. Il medico può scegliere di essere soltanto un megafono oppure diventare un ponte.

Se una parte della popolazione non si fida più di noi, non possiamo limitarci a definirla ignorante. Dobbiamo contrastare con decisione le falsità, ma anche domandarci dove abbiamo perso credibilità.

Scendere dal piedistallo non significa rinunciare alla competenza.

Significa usare la competenza per avvicinarsi abbastanza da essere ascoltati.

Perché la scienza protegge davvero quando è rigorosa nei contenuti, chiara nelle parole e umana nella relazione.

IL MIO ASSETTO DA LAVORO 🐾🧠Quando lavoro nello studio, la disposizione è più o meno questa.Io davanti al computer.Phoebe...
21/08/2026

IL MIO ASSETTO DA LAVORO 🐾🧠

Quando lavoro nello studio, la disposizione è più o meno questa.

Io davanti al computer.

Phoebe, la gatta marrone, rigorosamente sulla scrivania, strategicamente posizionata a portata di coccolo sulla testa. Basta allungare una mano.

E poi c’è Blue.

La cuccetta alla mia sinistra, tecnicamente, sarebbe troppo piccola per lui.
Phoebe ci sta. Lui no.

Questo, tuttavia, è un dettaglio che Blue non sembra considerare rilevante.

Quindi ci entra lo stesso, la deforma, la ribalta, ne modifica l'architettura e alla fine dorme felice dentro qualcosa che ormai della cuccetta originaria conserva soprattutto il ricordo.

Ma la cosa che mi colpisce di più è un’altra.

Da quando siamo tornati dalla montagna, dopo quasi due settimane di assenza, mi seguono come un’ombra.

Cambio stanza, cambiano stanza.
Mi siedo, si sistemano vicino.
Lavoro, eccoli qui.

E inevitabilmente la neurologa che è in me si fa una domanda:

quanto c’è di “emotivo” nel comportamento di un gatto?

Più di quanto per molto tempo abbiamo pensato.

La ricerca sulla cognizione sociale felina suggerisce che i gatti sono capaci di leggere alcuni nostri segnali emotivi, usare il nostro comportamento come riferimento nelle situazioni incerte e costruire con gli esseri umani relazioni caratterizzate da ricerca della vicinanza e comportamenti di attaccamento.

Forse parlare di empatia, nel significato complesso che attribuiamo agli esseri umani, è ancora scientificamente troppo.

Ma dire che siano creature socialmente attente, capaci di riconoscerci, cercarci e modificare il proprio comportamento nella relazione con noi, decisamente no.

E i Siberiani, almeno quelli che abitano casa mia, hanno qualcosa che spesso associamo più facilmente ai cani: presenza, ricerca del contatto, desiderio di partecipare a quello che fai.

Non stanno semplicemente nella stessa casa.

Abitano la relazione.

E forse è questo che mi piace così tanto degli animali: non hanno bisogno di riempire il silenzio con le parole.

Riempiono gli spazi di presenza, calore e affetto.

Anche quando, per farlo, devono distruggere una cuccetta. 😹

LA FINE DELL’UOMO. LA PERMANENZA DEL MITO.Sto guardando Senna su Netflix e mi sono ritrovata improvvisamente nel 1994.Ay...
20/08/2026

LA FINE DELL’UOMO. LA PERMANENZA DEL MITO.

Sto guardando Senna su Netflix e mi sono ritrovata improvvisamente nel 1994.

Ayrton Senna morì il 1° maggio a Imola.
Il giorno prima, il giorno del mio compleanno, era morto Roland Ratzenberger.

Noi stavamo festeggiando il mio compleanno con un giorno di ritardo.

E ricordo un’atmosfera surreale.

Si sarebbe dovuto ridere, brindare, festeggiare.
E invece in televisione continuavano a scorrere quelle immagini.

Prima Ratzenberger.
Poi Senna.

In un solo weekend la Formula 1 aveva mostrato brutalmente qualcosa che lo sport, soprattutto quando crea i suoi eroi, riesce spesso a farci dimenticare: anche quelli che ci sembrano invincibili sono terribilmente umani.

Senna aveva 34 anni.

Un uomo può morire a 34 anni.
Il mito, invece, sembra sottrarsi alle regole del tempo.

Forse è questo che mi sta colpendo guardando oggi la serie.

Sono passati più di trent’anni, eppure Senna è ancora lì: lo sguardo, il casco, la pioggia, la rivalità con Prost, quella ricerca quasi ossessiva del limite.

Non è più soltanto un pilota.

È diventato un racconto.

E i racconti hanno uno strano privilegio: continuano a vivere anche quando i loro protagonisti non possono più farlo.

Noi invece siamo cambiati. Siamo invecchiati. Abbiamo attraversato vite intere.

Lui no.

Nella memoria collettiva Ayrton Senna avrà sempre 34 anni.

Ed è forse questa la parte più struggente dell’immortalità dei miti:

per diventare eterni, a volte restano per sempre fermi nell’istante in cui li abbiamo perduti.

La fine dell’uomo.
La perpetua permanenza del mito.

🔎 Come trasformare la complessità di un caso clinico in un percorso chiaro, coerente e realmente applicabile?Nasce BACK ...
20/08/2026

🔎 Come trasformare la complessità di un caso clinico in un percorso chiaro, coerente e realmente applicabile?

Nasce BACK TO BASICS – Dentro il caso clinico, il nuovo ciclo di seminari residenziali AIMF dedicato agli essenziali della Medicina Funzionale.

Il primo appuntamento si terrà a Napoli, con la Dott.ssa Ida Ferrara e il Dott. Manuel Salvadori.

Attraverso l’analisi pratica di un caso clinico reale, approfondiremo insieme come:

• dare ordine alla complessità
• individuare le priorità di intervento
• utilizzare i nutraceutici in modo strategico e personalizzato
• applicare un metodo chiaro e replicabile nella pratica quotidiana

Un incontro pensato per rendere visibile il ragionamento del professionista: dall’inquadramento funzionale alla definizione delle priorità, fino alla strategia e al confronto finale.

📅 Sabato 26 settembre 2026
🕙 Ore 10:00–13:00, pranzo a seguire
📍 Hotel Royal Continental
Via Partenope 38, Napoli

🎓 Evento riservato a Medici, Biologi nutrizionisti e Farmacisti.

La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria.

👉 Iscriviti qui:
https://forms.gle/QJKY8zM3dQMFkLUu6

Posti limitati.

La puntura spegne la fame. Ma chi ascolta perché hai fame?**Stiamo vivendo l'epoca dei farmaci per dimagrire.Una puntura...
20/08/2026

La puntura spegne la fame. Ma chi ascolta perché hai fame?**

Stiamo vivendo l'epoca dei farmaci per dimagrire.

Una puntura.
Meno fame.
Il peso scende.

Sembra quasi la soluzione perfetta.

E voglio essere molto chiara: **non sono contro questi farmaci**.
Gli agonisti del GLP-1 hanno indicazioni precise e, nelle persone giuste, possono rappresentare un'importante opportunità terapeutica.

Quello che mi preoccupa è un'altra cosa: **quando il farmaco diventa la scorciatoia che ci evita di fare una domanda molto più difficile.**

**Perché mangio?**

Perché non sempre mangiamo perché abbiamo bisogno di energia.

A volte mangiamo perché siamo stanchi.
Perché siamo stressati.
Perché siamo soli.
Perché siamo annoiati.
Perché quel cibo è diventato una gratificazione, una consolazione, una pausa.

E in alcune persone la perdita di controllo sul cibo può assumere caratteristiche che richiedono una vera valutazione professionale.

Possiamo ridurre farmacologicamente l'appetito.
Ma questo, da solo, **non ci insegna a riconoscere la fame, a costruire nuove abitudini o a modificare il rapporto con il cibo**.

E c'è un altro dato che dovremmo conoscere: dopo la sospensione di semaglutide, nello studio di estensione STEP 1, nell'anno successivo i partecipanti hanno recuperato mediamente circa **due terzi del peso precedentemente perso**. Non significa che accada a tutti né che il farmaco "non funzioni": ci ricorda piuttosto che l'obesità è una condizione cronica e che una terapia efficace non può essere pensata come una parentesi di qualche mese. ([PubMed][2])

Per questo la domanda non dovrebbe essere:

**"Farmaco sì o farmaco no?"**

Ma:

**"Farmaco, quando serve, dentro quale percorso?"**

Nutrizione. Movimento. Sonno. Stress. Comportamento alimentare. Relazione con il cibo. E, quando necessario, supporto psicologico specialistico.

Perché prescrivere una siringa può richiedere pochi minuti.

**Aiutare una persona a cambiare richiede tempo, competenza e relazione.**

Ed è proprio lì che, secondo me, comincia la parte più interessante della medicina.



[1]: https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/ozempic?utm_source=chatgpt.com "Ozempic | European Medicines Agency (EMA)"
[2]: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35441470/?utm_source=chatgpt.com "Weight regain and cardiometabolic effects after withdrawal of semaglutide: The STEP 1 trial extension - PubMed"

Quanto mi piace fare il medico così. ❤️Ci sono giorni in cui esco dall’ambulatorio stanca.Ma con quella stanchezza bella...
20/08/2026

Quanto mi piace fare il medico così. ❤️

Ci sono giorni in cui esco dall’ambulatorio stanca.
Ma con quella stanchezza bella che arriva quando senti di aver fatto esattamente il lavoro che volevi fare.

Perché oggi fare il medico, per me, non significa più soltanto **cercare una diagnosi e prescrivere una terapia**.

Significa certamente fare il medico: raccogliere l’anamnesi, visitare, formulare ipotesi, chiedere gli esami necessari, riconoscere una patologia e curarla secondo scienza.

**Quella parte viene prima. E non si discute.**

Ma poi c’è un’altra parte del mio lavoro che amo profondamente.

**Fare domande. Ascoltare. Essere curiosa.**

Non solo: *«Dove le fa male?»*
Ma anche: *«Quando ha cominciato a non sentirsi più bene?»*

Non soltanto: *«Quanto dorme?»*
Ma: *«Come vive le sue giornate?»*

Non soltanto: *«Dovrebbe fare attività fisica.»*
Ma: *«Che cosa potrebbe realisticamente cambiare nella sua vita da domani?»*

Qui entra nella mia visita **l’arte del coaching**.

Perché sapere cosa sarebbe giusto fare non significa necessariamente riuscire a farlo.

Posso spiegare quanto siano importanti il sonno, il movimento, l’alimentazione, la gestione dello stress. Posso prescrivere. Posso consegnare un elenco perfetto di indicazioni.

Ma se non scopriamo insieme **che cosa ha senso per quella persona, cosa la ostacola e da dove è disposta a cominciare**, rischiamo di costruire una terapia scientificamente impeccabile… che resterà su un foglio.

Ed è forse questo ciò che amo di più della **medicina funzionale integrata**: mi permette di mettere insieme mondi che per anni avevo vissuto separatamente.

🧠 La scienza della medicina.
🔬 Le neuroscienze.
❤️ L’arte della relazione.
🌱 Gli strumenti del coaching.

Non per trasformare il medico in un coach.

Ma per essere un medico capace, quando serve, di utilizzare anche il coaching per aiutare il paziente a diventare **parte attiva della propria cura**.

Perché a volte il nostro compito è diagnosticare.
A volte è curare.
E qualche volta è aiutare una persona a scoprire che **una parte della cura può cominciare proprio da lei**.

Ecco perché mi piace così tanto il mio lavoro.

Perché non incontro una glicemia, un’insonnia, una cefalea o una risonanza magnetica.

**Incontro una persona.**

E ogni volta la medicina ricomincia da lì. ❤️

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