26/08/2026
"La gioia non è un'esperienza facile da sostenere."
Prendo spunto dal film la vita di Gale, in cui dice: "una volta ottenuto quello che desideriamo, non lo vogliamo piĂą..."
Ma è davvero così?
O stai performando nella finzione?
Quando nella performance c'è congruenza tra quello che faccio, sento, penso e dico in maniera allineata sto sempre performando ma in modo autentico, dunque non sono due concetti opposti, anzi... quando performo con un obiettivo autentico l'appagamento è profondo.
Diverso è quando si cerca di performare in modo finto.
Quindi comprendo che se si desidera, e si è idealizzato l'obiettivo e/o non si è in contatto con la realtà e la propria autenticità , una volta ottenuto ciò che desideriamo perde valore... e certo che perde valore, perché non sarà mai come quello che abbiamo idealizzato, ne stiamo appagando davvero un nostro bisogno se performiamo per accondiscendere o senza sapere cosa ci serve davvero, qual è davvero l'obiettivo autentico che appaga i nostri bisogni più profondi?
In realtà , invece, la parte che desidera autenticamente, resta nel "flow" e ottiene ed è capace di essere felice è essenzialmente la parte che sa abitare e sostare nella gioia, cosa non scontata affatto...
Felicità e soddisfazione sono emozioni che vanno sapute abitare. Non è facile se da piccoli ci hanno fatto percepire che la felicità era pericolosa perché disconnetteva dalle relazioni significative: metti che da bambina/o io trovavo qualcosa, ero felice perché riuscivo a scoprire, trovare, raggiungere quel qualcosa... un'autonomia, qualcosa di bello per me... e spontaneamente da bambini lo si mostra e condivide alla persona significativa di riferimento che è chiamata a validare l'emozione, se quella persona provava paura, invidia o si allontanava e quella gioia lì veniva repressa, non riconosciuta o riconosciuta come qualcosa di pericoloso perché nell'altro scatta il meccanismo 'se sei felice senza di me io allora non servo' o indifferenza e non di valore per l'altro, il bambino impara che non si può sentire né soddisfatto né felice piuttosto che perdere il legame.
Invece la gioia si può imparare ad abitare, a riconoscerla, a sentirla e a starci.
Nel gergo si chiama 'chiudere una gestalt' ovvero comprendere, vedere, accettare che c'è un bisogno da soddisfare quale che sia, scoprire qual è il proprio bisogno autentico, decidere come soddisfarlo possibilmente in maniera efficace, soddisfarlo e sentirne la gioia piena per fare spazio al vuoto in questo caso fertile che fa nascere nuovi significati, bisogni, vita.
Abbiate cura di voi❤️🌱
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Marika Agirelli
Counselor Professionista Reico
(Ai sensi della L.4/2013)