Psicologia in Pratica

Psicologia in Pratica Sono Elisa Scuderi, psicologa. Lavoro principalmente con chi ad un certo punto si ferma e pensa "Non è questa la vita che immaginavo".

Qui trovi uno spazio pensato per comprenderti meglio, orientarti al cambiamento e rimetterti al centro della tua vita 🤎

A volte diventiamo adulti proprio quando smettiamo di aspettare dai nostri genitori ciò che, per tutta la vita, avremmo ...
04/09/2026

A volte diventiamo adulti proprio quando smettiamo di aspettare dai nostri genitori ciò che, per tutta la vita, avremmo voluto ricevere da loro.

Accettare i limiti emotivi di un genitore non significa dire che quello che è mancato non era importante, né cancellare le ferite, giustificare comportamenti che ci hanno fatto stare male o convincersi che, in fondo, sarebbe potuto andare diversamente.

Significa arrivare, prima o poi, a riconoscere una realtà spesso dolorosa: i nostri genitori sono persone con una propria storia, le proprie fragilità, le proprie paure e, soprattutto, con capacità emotive che possono essere state molto diverse da quelle di cui noi avevamo bisogno.

Ci sono genitori che hanno saputo prendersi cura dei figli, ma non hanno mai saputo parlare davvero di emozioni. Altri che hanno dato moltissimo sul piano pratico, ma hanno fatto fatica a offrire vicinanza emotiva. Altri ancora che, davanti alla sofferenza del figlio, si sono chiusi, hanno minimizzato, si sono difesi oppure non hanno saputo trovare le parole e la presenza necessarie.

Da bambini, però, non avevamo gli strumenti per comprendere tutto questo.

Un bambino non pensa che il proprio genitore abbia dei limiti emotivi. Più facilmente pensa che ci sia qualcosa che non va in lui, che debba essere più bravo, meno sensibile, meno bisognoso, più facile da gestire per poter finalmente ricevere quella vicinanza che cerca.

Da adulti possiamo comprendere molto di più.

Possiamo vedere la persona oltre il ruolo di genitore, comprendere la sua storia e riconoscere ciò che probabilmente non ha saputo ricevere a sua volta.

Ma comprendere non significa necessariamente smettere di soffrire.

E soprattutto, comprendere non significa dover continuare ad aspettare.

A volte l'accettazione arriva proprio quando smettiamo di chiedere a quella persona di diventare finalmente il genitore di cui avremmo avuto bisogno e iniziamo a riconoscere, con maggiore lucidità, ciò che può darci e ciò che invece non è in grado di darci.

È una consapevolezza che può fare male, perché comporta anche un piccolo lutto: quello per ciò che avremmo voluto vivere e che forse non vivremo mai nel modo in cui lo avevamo immaginato.

Ma può anche liberarci.

Perché quando smettiamo di aspettare che qualcuno cambi per poter stare bene, possiamo finalmente iniziare a prenderci cura di quella parte di noi che per tanto tempo è rimasta in attesa.

Non per smettere di avere bisogno degli altri, ma per non affidare più il nostro valore e la nostra serenità alla speranza che qualcuno, un giorno, riesca finalmente a darci ciò che non ha saputo darci prima.

E.S.

Ci sono persone che hanno imparato così bene a cavarsela da sole che, ancora oggi, chiedere aiuto può sembrare loro quas...
02/09/2026

Ci sono persone che hanno imparato così bene a cavarsela da sole che, ancora oggi, chiedere aiuto può sembrare loro quasi più difficile che affrontare tutto da sole.

Sono quelle persone che raramente chiedono, che tendono a organizzarsi, risolvere, sostenere gli altri e andare avanti anche quando sono stanche. Spesso vengono considerate forti, indipendenti, affidabili, quelle su cui si può sempre contare. E certamente possono esserlo. Ma a volte, dietro questa grande capacità di farcela da soli, c'è anche una storia in cui avere bisogno degli altri non è stato qualcosa di semplice.

Non è detto che abbiano avuto un'infanzia difficile o genitori poco presenti. A volte sono cresciuti in famiglie in cui, per ragioni diverse, hanno imparato presto a non pesare sugli altri, a gestire da soli le proprie emozioni, a non mostrare troppo il bisogno o a diventare molto responsabili.

Alcuni possono essere stati bambini a cui veniva riconosciuta soprattutto la capacità di essere bravi, maturi e autonomi, mentre c'era meno spazio per la loro parte più fragile e bisognosa di essere accudita.

Altri possono aver percepito che gli adulti intorno a loro erano già molto impegnati, stanchi o emotivamente poco disponibili e aver imparato, anche senza che nessuno glielo chiedesse esplicitamente, a fare meno affidamento sugli altri.

E così l'autonomia può essere diventata non soltanto una qualità, ma una forma di protezione.

Se faccio da sola, non devo aspettare nessuno.
Se non chiedo, non rischio di essere delusa.
Se riesco a gestire tutto, non devo sentirmi in debito con nessuno.

Il problema arriva quando questa modalità continua anche da adulti, persino quando non sarebbe più necessaria.

Perché una persona può essere perfettamente capace di cavarsela da sola e, allo stesso tempo, avere una grande difficoltà a lasciarsi aiutare, a mostrarsi vulnerabile, a riconoscere di essere stanca o a permettere a qualcuno di prendersi cura di lei.

E forse è proprio questo il punto da cui partire: non chiedersi soltanto quanto siamo diventati indipendenti, ma anche quanto ci sentiamo al sicuro quando abbiamo bisogno di qualcuno.

Perché essere autonomi è una risorsa.

Sentire di dovercela fare sempre da soli, invece, può essere qualcosa che abbiamo imparato molto tempo fa per sentirci al sicuro.

E.S.

I disturbi psichici dei bambini sono generalmente legati alla psicologia e agli atteggiamenti dei genitori e degli educa...
01/09/2026

I disturbi psichici dei bambini sono generalmente legati alla psicologia e agli atteggiamenti dei genitori e degli educatori; proponiamo che la questione più importante dopo l'educazione del bambino sia quella dell'educazione anche dell'educatore.

Carl Gustav Jung

A volte, nella coppia, la persona che sembra avere meno bisogno dell'altro è proprio quella che sta facendo più fatica a...
31/08/2026

A volte, nella coppia, la persona che sembra avere meno bisogno dell'altro è proprio quella che sta facendo più fatica a stare dentro alla relazione.

Può esserci affetto, può esserci interesse, può esserci persino il desiderio di costruire qualcosa insieme, eppure quando il rapporto diventa più profondo qualcosa cambia. La vicinanza comincia a pesare, le emozioni dell'altro sembrano troppo, le richieste di confronto diventano difficili da sostenere e il bisogno di avere i propri spazi diventa sempre più forte.

È una delle dinamiche che possono comparire quando una persona ha un attaccamento evitante.

Non significa essere freddi, egoisti o incapaci di amare. E soprattutto non significa non provare sentimenti. Spesso significa aver imparato, nel tempo, a sentirsi più al sicuro facendo affidamento soprattutto su se stessi e mantenendo una certa distanza dalle proprie emozioni e da quelle degli altri.

Per questo, nella coppia, la vicinanza può diventare ambivalente: da una parte viene desiderata, dall'altra può far sentire esposti, limitati o in qualche modo sopraffatti.

E così può accadere che proprio quando la relazione comincia a diventare importante, la persona inizi a prendere le distanze.

Non necessariamente in modo evidente. A volte è un allontanamento emotivo, una maggiore difficoltà a parlare di ciò che si prova, una tendenza a chiudersi durante i momenti di tensione, oppure il bisogno di avere sempre qualcosa che permetta di sentirsi nuovamente indipendenti.

Dall'altra parte, però, c'è spesso un partner che quella distanza la vive in modo molto diverso.

Può sentirsi poco amato, poco importante, non abbastanza. Può iniziare a cercare maggiormente rassicurazione, vicinanza e conferme, proprio nel momento in cui l'altro sente ancora più forte il bisogno di allontanarsi.

E qui può crearsi un circolo difficile da interrompere: più uno cerca l'altro, più l'altro si ritrae; più l'altro si ritrae, più il primo cerca di avvicinarsi.

Alla fine entrambi possono sentirsi soli, anche se stanno vivendo la stessa relazione.

Comprendere l'attaccamento evitante, quindi, non significa trovare una giustificazione a chi si allontana o stabilire chi abbia torto nella coppia. Significa provare a capire cosa succede sotto quella distanza.

Perché dietro un bisogno molto forte di autonomia può esserci anche la difficoltà a sentirsi al sicuro nella dipendenza reciproca, nella vulnerabilità e nel lasciarsi davvero vedere dall'altro.

E questo è importante da comprendere anche per chi si trova dall'altra parte: non tutto ciò che viene vissuto come distanza significa necessariamente assenza di amore, ma allo stesso tempo l'amore, da solo, non rende automaticamente sana una relazione in cui uno dei due deve continuamente rincorrere l'altro per sentirsi vicino.

L'attaccamento non è una condanna e non è un'etichetta da appiccicare a una persona. È un modo che abbiamo imparato per stare nelle relazioni e che, con consapevolezza, può anche cambiare.

Perché imparare a stare vicino a qualcuno non significa perdere la propria libertà.

Significa riuscire a sentirsi liberi anche quando si lascia entrare qualcun altro nella propria vita.

E.S.

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30/08/2026

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A volte la reazione che abbiamo nel presente è molto più intensa di ciò che sta realmente accadendo in quel momento, e p...
28/08/2026

A volte la reazione che abbiamo nel presente è molto più intensa di ciò che sta realmente accadendo in quel momento, e proprio questa sproporzione può raccontarci che non stiamo reagendo soltanto al presente.

Un tono di voce, una distanza improvvisa, una critica, il sentirci esclusi, una persona che smette di rispondere o una situazione in cui non abbiamo il controllo possono attivare dentro di noi una risposta emotiva molto forte, perché quella situazione ha toccato qualcosa che conosciamo già, anche se non sempre sappiamo riconoscerlo.

In psicologia si parla di trigger emotivo per indicare uno stimolo che può riattivare emozioni, sensazioni o modalità di risposta associate a esperienze precedenti. Non significa che ciò che stiamo vivendo oggi sia uguale a ciò che abbiamo vissuto allora, ma che qualcosa nel presente può aver richiamato quella precedente esperienza a livello emotivo.

Ed è proprio qui che può diventare difficile comprendere ciò che ci sta succedendo.

La mente può sapere perfettamente che siamo adulti, che quella persona non è quella del nostro passato e che la situazione attuale è diversa, mentre il nostro sistema emotivo può reagire come se quella vecchia minaccia fosse ancora presente.

Per questo a volte ci accorgiamo di essere molto più arrabbiati, spaventati, bisognosi di rassicurazioni o desiderosi di allontanarci di quanto la situazione sembrerebbe richiedere.

Non è necessariamente il presente ad avere tutta quella intensità.

È possibile che il presente abbia toccato una ferita già conosciuta.

Questo non significa che ogni emozione intensa sia necessariamente legata a un trauma o che dobbiamo trovare un'origine infantile dietro qualsiasi nostra reazione. Significa, però, che quando una risposta emotiva ci sembra particolarmente forte, ripetitiva o difficile da comprendere, può essere utile fermarci prima di giudicarla e chiederci che cosa, esattamente, quella situazione abbia attivato dentro di noi.

Perché riconoscere un trigger non significa dirci che stiamo reagendo male.

Significa iniziare a distinguere ciò che sta accadendo adesso da ciò che il nostro vissuto precedente ci sta facendo sentire, così da poter tornare nel presente e scegliere una risposta che appartenga davvero a noi, invece di reagire automaticamente a qualcosa che, emotivamente, abbiamo già conosciuto.

E forse è proprio questo uno dei passaggi più importanti del cambiamento: non smettere di provare quelle emozioni, ma imparare a riconoscere quando appartengono a ciò che sta accadendo oggi e quando, invece, il presente ha semplicemente toccato un punto del nostro passato che aveva ancora bisogno di essere ascoltato. 🤎 E.S.

A volte, in una famiglia, la persona che inizia a stare male non è necessariamente quella che sta creando il problema. P...
26/08/2026

A volte, in una famiglia, la persona che inizia a stare male non è necessariamente quella che sta creando il problema. Può essere proprio quella che, per prima, non riesce più a stare dentro un equilibrio che fino a quel momento aveva retto tutti gli altri.

Le famiglie tendono a proteggere i propri equilibri, anche quando quegli equilibri non sono sani. Quando per anni funzionano secondo regole implicite molto rigide, ogni cambiamento può creare tensione, perché modifica ruoli, aspettative e modalità di relazione che tutti hanno imparato a conoscere.

Il problema nasce quando qualcuno comincia a sottrarsi a quelle regole.

Quando una persona smette di accettare sempre, comincia a dire di no, esprime un'opinione diversa, sceglie una strada che la famiglia non approva, mette un confine oppure semplicemente decide di non assumersi più responsabilità che non le appartengono, può diventare improvvisamente il punto su cui si concentra tutta la tensione familiare.

E allora possono arrivare le accuse, le critiche, il senso di colpa, il silenzio, il confronto con gli altri, la svalutazione delle sue scelte o il tentativo di convincerla che sia cambiata, diventata egoista, ingrata o troppo distante.

Non necessariamente perché quella persona abbia davvero fatto qualcosa di sbagliato.

A volte perché il suo cambiamento mette in discussione un equilibrio che gli altri hanno bisogno di mantenere.

Se per molto tempo una famiglia ha funzionato attraverso il sacrificio di uno, il silenzio di un altro, l'adattamento di qualcuno o la continua disponibilità a soddisfare i bisogni altrui, quando quella persona smette di farlo non cambia soltanto il suo comportamento.

Cambia il funzionamento dell'intero sistema.

E il sistema può reagire cercando di riportarla al ruolo che aveva prima.

Questo può accadere anche attraverso una dinamica particolarmente dolorosa: trasformare proprio la persona che si discosta in quella che viene considerata il problema della famiglia.

Se prima era quella affidabile, improvvisamente diventa egoista.

Se prima era sempre disponibile, diventa quella che pensa solo a sé.

Se prima evitava i conflitti, diventa quella che crea tensioni.

Se prima taceva, nel momento in cui comincia a parlare viene accusata di essere aggressiva o di voler rovinare i rapporti.

In questo modo l'attenzione si sposta dal problema che la persona sta cercando di mettere in discussione al suo comportamento, e la famiglia può continuare a proteggere il proprio equilibrio senza dover guardare ciò che quel comportamento sta realmente mettendo in evidenza.

Ed è qui che può diventare molto difficile fidarsi di sé.

Perché quando per molto tempo le persone che ci sono più vicine ci restituiscono l'immagine di essere noi quelli sbagliati, possiamo arrivare a mettere in dubbio anche cambiamenti che, invece, stanno semplicemente rappresentando una maggiore consapevolezza dei nostri bisogni e dei nostri confini.

Questo non significa che chi si allontana da uno schema familiare abbia sempre ragione o che ogni conflitto con la propria famiglia sia necessariamente il segnale di una dinamica disfunzionale.

Significa che vale la pena osservare cosa succede quando smettiamo di occupare il posto che gli altri si aspettavano da noi.

Perché a volte il disagio che incontriamo quando iniziamo a cambiare non è la prova che stiamo sbagliando strada.

È il segnale che stiamo modificando una modalità relazionale che, per molto tempo, ha permesso a tutti gli altri di stare comodi, anche se noi non lo eravamo più.

E forse una delle domande più importanti da portare con sé è proprio questa: quando nella mia famiglia ho iniziato a comportarmi diversamente da come gli altri si aspettavano, sono stato ascoltato e riconosciuto per ciò che stavo cercando di esprimere, oppure sono diventato improvvisamente io il problema da correggere, affinché tutto potesse tornare esattamente come prima? 🤎 E.S.

Ci sono relazioni in cui impariamo a guardare solo ciò che funziona, perché guardare il resto farebbe troppo male.Così m...
25/08/2026

Ci sono relazioni in cui impariamo a guardare solo ciò che funziona, perché guardare il resto farebbe troppo male.
Così minimizziamo i segnali, giustifichiamo ciò che ci ferisce e ci aggrappiamo ai momenti belli, sperando che bastino.
Ma ciò che funziona non cancella ciò che non funziona.
E una relazione non diventa sana perché impariamo a ignorarne le crepe.
Forse la domanda non è quanto c'è di bello, ma quanto di ciò che non va siamo ancora disposti a non vedere.

Ci sono spazi che non sono fatti soltanto di pareti, una scrivania e una poltrona, ma di tutto ciò che, nel tempo, accad...
24/08/2026

Ci sono spazi che non sono fatti soltanto di pareti, una scrivania e una poltrona, ma di tutto ciò che, nel tempo, accade tra due persone quando una decide di affidare all'altra una parte della propria storia.

È questo, per me, lo spazio del colloquio.

Uno spazio che può avere una dimensione fisica oppure attraversare uno schermo, ma che rimane prima di tutto uno spazio condiviso, costruito incontro dopo incontro attraverso l'ascolto, le domande, le riflessioni, le emozioni e quella particolare possibilità di guardare insieme ciò che, quando siamo dentro alle nostre difficoltà, non sempre riusciamo a vedere con chiarezza.

Riprendere questo spazio significa tornare ad ascoltare storie, a conoscere persone, a osservare insieme dinamiche che magari per molto tempo sono sembrate incomprensibili, a cercare nuove possibilità proprio lì dove sembrava non essercene più.

E penso spesso a quanto possa essere importante, per chi decide di iniziare un percorso, il momento in cui varca quella soglia per la prima volta.

Ci si arriva con domande, aspettative, speranze, ma anche con molte perplessità e con quella sensazione, spesso difficile da spiegare, di non sapere esattamente cosa aspettarsi da uno spazio in cui si parlerà di sé.

Poi, lentamente, quello spazio può diventare qualcosa di diverso.

Un luogo in cui non è necessario avere sempre le parole giuste, apparire forti, essere lucidi o sapere già cosa si vuole cambiare. Un luogo in cui ci si può emozionare, arrabbiare, commuovere, fermare, persino rimanere in silenzio, senza dover trasformare ciò che si prova in qualcosa di diverso per poterlo mostrare.

Perché sentirsi ascoltati significa anche poter essere autentici, senza il timore di essere giudicati per ciò che si sente, per ciò che ancora non si riesce a comprendere o per quelle parti di sé che fuori da quello spazio si è imparato a nascondere.

Il lavoro psicologico, per me, parte proprio da qui: dalla possibilità di costruire insieme uno spazio in cui la persona possa sentirsi vista con sincerità, accolta nella sua complessità e accompagnata senza essere definita dalle proprie difficoltà.

Ed è uno spazio di cui mi prendo cura con grande rispetto, perché ogni volta che qualcuno decide di affidarmi la propria storia, mi sta affidando qualcosa di prezioso.

E di questo, ogni volta, sento tutta la responsabilità e tutta la bellezza 🤎 E.S.

La guarigione non significa fare in modo che ciò che abbiamo vissuto smetta di essere parte della nostra storia. Signifi...
24/08/2026

La guarigione non significa fare in modo che ciò che abbiamo vissuto smetta di essere parte della nostra storia. Significa riuscire, poco alla volta, a fare in modo che quella storia non abbia più lo stesso potere sulla nostra vita.

Perché alcune esperienze lasciano una traccia.

Non soltanto nella memoria, ma nel modo in cui ci fidiamo degli altri, nel modo in cui reagiamo alla distanza, nel modo in cui interpretiamo un conflitto, nel bisogno di controllare ciò che accade o nella paura che qualcosa possa nuovamente farci male.

E forse proprio per questo l'idea di guarigione come cancellazione del dolore rischia di essere fuorviante.

Non dobbiamo necessariamente dimenticare ciò che è successo, né arrivare al punto in cui quella parte della nostra storia non ci fa più provare nulla.

La trasformazione può essere qualcosa di molto diverso.

È riuscire a guardare ciò che è stato con occhi nuovi, comprendere ciò che quell'esperienza ha lasciato dentro di noi e iniziare a distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che sta accadendo nel presente.

Il dolore può rimanere nella nostra storia senza continuare a guidare ogni nostra scelta.

È un po' come una cicatrice: racconta che qualcosa è accaduto, che c'è stata una ferita e che quella ferita ha avuto bisogno di tempo e di cura. La cicatrice non cancella ciò che è successo, ma racconta anche che qualcosa si è trasformato.

E questo passaggio è importante, perché guarire non significa diventare la persona che saremmo stati se quella sofferenza non fosse mai esistita.

Significa diventare la persona che possiamo essere oggi, anche portando con noi ciò che abbiamo attraversato.

A volte la trasformazione del dolore passa proprio da qui: smettere di chiedersi come fare per cancellare quella parte della nostra storia e iniziare a chiederci che cosa possiamo farne oggi, quale significato possiamo darle, quali risorse abbiamo costruito attraversandola e quali parti di noi possiamo finalmente lasciare libere di vivere senza dover continuare a difendersi da qualcosa che non sta più accadendo.

Perché forse guarire non significa arrivare a un punto in cui la ferita non esiste più, ma arrivare a un punto in cui possiamo guardare quella cicatrice senza sentirci ancora dentro a ciò che l'ha provocata, riconoscendo che il passato continuerà a far parte di noi, ma non deve per questo continuare a decidere chi siamo, come amiamo e quale vita ci concediamo di vivere 🤎 E.S.

Indirizzo

Via Albaro 24/4
Genova
16145

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 20:00
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Telefono

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