Psicologia in Pratica

Psicologia in Pratica Sono Elisa Scuderi, psicologa. Lavoro principalmente con chi ad un certo punto si ferma e pensa "Non è questa la vita che immaginavo".

Qui trovi uno spazio pensato per comprenderti meglio, orientarti al cambiamento e rimetterti al centro della tua vita 🤎

Ci sono persone che restano per anni in relazioni che le fanno soffrire e, proprio per questo, finiscono spesso per giud...
18/05/2026

Ci sono persone che restano per anni in relazioni che le fanno soffrire e, proprio per questo, finiscono spesso per giudicarsi duramente.

Perché non riesco ad andarmene?
Perché continuo a restare anche se sto male?
Perché torno sempre in dinamiche che mi feriscono?

Eppure, molto spesso, il punto non è mancanza di forza.
Non è debolezza.
E non è nemmeno il fatto di amare troppo.

Il punto è che certe dinamiche, anche quando fanno soffrire, possono sembrare profondamente familiari.

Da adulti questo si manifesta in modi molto sottili. Ci si abitua a relazioni in cui bisogna continuamente rincorrere attenzioni, cercare conferme, adattarsi, tollerare distanze emotive, sbalzi di umore, momenti di forte vicinanza alternati a freddezza o chiusura.

E una parte di noi continua a restare lì, cercando di aggiustare la relazione, di farsi capire meglio, di ottenere finalmente quella sicurezza emotiva che sembra sempre vicina ma mai davvero stabile.

Il problema è che il nostro sistema emotivo non cerca sempre ciò che è sano.
Spesso cerca ciò che conosce.

Ed è qui che, lentamente, bisogna tornare indietro.

Perché molte persone che oggi fanno fatica a lasciare relazioni dolorose sono cresciute in contesti in cui l’amore non era qualcosa di stabile, semplice e rassicurante, ma qualcosa da conquistare, da mantenere, da proteggere.

Magari con un genitore emotivamente distante.
Oppure imprevedibile.
O molto critico.
O presente solo a tratti.

E allora quel bambino ha imparato a fare qualcosa di molto profondo: restare connesso anche quando stava male.

Ha imparato ad adattarsi.
A tollerare.
A leggere continuamente l’altro.
A mettere da parte sé stesso pur di non perdere il legame.

E questa modalità, col tempo, diventa una traccia interna.

Così, nell’età adulta, una relazione intensa ma instabile può essere vissuta inconsciamente come più vera di una relazione sana e prevedibile, perché attiva qualcosa di conosciuto nel corpo e nel sistema emotivo.

Non significa che desideriamo soffrire.
Significa che il nostro cervello relazionale tende a riconoscere come familiari certe dinamiche apprese molto presto.

Per questo uscire da alcune relazioni è così difficile.

Perché non stiamo lasciando soltanto una persona.
Spesso stiamo provando, per la prima volta, ad interrompere un modello relazionale che ci accompagna da anni.

Ed è qui che molte persone si bloccano: perché il dolore della relazione è conosciuto, mentre il cambiamento, all’inizio, può sembrare persino più spaventoso.

La parte importante, però, è capire che riconoscere questi meccanismi non significa colpevolizzare sé stessi o la propria storia.

Significa iniziare a vedere con più lucidità perché certe dinamiche ci trattengono così tanto.

Perché quando iniziamo a capire che alcune relazioni ci sembrano familiari non perché ci fanno bene, ma perché assomigliano a qualcosa che il nostro sistema emotivo ha imparato a conoscere molto presto, allora smettiamo lentamente di leggere quella permanenza come una colpa personale e iniziamo a vederla per quello che spesso è davvero: un tentativo antico di ottenere, finalmente, quell’amore stabile, sicuro e riconoscente che da bambini è mancato o è stato percepito come incostante 🤎 E.S.

Alcuni bambini crescono dentro una forma di silenzio molto particolare.Non un silenzio fatto di assenza, ma un silenzio ...
15/05/2026

Alcuni bambini crescono dentro una forma di silenzio molto particolare.

Non un silenzio fatto di assenza, ma un silenzio fatto di conferme che non arrivano.

Fanno i compiti, aiutano, si impegnano, cercano di comportarsi "bene", ma raramente ricevono un rimando chiaro sul loro valore. Quello che fanno viene spesso dato per scontato, come se fosse normale, come se fosse dovuto. Non c’è un vero "ti vedo", non c’è un "così come sei va bene", non c’è uno sguardo che restituisce la sensazione di essere apprezzati per ciò che si è, non solo per ciò che si fa.

E così, quel bambino impara qualcosa di molto profondo senza che nessuno lo dica esplicitamente: che il suo valore non è qualcosa di evidente, ma qualcosa che deve essere continuamente guadagnato.

Inizia a regolarsi su questo.
A cercare segnali.
A capire cosa funziona per essere accettato.
A fare bene, a non sbagliare troppo, a non disturbare, a non pesare.

Ma soprattutto, inizia a costruire un’immagine di sé che non nasce da uno sguardo che lo riflette, bensì da uno sguardo che lo misura.

E quando uno sguardo non restituisce valore, ma solo aspettative o normalizzazione, il bambino non smette di cercare quel valore. Semplicemente lo sposta fuori da sé.

È così che si costruisce una forma di autostima fragile, non perché manchi qualcosa dentro, ma perché manca una storia interna in cui ci si è sentiti riconosciuti senza dover continuamente dimostrare.

E quell’immagine, costruita così presto, non rimane nell’infanzia.

Diventa un riferimento interno stabile che continua a funzionare anche quando quel contesto non c’è più.

Da adulti, questo può significare vivere con una sorta di sguardo interno che non è davvero nostro, ma che continua a valutare, confrontare, ridurre o mettere in dubbio ciò che facciamo, come se ci fosse ancora da guadagnare il diritto di sentirsi abbastanza.

E anche quando si ottengono risultati, riconoscimenti o relazioni significative, può restare quella sensazione sottile di non essere mai del tutto sufficienti, come se il valore non fosse qualcosa da cui partire, ma qualcosa che deve ancora essere dimostrato.

Il cambiamento, in questo senso, non avviene quando cerchiamo di "aumentare l’autostima", ma quando iniziamo a vedere da dove arriva quello sguardo interno con cui ci stiamo osservando.

Perché forse la parte più trasformativa non è imparare a pensare meglio di sé stessi, ma accorgersi, ogni volta che succede, che non stiamo guardando noi stessi con occhi nuovi, ma con occhi antichi.

E piano piano, senza forzature, iniziare a chiederci cosa succederebbe se quello sguardo non fosse più l’unico attraverso cui ci definiamo.

Perché forse la vera trasformazione inizia nel momento in cui smettiamo di confondere il nostro valore con il modo in cui, molto presto nella vita, abbiamo imparato ad essere visti 🤎 E.S.

Molto spesso quando si parla di ansia sui social lo si fa in modo generico. In questo post invece mi rivolgo esclusivame...
14/05/2026

Molto spesso quando si parla di ansia sui social lo si fa in modo generico. In questo post invece mi rivolgo esclusivamente alle donne che convivono, magari da tempo, con questi sintomi.

Molte donne si accorgono che, in alcuni giorni del mese piuttosto che in altri, l’ansia cambia intensità. Ci sono giorni in cui ci si sente più vulnerabili, più irritabili, più sensibili agli stimoli o più facilmente sopraffatte anche da situazioni che, in altri momenti del mese, sembrano gestibili.

Durante i colloqui sento spesso frasi come questa: "Settimana scorsa mi sentivo piena di energia, motivata, lucida. Questa settimana invece ho l’ansia per tutto, mi sento sopraffatta, faccio fatica ad uscire di casa o mi sembra di perdere il controllo".

Durante il ciclo mestruale avvengono cambiamenti ormonali importanti che influenzano anche il sistema nervoso, la regolazione emotiva, il livello di energia, il sonno e la risposta allo stress. Per questo, in alcune fasi, il corpo può diventare più reattivo e la mente più affaticata nel gestire ansia, pensieri o tensioni emotive.

L’aspetto importante non è etichettare queste esperienze come esagerate, ma iniziare a dare loro un significato più chiaro. Significa comprendere che mente e corpo lavorano insieme e che le emozioni non possono essere separate completamente da ciò che accade a livello fisiologico.

Per molte persone, infatti, il cambiamento più grande avviene proprio quando iniziano a collegare certe sensazioni al proprio ciclo e riescono ad osservare ciò che accade con maggiore consapevolezza. Perché nel momento in cui capiamo che il nostro corpo sta attraversando una fase specifica, cambia anche il modo in cui leggiamo quello che sentiamo.

E questa comprensione aiuta moltissimo.

Aiuta a non spaventarsi automaticamente.
Aiuta a riconoscere i propri tempi.
Aiuta a costruire un lavoro psicologico più realistico e più rispettoso del funzionamento della persona.

Ed è proprio per questo che, quando si lavora in colloquio con persone che vivono ansia, è importante tenere conto anche del ciclo mestruale e delle variazioni che lo accompagnano. Perché osservare quando certi sintomi aumentano, come cambia il corpo e quali momenti risultano più delicati permette di costruire un lavoro molto più consapevole, realistico e rispettoso del funzionamento della persona.

Perché lavorare sull’ansia, soprattutto con le donne, significa anche imparare ad ascoltare il corpo, osservare i suoi cambiamenti ed integrare tutto questo nel percorso, invece di vivere certe oscillazioni emotive come qualcosa da combattere o da subire passivamente. A volte il cambiamento non parte dal controllare ciò che sentiamo, ma dal comprendere più profondamente cosa il nostro corpo sta cercando di comunicarci in quel momento 🤎 E.S.

Il corpo non dimentica quello che abbiamo vissuto da bambini.Anche quando la mente va avanti, il corpo conserva certe tr...
14/05/2026

Il corpo non dimentica quello che abbiamo vissuto da bambini.

Anche quando la mente va avanti, il corpo conserva certe tracce, certe sensazioni, certi modi di reagire che si sono costruiti molto presto.

A volte non serve un pensiero preciso per attivare qualcosa dentro di noi. Basta un tono di voce un po’ più duro, un silenzio improvviso, uno sguardo che cambia, e nel corpo si riaccende una sensazione familiare: tensione, allerta, chiusura, bisogno di capire subito cosa sta succedendo.

Non è qualcosa che scegliamo. Succede prima ancora del ragionamento.

Perché il corpo ricorda come ci sentivamo da piccoli quando c’era incertezza, quando l’umore di un adulto cambiava, quando non era chiaro cosa sarebbe successo dopo. E quelle sensazioni, nel tempo, diventano una sorta di memoria emotiva che si riattiva anche nelle relazioni adulte.

È per questo che in alcune dinamiche ci sentiamo improvvisamente in ansia, oppure ci adattiamo troppo velocemente, o ancora tratteniamo quello che vorremmo dire senza capire subito perché.

Non è solo la situazione presente. È anche ciò che il corpo riconosce da qualcosa che è già stato vissuto.

La cosa importante da ricordare è che questa memoria non è una condanna. È una traccia.

E noi abbiamo il diritto di fermarci e riconoscerla, invece di viverla automaticamente, imparando piano piano a distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che sta davvero accadendo nel presente 🤎 E.S.

Ci sono coppie che, dall’esterno, sembrano perfette proprio perché non litigano mai.E spesso questa cosa viene raccontat...
13/05/2026

Ci sono coppie che, dall’esterno, sembrano perfette proprio perché non litigano mai.

E spesso questa cosa viene raccontata anche con un certo orgoglio:
"Tra noi non litighiamo"
"Non abbiamo mai grossi conflitti"
"Ci capiamo al volo"

All’inizio può sembrare un segnale molto positivo, quasi un indicatore di armonia stabile, come se l’assenza di scontro fosse automaticamente sinonimo di equilibrio.

Ma se si guarda più da vicino, la domanda diventa un’altra: cosa significa davvero non litigare?

Perché una relazione sana non è una relazione senza differenze.
Non è una relazione senza frizioni.
Non è una relazione in cui tutto scorre sempre in modo perfettamente allineato.

È una relazione in cui il confronto esiste, ma può essere attraversato.

Quando una coppia non litiga mai, spesso non significa che non ci siano tensioni, bisogni diversi o momenti di disaccordo. Piuttosto, può significare che il conflitto non trova spazio per essere espresso.

Può essere che uno dei due si adatti molto.
Che si eviti di dire ciò che disturba.
Che si scelga il silenzio per mantenere la stabilità.
Oppure che, ogni volta che emerge una differenza, venga rapidamente smussata, minimizzata o rimandata.

In questi casi, l’assenza di litigio non è necessariamente armonia, ma può essere una forma di gestione del legame basata sull’evitamento del conflitto.

E questo, nel tempo, può creare dinamiche molto sottili.

Perché ciò che non viene detto non scompare.
Semplicemente si sposta.

Può diventare distanza emotiva.
Può diventare senso di non essere davvero visti.
Può diventare fatica a portare parti autentiche di sé nella relazione.

Oppure può emergere in altri modi, indiretti, meno riconoscibili: irritazioni improvvise, chiusure, silenzi più lunghi del necessario.

Il punto non è che una coppia debba litigare.
Il punto è che deve poter attraversare il disaccordo senza che questo venga vissuto come una minaccia alla relazione.

Perché il confronto, quando è possibile, non è il problema.
Spesso è proprio ciò che permette alla relazione di restare viva, reale, presente.

Una coppia che non litiga mai, quindi, non è necessariamente una coppia più forte.
A volte è semplicemente una coppia in cui una parte della verità relazionale non ha ancora trovato il modo di essere detta.

E forse la differenza più importante non è tra coppie che litigano e coppie che non litigano, ma tra coppie in cui si può portare ciò che si prova senza paura di perdere il legame e coppie in cui, per mantenere il legame, si impara a ridurre sé stessi 🤎 E.S.

In alcune famiglie il problema non è il conflitto.È il cambiamento.Perché ogni famiglia costruisce, nel tempo, un propri...
12/05/2026

In alcune famiglie il problema non è il conflitto.
È il cambiamento.

Perché ogni famiglia costruisce, nel tempo, un proprio equilibrio interno. In psicologia sistemica questo viene definito omeostasi familiare: una tendenza del sistema familiare a mantenere un funzionamento stabile, anche quando quel funzionamento crea sofferenza.

Ed è proprio questo il punto più importante da comprendere: una famiglia non mantiene solo ciò che è sano. Mantiene ciò che conosce.

Per questo, in alcuni nuclei familiari, anche un cambiamento positivo può essere vissuto come una minaccia.

Quando una persona inizia a mettere confini, ad essere più autonoma, a dire più chiaramente ciò che pensa o semplicemente ad uscire dal ruolo che ha sempre avuto, il sistema spesso reagisce. Non necessariamente perché ci sia cattiveria, ma perché quel cambiamento rompe un equilibrio a cui tutti, inconsapevolmente, si erano adattati.

👉 Proviamo a fare un esempio

In una famiglia, una figlia è sempre stata quella che media, che comprende tutti, che evita conflitti e si fa carico emotivamente degli altri. Ad un certo punto, però, inizia a cambiare. Comincia a dire qualche no, a non rendersi sempre disponibile, ad esprimere bisogni che prima teneva da parte.

Ed è lì che spesso iniziano le tensioni.

Qualcuno la definisce cambiata.
Qualcuno la percepisce egoista.
Qualcuno inizia a colpevolizzarla o a farla sentire distante.

Non perché quel cambiamento sia sbagliato, ma perché sta modificando l’equilibrio su cui la famiglia si reggeva da anni.

Quando un sistema familiare è molto rigido, infatti, tende a riportare ogni componente nel ruolo abituale, anche se quel ruolo lo fa soffrire.

Ed è per questo che, a volte, crescere psicologicamente non significa solo cambiare sé stessi. Significa anche tollerare il fatto che alcune persone possano reagire al nostro cambiamento, perché quel cambiamento obbliga l’intero sistema a ridefinirsi.

La parte più delicata è che spesso chi prova a stare meglio si sente in colpa, come se stesse rompendo qualcosa.

Ma differenziarsi non significa smettere di amare la propria famiglia.
Significa smettere di sacrificare sé stessi per mantenere un equilibrio che funziona solo se si continua ad occupare sempre lo stesso posto.

E forse uno degli aspetti più importanti è proprio questo: non tutte le resistenze familiari nascono perché stiamo sbagliando strada. A volte nascono proprio perché, per la prima volta, stiamo uscendo da un ruolo che, sì, teneva stabile il sistema ma nel farlo impediva a noi di crescere davvero 🤎 E.S.

Nelle nostre relazioni, che siano sentimentali, familiari o amicali, è giusto stare bene, sentirci accolti, liberi di es...
11/05/2026

Nelle nostre relazioni, che siano sentimentali, familiari o amicali, è giusto stare bene, sentirci accolti, liberi di essere noi stessi, con uno scambio equilibrato tra ciò che diamo e ciò che riceviamo, senza doverci continuamente trattenere o controllare per paura del giudizio.

Quando questo succede, la relazione nutre. Quando non succede, qualcosa cambia.

Ci sono relazioni in cui iniziamo a sentirci sempre più sotto pressione. Dove l’altro ci giudica, usa il senso di colpa, fa battute sarcastiche sulle nostre scelte, mette in discussione quello che facciamo o ci fa sentire "sbagliati" anche per cose piccole.

E in questi casi non ci sentiamo liberi. Ci sentiamo osservati. Ci sentiamo in dovere di spiegarci. E piano piano ci accorgiamo che non stiamo più vivendo la relazione in modo leggero, ma in modo faticoso, come se dovessimo sempre stare attenti a non sbagliare.

Queste relazioni ci svuotano.

La cosa importante da ricordare è che non siamo obbligati a restare in relazioni che ci fanno stare male o che ci tolgono energia. Noi abbiamo il diritto di stare in relazioni in cui possiamo essere noi stessi senza paura di essere giudicati continuamente.

E abbiamo il diritto di fermarci e chiederci come ci sentiamo davvero dentro quei legami, e scegliere di stare dove non dobbiamo difenderci, ma dove possiamo semplicemente stare bene 🤎 E.S.

Ci sono persone che, senza accorgersene, vivono dentro frasi che si ripetono nella testa come se fossero semplici pensie...
11/05/2026

Ci sono persone che, senza accorgersene, vivono dentro frasi che si ripetono nella testa come se fossero semplici pensieri, ma che in realtà diventano una lente attraverso cui leggono tutto ciò che succede.

"Non sono abbastanza bravo"
"Prima o poi sbaglierò"
"Alla fine va sempre male"
"Non ce la faccio come ce la fanno gli altri"

All’inizio sembrano solo paure.
Pensieri automatici, quasi innocui.

Ma quando un’idea si ripete spesso, smette di essere solo un pensiero e inizia ad influenzare il modo in cui ci muoviamo nel mondo.

Per esempio, sul lavoro, se entro in una riunione già convinto che farò una br**ta figura, tenderò a parlare meno, a trattenermi, a non espormi davvero. E questo mi porterà con più probabilità a non essere visto, a non intervenire, a non mostrare le mie competenze. E alla fine, potrei davvero sentirmi "invisibile" o poco efficace, proprio come avevo anticipato dentro di me.

Non perché quell’idea fosse vera.
Ma perché ha guidato il mio comportamento.

È così che spesso si costruisce una profezia che si autoavvera: non perché il pensiero predice il futuro, ma perché finisce per influenzare le nostre scelte, il nostro modo di agire, il nostro livello di esposizione alla vita.

E lo stesso accade nelle relazioni quotidiane.
Se penso "non interesserà quello che dico", magari non lo dico con chiarezza.
Se penso "verrò frainteso", mi trattengo.
Se penso "intanto andrà male", entro già in una forma di difesa che cambia il modo in cui mi relaziono.

Col tempo, tutto questo rafforza proprio l’idea iniziale.

Il punto non è pensare positivo in modo forzato.
Il punto è accorgersi di quanto certe aspettative su di noi stiano già influenzando il modo in cui ci comportiamo, spesso prima ancora che le situazioni accadano.

Perché a volte non è la realtà a confermare il pensiero.
Siamo noi, inconsapevolmente, a costruire una realtà coerente con quel pensiero.

E iniziare a vederlo è già il primo modo per smettere di viverlo come una verità assoluta e iniziare a riconoscerlo per quello che è: un filtro che può essere osservato, messo in discussione e, piano piano, trasformato 🤎 E.S.

10/05/2026

Ho ascoltato tante volte storie di donne che si ripetevano di essere pigre perché rimandavano tutto.
Le mail.
Le decisioni.
Le cose semplici.
Perfino quelle azioni che una volta venivano naturali.

Raccontano che allora si sforzavano ancora di più.
Si organizzavano meglio.
Si dicevano di "darsi una mossa".

Ma a volte quello che blocca non è pigrizia.

A volte è quella sensazione di avere così tanto in testa da sentirsi paralizzate ancora prima di iniziare.

Oppure è accorgersi, lentamente,
che si sta continuando a fare cose che non assomigliano più alla persona che si è oggi.

E allora il corpo si ferma, anche quando la mente continua a ripetersi che ce la si dovrebbe fare.

E forse il problema non è che non si ha voglia di fare niente.
Forse quella che emerge è la stanchezza di sopravvivere in automatico 🤎

Ci sono persone che vivono ogni errore come una prova del fatto di non essere abbastanza.Basta una risposta non data dur...
07/05/2026

Ci sono persone che vivono ogni errore come una prova del fatto di non essere abbastanza.

Basta una risposta non data durante una riunione, un no che non si è riusciti a dire, un momento in cui ci si è adattati ancora una volta invece di esprimere ciò che si pensava davvero, e subito dentro parte un dialogo molto duro:
"Dovevo reagire"
"Perché non riesco mai a farlo?"
"Ancora una volta ho sbagliato"

Ma il problema spesso non è l’errore in sé.
È il modo in cui lo leggiamo.

Perché se ogni esperienza difficile diventa una conferma dei nostri limiti, finiamo per vivere nel tentativo costante di non sbagliare mai. E questo, invece di aiutarci a crescere, ci blocca.

Una strategia molto utile, in questi casi, può essere dedicarsi anche solo 10 minuti a fine giornata per ripensare a quelle situazioni che ci hanno lasciato addosso fastidio, frustrazione o senso di colpa.

Magari quel momento in cui con un collega avremmo voluto essere più assertivi.
Oppure quella situazione in cui abbiamo detto "Va bene" anche se dentro stavamo pensando il contrario.

Il punto, però, non è scrivere soltanto "l’errore".

È affiancare, accanto a quella situazione, una seconda domanda:
"Che cosa mi sta insegnando questa esperienza su di me?"

Forse che faccio fatica a tollerare il conflitto.
Forse che tendo ad adattarmi quando temo di deludere qualcuno.
Forse che sto iniziando a riconoscere bisogni che prima ignoravo completamente.

Perché la crescita psicologica, molto spesso, non nasce dal fare tutto perfettamente, ma dalla capacità di trasformare certe esperienze in informazioni preziose su ciò che stiamo cercando, poco alla volta, di cambiare dentro di noi 🤎 E.S.

Indirizzo

Via Albaro 24/4
Genova
16145

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
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