20/08/2026
Prendersi cura, di chi si prende cura:
chi si prende cura degli altri ha bisogno, a sua volta, di cura!
Ci sono professioni nelle quali la presenza non è semplicemente una qualità personale, ma uno degli strumenti attraverso cui si svolge il proprio lavoro. Psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, educatori, insegnanti, operatori sociali e tutte le persone che lavorano nella relazione d’aiuto sono chiamati ogni giorno ad ascoltare, accogliere, sostenere, contenere emozioni e accompagnare l’altro nei momenti più delicati della sua vita.
Stare accanto alla sofferenza richiede attenzione, sensibilità e disponibilità, ma richiede anche qualcosa di cui si parla meno: la capacità di accorgersi di ciò che questa esposizione continua produce dentro di noi.
A volte impariamo a riconoscere molto bene la stanchezza degli altri e facciamo più fatica a riconoscere la nostra, sappiamo ascoltare le emozioni di chi abbiamo davanti e continuiamo a mettere in secondo piano le nostre, ci accorgiamo immediatamente quando una persona ha bisogno di una pausa e invece continuiamo a lavorare anche quando il nostro corpo ci sta chiedendo di fermarci.
Non necessariamente perché non sappiamo prenderci cura di noi, ma perché nel tempo possiamo diventare molto abili nel mettere da parte ciò che sentiamo per essere disponibili a ciò che l'altro porta.
La mindfulness può diventare uno spazio di allenamento proprio in questa direzione. La pratica ci invita a tornare al corpo, a riconoscere ciò che accade nel momento presente e a osservare pensieri, emozioni e sensazioni senza doverli immediatamente modificare o risolvere. Ci insegna, lentamente, a riconoscere i segnali prima che diventino impossibili da ignorare e a sviluppare una relazione più attenta con la nostra esperienza.
Per chi lavora nella relazione d'aiuto questo può avere un significato particolare. Essere presenti non significa essere sempre disponibili, così come avere empatia non significa farsi attraversare completamente dalla sofferenza dell'altro. La presenza consapevole permette di rimanere in relazione senza perdere completamente il contatto con se stessi, di ascoltare senza dover assorbire, di accompagnare senza sentirsi responsabili di risolvere ciò che appartiene all'altro.
La pratica può aiutarci anche a riconoscere quei sottili automatismi che entrano nelle professioni d'aiuto quasi senza che ce ne accorgiamo: il bisogno di essere indispensabili, la difficoltà a dire di no, il desiderio di trovare sempre la risposta giusta, la sensazione di dover fare qualcosa perché l'altro possa stare meglio, oppure quella particolare forma di stanchezza che nasce quando per troppo tempo abbiamo messo la nostra esperienza tra parentesi.
E c'è un altro aspetto importante: chi si prende cura degli altri ha bisogno di poter essere, almeno qualche volta, semplicemente una persona e non soltanto qualcuno che sostiene, accompagna o contiene.
Un tempo di pratica, di silenzio e di ascolto può permettere di deporre temporaneamente il ruolo professionale e incontrare ciò che c'è, senza dover essere competenti, efficienti o utili a qualcuno. Può essere uno spazio nel quale non è necessario trovare soluzioni, comprendere, interpretare o rispondere, ma semplicemente fare esperienza di ciò che significa esserci.
Questo non significa che la mindfulness renda immuni dalla fatica, dalla sofferenza o dal coinvolgimento emotivo che inevitabilmente fanno parte delle professioni d'aiuto. Significa piuttosto sviluppare una maggiore capacità di accorgersi di ciò che sta accadendo e di scegliere come prendersene cura.
Anche il confine è una forma di cura. Imparare a riconoscere quando siamo troppo coinvolti, quando abbiamo bisogno di una pausa, quando una storia ci rimane dentro oltre il tempo del lavoro o quando il nostro corpo sta chiedendo attenzione non significa essere meno professionali o meno generosi. Significa riconoscere che siamo parte della relazione e che anche la nostra presenza ha bisogno di essere custodita.
Forse uno dei doni più profondi della mindfulness per chi lavora nella cura è proprio questo: ricordarci che non dobbiamo essere una fonte inesauribile per poter essere al servizio degli altri.
Prendersi cura di chi si prende cura non è quindi un gesto aggiuntivo, qualcosa da fare quando rimane tempo. È parte della possibilità stessa di continuare a esserci, nel tempo, con autenticità, sensibilità e presenza.
Perché non è soltanto ciò che sappiamo fare a entrare nella relazione con l'altro, ma anche il modo in cui siamo mentre lo incontriamo.