Annarita Arso Psicologa

Annarita Arso Psicologa Qui la psicologia non insegna nulla: sussurra, provoca, punge, spiazza, accarezza. Una pagina per chi cerca la mente nei dettagli e l’anima tra le righe.

Se vi piacciono i pensieri che graffiano e le verità scomode ma ben servite, siete nel posto giusto.

Si può continuare a lavorare, amare, incontrare persone, ridere, progettare e, allo stesso tempo, avvertire una strana e...
05/09/2026

Si può continuare a lavorare, amare, incontrare persone, ridere, progettare e, allo stesso tempo, avvertire una strana estraneità, come se una parte di noi fosse rimasta fuori dalla scena a osservare ciò che accade.

Pirandello, ne "Il fu Mattia Pascal" utilizzava l'espressione “Forestiere della vita”per descrivere chi, a un certo punto, smette di sentirsi completamente dentro la vita che sta vivendo.

Forse accade quando iniziamo a guardare la nostra vita da una distanza diversa e ci accorgiamo di quanto spesso viviamo attraverso ruoli, aspettative e immagini di noi stessi che abbiamo adottato nel tempo. Ruoli che magari ci sono serviti, ci hanno protetto, ci hanno permesso di appartenere, ma che a un certo punto possono diventare stretti.

Succede così che ciò che abbiamo costruito intorno a noi non coincida più del tutto con ciò che sentiamo dentro. Le convenzioni che prima sembravano naturali iniziano a starci strette, alcune relazioni diventano più difficili da gestire e certi ruoli che abbiamo indossato per anni cominciano a sembrarci scomodi, come abiti di una taglia sbagliata.

Dal punto di vista psicologico, quella sensazione di estraneità può essere il segnale di una distanza tra l’immagine che abbiamo costruito di noi e ciò che stiamo diventando. Non sempre è qualcosa da eliminare o da risolvere rapidamente anzi, a volte è proprio quella "scomodità" a rendere visibile ciò che abbiamo ignorato per molto tempo: un bisogno rimasto inascoltato, un desiderio accantonato, un confine mai messo, una parte di noi che non trova più spazio nella vita che abbiamo costruito.

Perché sentirsi “forestieri della vita” non significa necessariamente essere fuori posto. A volte ci permette semplicemente di accorgerci che il posto in cui siamo non ci somiglia più come prima.

Dott.ssa Annarita Arso

All’inizio può sembrare interesse il bisogno di sapere continuamente dove sei, premura la richiesta di spiegazioni su og...
04/09/2026

All’inizio può sembrare interesse il bisogno di sapere continuamente dove sei, premura la richiesta di spiegazioni su ogni tua scelta, gelosia il fastidio per le tue amicizie, coinvolgimento la necessità di conoscere ogni dettaglio della tua giornata, paura di perderti l’insistenza quando hai già detto di no. E proprio perché questi comportamenti possono presentarsi dentro parole affettuose e gesti che sembrano raccontare un forte coinvolgimento, diventa difficile riconoscere il momento in cui qualcosa ha iniziato a cambiare.

Presi uno alla volta, alcuni possono apparire come episodi isolati, magari attribuiti all’insicurezza, alla paura di perdere l’altro o a una particolare fragilità. Il significato cambia quando iniziano a comporre uno schema nel quale una persona deve progressivamente modificare il proprio comportamento per evitare la reazione dell’altra, rinunciare a qualcosa per non creare problemi, spiegarsi continuamente per essere creduta, rassicurare per placare una gelosia che ritorna.

È lì che dovremmo imparare a guardare con maggiore attenzione, perché il controllo raramente si presenta con la propria carta d'identità. Può arrivare con le parole della preoccupazione, della gelosia, dell’amore, della paura di perderti; può chiederti di rinunciare a qualcosa “per il bene della relazione”, può trasformare ogni tuo confine in una mancanza d’amore e ogni tua autonomia in una minaccia per il rapporto.

Il segnale più importante, allora, non riguarda soltanto ciò che l’altro fa, ma ciò che progressivamente cominciamo a fare noi per evitare le sue reazioni: scegliere le parole con estrema cautela, rinunciare a raccontare alcune cose, limitare le proprie frequentazioni, anticipare il suo umore, sentirsi responsabili della sua rabbia, chiedere il permesso dove prima esisteva semplicemente la libertà di scegliere.

Riconoscere questi segnali non significa trasformare ogni conflitto in una diagnosi di violenza, ma imparare a osservare la direzione che una relazione sta prendendo, soprattutto quando la libertà di una persona diventa progressivamente il prezzo necessario per mantenere la tranquillità dell’altra.

Perché una domanda può aiutarci a vedere ciò che l’abitudine tende a nascondere: dentro questa relazione mi sento progressivamente più libero di essere me stesso, oppure sempre più impegnato a evitare ciò che potrebbe far arrabbiare l’altro?

Dott.ssa Annarita Arso

La manipolazione psicologica riesce a farti finire sul banco degli imputati mentre stavi semplicemente cercando di chied...
03/09/2026

La manipolazione psicologica riesce a farti finire sul banco degli imputati mentre stavi semplicemente cercando di chiedere conto di qualcosa.

Succede quando provi a dire "questa cosa mi ha ferito" e ti ritrovi a dover spiegare perché sei arrabbiato; quando chiedi una spiegazione e la conversazione si sposta sul fatto che hai insistito troppo; quando racconti un comportamento che ti ha fatto stare male e improvvisamente si discute del tuo carattere, della tua sensibilità, del tuo passato irrisolto, del modo in cui comunichi.

La domanda era "Perché hai fatto questo?" ma la discussione diventa "Perché io reagisco così?"

Ed è un passaggio tutt’altro che innocuo, perché cambia completamente la posizione delle due persone: una smette di dover rispondere di ciò che ha fatto e che ha procurato dolore o rabbia o delusione e l’altra comincia a sentirsi costretta a giustificare ciò che ha provato.

Da lì di solito si instaura una dinamica ancora più sottile: ogni conflitto viene utilizzato per raccogliere materiale contro di te. La tua rabbia diventa la prova che sei instabile, il tuo bisogno di chiarimenti diventa pressione, il tuo dolore diventa incontinenza, il tuo tentativo di mettere un limite diventa egoismo.

Così, lentamente, impari che ogni volta che porti un problema nella relazione rischi di diventare tu il problema.

Il danno più profondo arriva quando la persona che dovrebbe ascoltare il dolore che lei stessa. ti ha procurato, ti induce a dubitare di averne davvero il diritto.

Dott.ssa Annarita Arso

Quando muore una persona, il dolore trova uno spazio. Esistono parole per raccontarlo, rituali per attraversarlo, person...
02/09/2026

Quando muore una persona, il dolore trova uno spazio. Esistono parole per raccontarlo, rituali per attraversarlo, persone che si fermano accanto a noi e riconoscono ciò che stiamo vivendo.

Altri tipi di perdite, invece, avvengono nel silenzio.

La fine di una relazione che avrebbe potuto diventare qualcosa di diverso, un genitore ancora presente, ma emotivamente irraggiungibile, un progetto che aveva iniziato a dare forma al futuro e che improvvisamente si interrompe, l'immagine di una vita che avevamo immaginato e che, poco alla volta, comprendiamo non diventerà mai realtà.

Dal punto di vista psicologico, queste esperienze richiedono un lavoro molto simile all'elaborazione di un lutto perché ciò che siamo chiamati a lasciare andare non è soltanto una persona o una situazione, ma anche la possibilità che le cose possano ancora diventare come le avevamo immaginate.

Per questo alcune ferite sembrano non trovare mai una conclusione. Non è il passato a trattenerci bensì il dialogo continuo con un futuro che continuiamo a immaginare possibile.

La guarigione inizia quando smettiamo di chiedere alla realtà di assomigliare all'immagine che avevamo costruito.

Accettando che alcune storie non avranno il finale che avevamo desiderato, senza permettere che quel finale mancato diventi anche l'ostacolo alla nostra felicità.

Dott.ssa Annarita Arso

La manipolazione psicologica può avere un effetto particolarmente crudele: portarti a discutere della tua reazione invec...
01/09/2026

La manipolazione psicologica può avere un effetto particolarmente crudele: portarti a discutere della tua reazione invece che di ciò che l'ha provocata.

All'inizio sai perché stai male, sai che è successo qualcosa che ti ha ferito, che ti ha fatto sentire trascurato, svalutato, confuso o tradito. Cerchi di parlarne perché vuoi capire, mettere ordine, trovare una spiegazione che ti permetta di ricomporre ciò che è accaduto.

Invece la persona che ti ha ferito comincia a occuparsi della tua reazione. Sei troppo arrabbiato, troppo sensibile, troppo insistente, troppo bisognoso di spiegazioni. Il tuo bisogno di comprendere diventa una pretesa, la tua richiesta di attenzione diventa pressione, la tua sofferenza diventa un'accusa.

E a quel punto accade qualcosa di ancora più destabilizzante che dovrebbe rappresentare un campanello di allarme laddove dovesse diventare una dinamica abituale: inizi a difenderti.

Spieghi perché hai reagito in quel modo, cerchi di dimostrare che non volevi essere pressante, che avevi le tue ragioni, che quella richiesta nasceva da qualcosa che era successo prima. Mentre cerchi di farti comprendere, ti allontani sempre di più dalla domanda da cui eri partito fino a ricercare sofisticate giustificazioni.

È questo il "giro di frittata" più difficile da riconoscere, perché non cancella ciò che hai vissuto ma lo ricolloca. La ferita rimane, ma improvvisamente sei tu a doverne rendere conto. E più cerchi di spiegare il tuo dolore, più materiale offri perché venga reinterpretato come prova del tuo problema, della tua tendenza a esagerare e del tuo egocentrismo.

A forza di vivere questo meccanismo, una persona può arrivare a controllare ogni propria reazione, a pesare ogni parola, a chiedersi se stia esagerando, se abbia davvero diritto a sentirsi ferita, se la sua richiesta sia legittima oppure eccessiva.

Ed è forse questo il punto in cui la manipolazione ha raggiunto il suo risultato più profondo: quando non hai più bisogno che l'altro metta in discussione ciò che senti, perché hai imparato a farlo da solo.

Riconoscere questo meccanismo significa tornare alla sequenza dei fatti, distinguere ciò che è accaduto dalla risposta che ha generato e rimettere a ogni cosa il proprio posto. Anche il manipolatore.

Dott.ssa Annarita Arso

Forse una delle cose più faticose della vita adulta è scoprire che nessuno sa davvero come si fa.Cerchiamo genitori che ...
31/08/2026

Forse una delle cose più faticose della vita adulta è scoprire che nessuno sa davvero come si fa.

Cerchiamo genitori che abbiano sempre la parola giusta, partner capaci di comprenderci fino in fondo, amici che sappiano esserci nel modo perfetto, professionisti che abbiano risposte per ogni nostra difficoltà.

Poi, prima o poi, ci accorgiamo che dall'altra parte ci sono persone che stanno facendo del loro meglio con quello che hanno imparato, con le proprie risorse, le proprie fragilità e anche con le proprie contraddizioni.

Che anche chi ci ama può sbagliare, che anche chi ci cura può attraversare momenti di smarrimento, che anche una persona molto competente può trovarsi davanti a qualcosa che non sa ancora comprendere.

Questo non rende meno preziose le relazioni, la cura o la competenza. Le rende umane.

Forse maturare significa anche smettere di chiedere alle persone che amiamo di essere impeccabili e iniziare a riconoscere la differenza tra chi sbaglia e poi si interroga, chi ferisce e poi prova a riparare, chi attraversa una difficoltà e continua a mettersi in discussione.

La perfezione crea distanza. L'imperfezione consapevole, invece, permette l'incontro.

E forse il vero sollievo arriva proprio quando smettiamo di cercare illusoriamente qualcuno che abbia finalmente capito tutto e che abbia inesistenti manuali di istruzioni e impariamo a stare accanto a persone che, come noi, continuano semplicemente a fare del proprio meglio.

Dott.ssa Annarita Arso

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚Sono rientrata dalle ferie e, come sempre accade a settembre, ho ritrovato lo St...
30/08/2026

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚

Sono rientrata dalle ferie e, come sempre accade a settembre, ho ritrovato lo Studio, i miei pazienti e una lunga fila di nuove richieste.

Settembre, del resto, è un mese interessante per chi fa il mio mestiere. Dopo qualche settimana di vacanza, le coppie si ritrovano improvvisamente ad aver trascorso insieme ventiquattr'ore al giorno, i genitori hanno sperimentato una forma particolarmente intensiva di genitorialità e qualcuno, inevitabilmente, arriva alla conclusione che forse una consulenza con una psicologa non sarebbe una cattiva idea. Diciamo che le ferie hanno molti pregi, ma la convivenza ventiquattr'ore su ventiquattro può rivelarsi anche un interessante strumento diagnostico 😃

Io ho ricominciato con entusiasmo e tanta energia. Incontrare persone nuove è una delle cose che amo di più del mio mestiere, soprattutto perché ogni volta significa entrare in una storia che fino a quel momento non conoscevo.

Quanto all'estate, per chi come me vive in Salento il rientro è un concetto piuttosto elastico. Qui le ferie possono anche finire sulla carta, ma basta aspettare il prossimo fine settimana per ritrovarsi a scegliere tra una spiaggia, un'altra spiaggia, un mare più trasparente, un tramonto più bello e un panorama che sembra messo lì apposta per complicarci la decisione.

Perciò sì, sono tornata operativa già da una settimana ma il costume, per sicurezza, non l'ho ancora riposto.

Buona domenica a tutti e a tutte.Che sia una giornata da vivere senza fretta, con qualcosa di bello davanti agli occhi e qualcuno con cui valga la pena condividerlo.

A volte una crisi di coppia comincia molto prima che due persone si incontrino.Comincia nelle storie che entrambi portan...
29/08/2026

A volte una crisi di coppia comincia molto prima che due persone si incontrino.

Comincia nelle storie che entrambi portano con sé, nelle esperienze infantili che hanno insegnato loro cosa aspettarsi dall'amore, quanto sentirsi al sicuro, quanto sia possibile affidarsi all'altro e cosa bisogna fare per essere visti, scelti o protetti.

Quando le due storie si incontrano la coppia può diventare il luogo nel quale vecchie ferite tornano a farsi sentire con una forza esplosiva.

Una persona ha imparato presto a inseguire la vicinanza quando sente distanza; l'altra ha imparato a proteggersi proprio prendendo distanza. Una cerca continue conferme per sentirsi al sicuro, l'altra vive quelle richieste come una pressione. Una ha imparato a occuparsi dei bisogni altrui per sentirsi amata, l'altra ha imparato a difendere con forza la propria autonomia.

E così, dentro una discussione apparentemente nata da un messaggio, da una dimenticanza, da una cena o da una questione domestica, possono entrare in scena emozioni molto più antiche e profonde.

Una distanza può riattivare un'antica paura di essere lasciati, un silenzio può assumere il peso di un rifiuto, una critica può diventare molto più impattante delle parole che sono state pronunciate.

Per questo alcune crisi sembrano sproporzionate rispetto a ciò che le ha provocate: accade quando due adulti non stanno litigando soltanto ma stanno cercando di proteggersi, attraverso modalità apprese molto tempo prima.

Ed è proprio qui che una coppia può trovarsi davanti alla scelta più difficile: continuare a farsi la guerra per dimostrare chi ha ragione oppure provare a capire quale ferita sta chiedendo di essere finalmente ascoltata.

Dott.ssa Annarita Arso

“Nulla è più complicato della sincerità" è una frase di Luigi Pirandello che, a distanza di tempo, continua a dire qualc...
27/08/2026

“Nulla è più complicato della sincerità" è una frase di Luigi Pirandello che, a distanza di tempo, continua a dire qualcosa di universale sulla nostra vita emotiva.

Essere sinceri, infatti, non significa soltanto dire agli altri ciò che pensiamo ma, soprattutto, avere il coraggio di riconoscere ciò che sentiamo, anche quando quella verità non coincide con l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi o con ciò che gli altri si aspettano da noi.

Sappiamo che una relazione non ci fa più stare bene, che abbiamo superato un limite, che siamo arrabbiati, che abbiamo bisogno di qualcosa che non arriverà mai. Eppure continuiamo a raccontarci che passerà, che non è così importante, che dobbiamo avere pazienza, a volte semplicemente per paura di affrontare le conseguenze della nostra consapevolezza.

La sincerità, però, non coincide con il dire tutto senza misura; tantomeno concede il diritto di ferire in nome della “verità”. È, piuttosto, la capacità di riconoscere ciò che accade dentro di noi e di assumercene la responsabilità, trovando parole rispettose per comunicarlo.

Ed è proprio qui che diventa difficile. Perché essere sinceri può costringerci a rivedere una decisione, a deludere qualcuno, a lasciare andare un ruolo, un’immagine o persino una relazione.

Forse, allora, la domanda più importante non è quanto siamo sinceri con gli altri, ma quanto siamo disposti a esserlo con noi stessi. Perché la verità che continuiamo a ignorare non scompare, per quanto proviamo a sfuggirle: prima o poi trova un altro modo per scovarci.

Dott.ssa Annarita Arso

Ti aspetta quando torni, riconosce il rumore delle tue chiavi, si accorge del tuo umore senza chiederti spiegazioni e, c...
26/08/2026

Ti aspetta quando torni, riconosce il rumore delle tue chiavi, si accorge del tuo umore senza chiederti spiegazioni e, con una naturalezza disarmante, riesce a riportarti dentro il momento presente.

Puoi arrivare stanco, preoccupato, arrabbiato o in silenzio e trovare comunque qualcuno che ti viene incontro con la stessa gioia, come se il fatto che tu sia tornato fosse già un ottimo motivo per festeggiare.

Una testa appoggiata sulle gambe, un corpo che cerca il contatto, uno sguardo che segue il tuo. Sono forme di vicinanza che hanno un valore anche sul piano psicologico: la relazione con un animale può contribuire alla regolazione dello stress, alla percezione di sicurezza e al senso di connessione, tanto da essere utilizzata anche in specifici interventi di pet therapy.

Eppure, quando quel legame finisce, il dolore viene ancora spesso trattato come un lutto di serie B. "Era solo un cane": una frase solo apparentemente innocua che può ferire proprio nel momento in cui una persona avrebbe invece bisogno di ricevere una carezza per tollerare la propria perdita.

Perché ciò che si perde è una presenza fedele che aveva accompagnato anni di vita, attraversato cambiamenti, condiviso abitudini, atteso ritorni e occupato uno spazio affettivo preciso nella quotidianità. Si perde qualcuno che faceva parte della propria casa e, per molte persone, della propria storia.

Un cane entra nella nostra vita senza sapere cosa significhi essere famiglia e, quasi senza accorgercene, finisce per diventarlo.

Per questo il dolore della sua assenza merita rispetto, ascolto e tempo, esattamente come ogni legame significativo che viene improvvisamente a mancare.

Buona Giornata mondiale del Cane a chi ne ha uno accanto e a chi, anche dopo molto tempo, continua a portarne uno nel cuore.

Dott.ssa Annarita Arso

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Lecce

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