16/06/2026
L’invidia è una delle cose che le persone confessano meno volentieri.
Ammetterla mette i più a disagio, così alcuni la chiamano diritto di opinione o spirito critico, altri la trasformano in sarcasmo, nella ricerca ostinata del difetto, nel bisogno di ridimensionare ciò che nell’altro brilla troppo.
Eppure l’invidia, osservata con un po’ di onestà, racconta il punto in cui il desiderio incontra la frustrazione. Perché raramente invidiamo ciò che non ci interessa: più spesso soffriamo davanti a ciò che, in una forma o nell’altra, avremmo voluto concederci.
Che si tratti del coraggio di qualcuno di cambiare vita oppure della capacità di chi mette confini. La serenità di una coppia o il coraggio di firmare una richiesta di separazione. Qualche volta semplicemente la leggerezza di chi sembra abitare il mondo con meno paura.
L’invidia non sempre ha a che vedere con il desiderio di togliere qualcosa all’altro, qualche volta nasce dal dolore di non essere riusciti a darlo a noi stessi.
E allora invece di usarla per svalutare, criticare o sperare che l’altro perda ciò che possiede, possiamo porci una domanda utile: "Che cosa sta cercando di mostrarmi?"
Forse che sto rimandando troppo una scelta o che sto guardando negli altri una possibilità che non mi sono ancora autorizzato a concedermi. Forse semplicemente che dovrei regalarmi il permesso di desiderare.
Perché l’invidia più pericolosa non è quella che prova fastidio per la felicità degli altri ma quella che passa anni a convincerci che non abbiamo diritto a cercare la nostra.
Dott.ssa Annarita Arso