Annarita Arso Psicologa

Annarita Arso Psicologa Qui la psicologia non insegna nulla: sussurra, provoca, punge, spiazza, accarezza. Una pagina per chi cerca la mente nei dettagli e l’anima tra le righe.

Se vi piacciono i pensieri che graffiano e le verità scomode ma ben servite, siete nel posto giusto.

L’invidia è una delle cose che le persone confessano meno volentieri.Ammetterla mette i più a disagio, così alcuni la ch...
16/06/2026

L’invidia è una delle cose che le persone confessano meno volentieri.

Ammetterla mette i più a disagio, così alcuni la chiamano diritto di opinione o spirito critico, altri la trasformano in sarcasmo, nella ricerca ostinata del difetto, nel bisogno di ridimensionare ciò che nell’altro brilla troppo.

Eppure l’invidia, osservata con un po’ di onestà, racconta il punto in cui il desiderio incontra la frustrazione. Perché raramente invidiamo ciò che non ci interessa: più spesso soffriamo davanti a ciò che, in una forma o nell’altra, avremmo voluto concederci.

Che si tratti del coraggio di qualcuno di cambiare vita oppure della capacità di chi mette confini. La serenità di una coppia o il coraggio di firmare una richiesta di separazione. Qualche volta semplicemente la leggerezza di chi sembra abitare il mondo con meno paura.

L’invidia non sempre ha a che vedere con il desiderio di togliere qualcosa all’altro, qualche volta nasce dal dolore di non essere riusciti a darlo a noi stessi.

E allora invece di usarla per svalutare, criticare o sperare che l’altro perda ciò che possiede, possiamo porci una domanda utile: "Che cosa sta cercando di mostrarmi?"

Forse che sto rimandando troppo una scelta o che sto guardando negli altri una possibilità che non mi sono ancora autorizzato a concedermi. Forse semplicemente che dovrei regalarmi il permesso di desiderare.

Perché l’invidia più pericolosa non è quella che prova fastidio per la felicità degli altri ma quella che passa anni a convincerci che non abbiamo diritto a cercare la nostra.

Dott.ssa Annarita Arso

Ci sono persone che stanno camminando con troppo peso addosso. Solo che non sempre si vede.A volte ha la forma di uno za...
15/06/2026

Ci sono persone che stanno camminando con troppo peso addosso. Solo che non sempre si vede.

A volte ha la forma di uno zaino pieno di responsabilità che non appartengono soltanto a loro. A volte assomiglia a una vecchia palla di ferro trascinata dietro da sensi di colpa, doveri, aspettative e promesse fatte quando erano molto più giovani.
Altre volte il peso è fatto di cose che sembrano leggere ma che leggere non sono affatto.

Critiche ricevute e mai restituite, offese ingoiate per mantenere la pace, bisogni degli altri caricati sulle proprie spalle insieme ai propri. Sogni rimandati così tante volte da essersi coperti di polvere, versioni di sé costruite per essere amate e diventate troppo scomode sale d'attesa.

E poi ci sono le scarpe, quelle con cui continuiamo a percorrere la vita. Scarpe pesanti, consumate, slacciate. Scarpe che un tempo servivano ad attraversare terreni sconnessi e che oggi, che il paesaggio è cambiato, ci costringono in un'andatura sbagliata.

Molte persone credono di avere poca forza. In realtà stanno semplicemente usando tutta la loro energia residua per trasportare ciò che non hanno mai avuto il coraggio, il tempo o il permesso di appoggiare a terra. O magari di restituire ai legittimi proprietari.

Per questo, a volte, stare meglio significa per prima cosa chiedersi se tutto quello che ci stiamo portando appresso ci appartiene davvero. Perché essere forti non significa reggere qualsiasi peso ma diventare abbastanza in gamba da scegliere quali continuare a portare.

Dott.ssa Annarita Arso

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚“Sa qual è il problema? Che io, in realtà, sto bene solo quando va tutto bene.”È...
14/06/2026

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚

“Sa qual è il problema? Che io, in realtà, sto bene solo quando va tutto bene.”

È una frase che ogni tanto passa da qui, seguita dal racconto di chi riesce a sentirsi sereno soltanto quando nessuno è arrabbiato con lui, quando il partner è presente, quando il lavoro procede senza intoppi, quando i figli stanno bene, quando il gruppo lo include, quando non delude nessuno, quando tutto attorno rimane prevedibile e armonico.

In altre parole, di chi sta bene solo quando il mondo collabora.

Si tratta di persone che nel tempo sono diventate straordinariamente competenti nel prendersi cura del clima emotivo degli altri e molto meno allenate a riconoscere il proprio. Entrano in una stanza e capiscono immediatamente se qualcuno è nervoso, distante, deluso o sul punto di chiudersi. Intuiscono cosa dire, cosa evitare, quando alleggerire, quando aggiustare.

Sono abilità raffinatissime.

Il problema è che, a lungo andare, rischiano di trasformare la serenità in una negoziazione continua con la realtà.

Qualche giorno fa, durante una seduta, una persona che mi ha autorizzata a condividere questa vignetta clinica, si è fermata a metà frase e ha detto qualcosa che è rimasto sospeso tra noi per qualche secondo: “Ho capito che ho passato una vita a cercare condizioni esterne favorevoli invece di costruire stabilità interna.”

E credo che una parte importante della strada percorsa insieme stia proprio qui: di certo non nell’impossibile tentativo di costruire una vita senza conflitti, perdite o giornate storte, ma nello sviluppare una struttura interna abbastanza solida da non sentirsi continuamente in balia del tempo emotivo esterno. Per dismettere i panni di centralinista delle emozioni altrui e per far sì che la propria vita smetta di essere una sala di controllo e torni ad essere un ambiente confortevole in cui soggiornare. Una casa che non impedisca alle tempeste di arrivare, ma che smetta di crollare ogni volta che il cielo cambia umore.

A chi entra qui, si riconosce, lascia una riflessione o porta un pezzo della propria storia, va il mio grazie più sincero.

Continuo a pensare che alcune consapevolezze arrivino in punta di piedi, a volte sottobraccio a un banalissimo post e poi, con elegante discrezione, migliorino di un grado il modo in cui guardiamo le cose.

Quando si parla di tradimento in una coppia si pensa quasi sempre a quello di natura sessuale.Eppure esistono forme di t...
13/06/2026

Quando si parla di tradimento in una coppia si pensa quasi sempre a quello di natura sessuale.

Eppure esistono forme di tradimento molto più discrete ma non meno dolorose.
Ci sono persone infatti che non vengono sostituite da un amante ma semplicemente messe dopo.

Dopo il lavoro che assorbe ogni energia, dopo gli impegni che sembrano sempre più urgenti, dopo il successo personale, dopo la famiglia di origine, dopo il bisogno dell’altro di sentirsi libero, realizzato, centrato.

Si inizia a cenare guardando il telefono poi si rimandano conversazioni importanti. Si promette che ci sarà più tempo appena passerà quel periodo, finirà quel progetto, si raggiungerà quel traguardo.

Ma nessuna relazione si nutre bene di avanzi: di tempo avanzato, di attenzioni residue, di presenze distratte, di batterie emotive quasi scariche.

Perché uno dei modi più dolorosi di sentirsi traditi non è necessariamente scoprire che qualcuno ha scelto un’altra persona ma accorgersi che, da troppo tempo, non sta più scegliendo noi.

E ci sono assenze che iniziano mentre l’altro è ancora seduto accanto.

Dott.ssa Annarita Arso

Molte persone restano ferme per anni in una sala d'attesa decorata con le proprie attese disattese. Aspettano che l'altr...
12/06/2026

Molte persone restano ferme per anni in una sala d'attesa decorata con le proprie attese disattese.

Aspettano che l'altro capisca, che riconosca i propri errori, che legittimi il dolore provocato, che trovi le parole giuste, che si assuma una responsabilità che fino a quel momento ha evitato. Ed è un'attesa profondamente comprensibile e umana. Tutti abbiamo bisogno che le nostre ferite vengano viste e riconosciute da chi le ha provocate.

Il problema è che alcune persone non arrivano mai in quel luogo. Non impostano correttamente il navigatore o si procurano la cartina sbagliata.
Magari non possiedono gli strumenti emotivi, la consapevolezza o talvolta semplicemente il coraggio necessari per confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni. Qualche volta non ne hanno semplicemente voglia.

Quando questo accade, si apre un passaggio tanto doloroso quanto importante. La possibilità di stare meglio smette di dipendere dall'altro e torna lentamente nelle nostre mani.

Non si tratta di giustificare ciò che è accaduto, né di fingere che non abbia avuto conseguenze. Si tratta di riconoscere che affidare la propria serenità alla speranza che qualcuno cambi, capisca o ripari significa continuare a consegnargli una parte del proprio benessere.

Esistono ferite che guariscono grazie a una riparazione. Altre guariscono quando si accetta che quella riparazione non arriverà mai.

È una consapevolezza amara, ma spesso rappresenta anche l'inizio di una forma più matura di libertà.

Perché alcune persone non ci restituiranno mai ciò che avremmo avuto il diritto di ricevere. Continuare ad aspettarlo rischia di trasformare la ferita che ci hanno procurato in una dura condanna e la sala d'attesa in una prigione.

Dott.ssa Annarita Arso

Una delle illusioni più diffuse nelle relazioni è che il problema siano gli errori.In realtà gli errori sono inevitabili...
11/06/2026

Una delle illusioni più diffuse nelle relazioni è che il problema siano gli errori.

In realtà gli errori sono inevitabili. Le persone si fraintendono, si deludono, si feriscono. Succede tra partner, tra amici, tra fratelli, tra genitori e figli. Fa parte del gioco.

Ciò che fa davvero la differenza è ciò che accade dopo.

Perché esistono persone capaci di accorgersi del dolore che hanno provocato. Persone che non si precipitano a spiegarsi, a giustificarsi o a dimostrare che le loro intenzioni erano diverse ma che prima ascoltano, cercando di individuare il punto di rottura. Restano abbastanza vicine da tollerare il fatto che qualcuno sia ferito a causa loro. Se ne dispiacciono, vorrebbero riavvolgere il nastro.

Ed è proprio lì che inizia la riparazione. Di certo non quando si trova una buona spiegazione ma quando chi l'ha inferta, riconosce la devastazione causata da quella ferita.

E invece molti rapporti si spezzano perché chi ha sofferto chiede comprensione e riceve una difesa, chiede ascolto e riceve un alibi, chiede riconoscimento del proprio dolore e riceve un elenco di motivi per cui non dovrebbe sentirsi così.

Eppure il dolore ha una caratteristica quasi banale: ha semplicemente bisogno di essere accolto.

Perché sentirsi amati non significa stare accanto a qualcuno che non sbaglia mai. Questo non potrà mai accadere.
Significa stare accanto a qualcuno che, quando sbaglia, considera il tuo dolore più importante del proprio orgoglio.

Dott.ssa Annarita Arso

Il tempo di guarigione di una ferita non dipende soltanto da chi la infligge ma anche dal punto in cui trova la pelle gi...
10/06/2026

Il tempo di guarigione di una ferita non dipende soltanto da chi la infligge ma anche dal punto in cui trova la pelle già aperta.

Una parola arrogante ricevuta mentre si sorseggia uno spritz in spiaggia può infastidire. La stessa parola pronunciata mentre si accompagna un familiare in ospedale, si attraversa un lutto, si affronta una gravidanza difficile o una separazione dolorosa, può lasciare un segno molto diverso.

Perché la vita, a volte, arriva già con il suo carico. E quando qualcuno che conosce la portata di quel carico decide di aggiungerne altro, la ferita cambia natura.

Una critica gratuita, una mancanza di rispetto, una battuta fuori luogo, una superficialità immeritata non cadono più su una pelle integra. Entrano in una zona già infiammata, già impegnata a guarire da altro.

È per questo che certe ferite fanno fatica a chiudersi. Non tanto o non solo per la gravità dell'episodio in sé, ma anche e soprattutto per il momento in cui è avvenuto.

Chi ferisce una persona nel pieno della sua battaglia intacca anche tutte le energie che quella persona sta utilizzando per restare in equilibrio.

Per questo alcune ferite continuano a fare male molto più a lungo di quanto gli altri riescano a comprendere.

Un conto è se trovano una persona in piedi. Un altro conto è se infieriscono su qualcuno che sta già faticando per rimanere in equilibrio nel punto in cui la vita lo sta mettendo alla prova.

Dott.ssa Annarita Arso

Serve molta più forza per essere teneri che per essere duri.La durezza allarga le distanze, alza difese, impedisce agli ...
09/06/2026

Serve molta più forza per essere teneri che per essere duri.

La durezza allarga le distanze, alza difese, impedisce agli altri di raggiungere i punti in cui ci sentiamo più esposti.

La tenerezza fa l'opposto. È presente nel modo in cui si ascolta qualcuno che sta soffrendo senza avere fretta di aggiustarlo, nel tono della voce con cui si accoglie un errore, nella capacità di vedere la fragilità dell'altro senza trasformarla in un'arma durante una discussione.

Le persone ricordano la tenerezza molto più di quanto ricordino i consigli non richiesti.

Ricordano chi è rimasto accanto a loro quando si sentivano smarriti, chi ha saputo accogliere una paura senza ridicolizzarla, chi ha avuto cura dei loro punti più delicati invece di approfittarne, chi li ha abbracciati quel brutto giorno in cui la vita li aveva messi duramente alla prova.

Perché esistono modi di sentirsi amati che non passano dalle grandi dichiarazioni ma da straordinari gesti minuscoli, da uno sguardo che rassicura, da una mano che cerca l'altra, da una presenza che non invade ma resta disponibile.

E forse la tenerezza è proprio questo. La capacità di trattare qualcuno come qualcosa di prezioso anche quando sarebbe più semplice trattarlo come qualcosa di scontato.

Perché quando saremo da soli con noi stessi, difficilmente ricorderemo chi ci ha impressionato con la sua forza. Ricorderemo chi ci ha fatto sentire al sicuro abbastanza da poter abbassare la nostra.

Dott.ssa Annarita Arso

Ci sono coppie che smettono di guardarsi molto prima di smettere di amarsi.E non si tratta del semplice incrociare gli o...
08/06/2026

Ci sono coppie che smettono di guardarsi molto prima di smettere di amarsi.

E non si tratta del semplice incrociare gli occhi ma dello scambiarsi quello sguardo che contiene attenzione, curiosità, desiderio. Quello che cerca l'altro nella stanza, che si accorge di un cambiamento d'umore, di una preoccupazione nascosta, di una gioia che aspetta di essere condivisa.

All'inizio di una relazione gli sguardi si cercano continuamente. Sono pieni di desiderio sessuale ma anche del desiderio di scoprire l'altro, di conoscerne i contorni del viso e quelli delle sue abitudini, di individuare le pieghe del volto e quelle delle sue paure. Di studiarne le espressioni, di coglierne le sfumature, di scovare qualcosa di interessante perfino quando non usa le parole.

Poi arrivano il lavoro, le responsabilità, la routine, i figli, le preoccupazioni e alcune coppie pur imparando a organizzare la vita insieme, a condividere spazi e abitudini, smettono lentamente di guardarsi. Semplicemente iniziano a vedersi sempre meno.

Perché lo sguardo, nelle relazioni, non è soltanto desiderio ma soprattutto riconoscimento.

È il modo in cui diciamo all'altro: "Ti vedo ancora. Mi accorgo che esisti. Mi interessa sapere chi sei oggi."

A volte l'amore si spegne proprio lì: in quello spazio ristretto dove due persone smettono di concedersi quella forma silenziosa di attenzione che passa dagli occhi e che continua a dire, anche dopo anni, anche dopo mille tempeste: "Tra tutte le cose che riempiono la mia vita, tu sei ancora qualcuno che vale la pena guardare."

Dott.ssa Annarita Arso

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚 C'è una scena che, in forme diverse, attraversa moltissime sedute. Chi è seduto...
07/06/2026

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚

C'è una scena che, in forme diverse, attraversa moltissime sedute.

Chi è seduto di fronte a me sta raccontando una discussione o una delusione o mi sta descrivendo una ferita che si porta dietro da tempo. Mi racconta cosa è stato detto, cosa è accaduto, come ha reagito. Poi, a un certo punto, smette di raccontare ciò che è successo e comincia a parlare di ciò che sarebbe dovuto succedere. Come avrebbe dovuto comportarsi il partner, come avrebbe dovuto reagire il padre, come avrebbe dovuto consigliare quell'amica, come sarebbe potuta finire quella conversazione che invece ha rappresentato una pietra tombale su quel rapporto.

Più il racconto procede, più emerge la distanza tra la realtà e le aspettative. È una distanza che incontro continuamente perché attraversa quasi tutte le relazioni umane. Molte delle nostre sofferenze non nascono soltanto da ciò che accade, ma dall'urto tra ciò che accade e ciò che speravamo accadesse. Tra la persona che abbiamo davanti e quella che continuiamo ad aspettarci che diventi. Tra l'attuale versione di noi stessi e quella idealizzata che ci ostiniamo a rincorrere ma che è sempre una spanna avanti a noi.

Lo vedo nelle coppie che si amano eppure continuano a ferirsi con recriminazioni anacronistiche che appartengono ad un'altra epoca della loro relazione. Lo vedo nei figli che aspettano da anni una parola, un gesto, un riconoscimento che forse il genitore non sarà mai in grado di offrire perché ha sua volta non ne ha mai ricevuti. Lo vedo nei campioni olimpici del masochismo relazionale che continuano a bussare alla stessa porta sperando che, prima o poi, dall'altra parte qualcuno risponda in modo diverso.

Qualche sera fa, dopo una seduta particolarmente intensa pensavo a quanto le aspettative abbiano una natura curiosa. Nascono sempre da qualcosa di profondamente umano: dall'amore, dal desiderio di essere visti, dal bisogno di sentire che l'altro è casa.

Il problema è quando le aspettative smettono di essere un ponte verso l'altro e diventano una sala d'attesa, dove alcuni rischiano di restare a soggiornarci per anni.

Aspettando una telefonata che non arriva, delle scuse che non vengono pronunciate, una comprensione che forse l'altro non è in grado di offrirci, un riconoscimento che continuiamo a inseguire come se da quello dipendesse il nostro valore, un gesto dell'altro che dimostri quanto sia pentito di averci ferito nel profondo..

Uno dei momenti più emozionanti che osservo in studio è proprio quello in cui una persona decide di abbandonare la sala d'attesa, di solito troppo affollata.

Non perché ciò che desiderava non fosse legittimo operchè abbia smesso di fare male ma perché comprende che la propria serenità non può dipendere esclusivamente da qualcosa che qualcun altro dovrebbe fare, capire o diventare.

E forse è proprio questo il punto più sorprendente del lavoro fatto insieme: molto spesso non aggiunge qualcosa che manca. Aiuta a lasciare andare ciò che, da troppo tempo, impedisce di muoversi.

A chi passa da questo spazio, lascia una riflessione, una storia o semplicemente qualche minuto del proprio tempo, va il mio grazie più sincero. Serena domenica a voi.

Dott.ssa Annarita Arso

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Lecce

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