Dott.ssa Rosy Cortese

Dott.ssa Rosy Cortese 🌿“I sintomi raccontano storie che le parole non osano, parlano di relazioni sospese.

🌿Ascoltare il corpo prima che parli la mente.

Accompagno chi vuole capire, dare senso e ritrovare chiarezza dentro di sé.

🌿Spazio di ascolto e consapevolezza

FAI COME LORO.MENTRE LAVORI SU DI TE, RILASSATI. Perché ultimamente “lavorare su di sé” sembra essere diventato il nuovo...
09/09/2026

FAI COME LORO.
MENTRE LAVORI SU DI TE, RILASSATI.

Perché ultimamente “lavorare su di sé” sembra essere diventato il nuovo CrossFit dell’anima.

Tutti lavorano su di sé.

“Sto facendo un grande lavoro su di me.”

“Da quando ho iniziato il mio percorso…”

“Io ormai certe dinamiche le riconosco.”

E fin qui, benissimo.

Il problema comincia quando il lavoro su di sé diventa una qualifica professionale per diagnosticare quelli che, evidentemente, non hanno lavorato abbastanza su di loro.

Tu non mi hai mancato di rispetto:
sei inconsapevole.

Tu non mi hai fatto arrabbiare:
hai attivato una mia ferita.

Tu non sei semplicemente in disaccordo con me:
stai proiettando.

Io invece no.

Io ho lavorato su di me.

Ho fatto percorsi.
Letto libri.
Meditato.
Compreso i miei schemi.
Incontrato la bambina interiore, gli antenati e, se serviva, pure qualcuno delle vite precedenti.

Praticamente manca solo il diploma da essere umano evoluto. 😂

Eppure c'è una cosa curiosa.

Più lavori davvero su di te, meno ti senti arrivato.

Perché prima o poi, se scendi abbastanza in profondità, non incontri l'illuminazione.

Incontri l'umiltà.

Quella di accorgerti che puoi conoscere perfettamente i tuoi meccanismi e cascarci ancora.

Che puoi parlare di proiezioni e continuare a proiettare.

Che puoi insegnare i confini e qualche volta alzare muri.

Che puoi essere consapevole e comportarti da perfetto id**ta.

E soprattutto scopri una cosa abbastanza scomoda:

non sei migliore di chi non ha fatto il tuo stesso percorso.

Hai semplicemente avuto esperienze, strumenti e possibilità diverse.

Il lavoro su di sé, quando è autentico, non ti mette sopra gli altri.

Ti toglie lentamente dal piedistallo.

Ti rende un po' meno sicuro delle tue interpretazioni.

Un po' più curioso.

Un po' più capace di dire:

“Potrei sbagliarmi.”

E forse anche un po' più capace di ridere di te stesso.

Perciò sì, lavoriamo su di noi.

Ma ogni tanto facciamo come questi due.

Rilassiamoci.

Che l'ego riesce benissimo a sentirsi superiore anche mentre medita.😊

Rosy Cortese

ADOLESCENZA – PARTE 3QUANDO UN FIGLIO CRESCE, CAMBIA ANCHE IL POSTO DEL PADREDurante l’adolescenza succede una cosa curi...
07/09/2026

ADOLESCENZA – PARTE 3

QUANDO UN FIGLIO CRESCE, CAMBIA ANCHE IL POSTO DEL PADRE

Durante l’adolescenza succede una cosa curiosa.

Per anni spesso è stata la mamma il porto.

Poi il figlio cresce, guarda fuori e comincia a dire:

“Faccio io.”

Ed è qui che il padre può diventare una presenza importantissima.

Non quello del:

“Finché vivi sotto questo tetto…”

Ma quello capace di dire:

“Vai. Prova. Se cadi, vediamo come ti rialzi.”

Perché soprattutto tra padre e figlio maschio può accadere qualcosa di meravigliosamente primitivo.

Uno sta cercando di diventare uomo.

L’altro cerca di ricordargli chi comanda.

Due maschi.
Due ego.
Due arieti a mezzo metro dalla testata. 😂

E la madre nel mezzo che pensa:

“Io volevo una famiglia, non arbitrare un incontro.”

Eppure proprio lì c’è un passaggio importante.

Un figlio non ha bisogno di sconfiggere suo padre per diventare uomo.

Ha bisogno di poter sentire:

“Non devo diventare te.
Posso diventare me.”

E con una figlia la danza cambia.

Perché anche attraverso lo sguardo di suo padre una ragazza può imparare qualcosa di importante:

posso essere vista, amata e rispettata senza dover compiacere nessuno.

Ma mentre scrivo del padre che dovrebbe esserci, penso inevitabilmente anche a quello che non c’è.

Al padre morto troppo presto.

A quello che se n’è andato.

A quello presente sulla carta, ma assente nella vita.

E qui voglio fermarmi.

Perché dire che un padre è importante non significa dire che senza un padre un figlio sia destinato a crescere a metà.

No.

Ci sono assenze che fanno male.

E non tutte fanno male nello stesso modo.

C’è chi avrebbe dato qualsiasi cosa per restare e non ha potuto.

E c’è chi avrebbe potuto restare
e ha scelto di non farlo.

Sono ferite diverse.

Ma nessuna delle due deve diventare un destino.

Perché un ragazzo può incontrare nel proprio cammino un nonno, uno zio, un insegnante, un allenatore, qualcuno capace di guardarlo e dirgli:

“Ti vedo.
Credo in te.”

E può esserci una madre che ha tenuto insieme molto più di quanto avrebbe mai immaginato.

Per questo vorrei che arrivasse soprattutto una cosa:

un’assenza lascia una traccia.
Ma una traccia non è una condanna.

E quando invece un padre c’è, forse il suo compito nell’adolescenza non è avere un figlio che gli somigli.

Non è trattenerlo.

Non è nemmeno spingerlo.

È riuscire a stare abbastanza vicino da esserci e abbastanza indietro da lasciarlo andare.

Senza dirgli:

“Seguimi.”

Ma:

“Trova la tua strada.
Non deve essere la mia.”

E forse uno dei regali più grandi che un padre possa fare a un figlio è proprio questo:

non chiedergli di diventare l’uomo o la donna che aveva immaginato.

Ma avere il coraggio di conoscere
quello che suo figlio ha scelto di diventare. ❤️

-Rosy Cortese

NON STAI REAGENDO A QUELLO CHE È SUCCESSO.STAI REAGENDO A QUELLO CHE TI È GIÀ SUCCESSO.Qualcuno cambia tono con te.Non t...
06/09/2026

NON STAI REAGENDO A QUELLO CHE È SUCCESSO.
STAI REAGENDO A QUELLO CHE TI È GIÀ SUCCESSO.

Qualcuno cambia tono con te.

Non ti dice nulla di apertamente grave, ma lo senti più distante.
Risponde in modo freddo.
E dentro di te qualcosa si chiude.

Pensi:
“Ho fatto qualcosa di sbagliato.”

Inizi a rileggere ogni parola che hai detto.
Cerchi un segnale nel suo modo di rispondere.
Ti viene voglia di chiedere subito:
“Ce l’hai con me?”

Oppure fai finta di niente e ti allontani per prima.

Questa è reazione.

È successo qualcosa.
Si è attivata una ferita.
E quella ferita ha deciso cosa fare.

Ma tra ciò che accade e ciò che fai dopo esiste uno spazio.

Piccolo.
A volte piccolissimo.

Ed è proprio lì che puoi chiederti:

“Cosa sta succedendo davvero dentro di me?”

Magari scopri che quel cambiamento di tono non sta parlando soltanto di oggi.

Sta parlando di tutte le volte in cui hai percepito distanza.
Di quando avevi bisogno di essere vista.
Scelta.
Rassicurata.

Perché quando reagiamo, spesso non rispondiamo soltanto a ciò che sta accadendo.

Rispondiamo anche a ciò che è già accaduto.

Il bambino dentro di noi riconosce qualcosa di antico e dice:

“Eccoci di nuovo qui.”

L’adulto invece può fermarsi.

Sentire la ferita senza consegnarle il volante.

Ed è qui che la reazione può diventare azione.

REAZIONE:
accade qualcosa → si attiva la mia storia → rispondo dalla ferita.

AZIONE:
accade qualcosa → si attiva la mia storia → me ne accorgo → scelgo cosa fare.

Sembra una differenza piccola.

È enorme.

Il bambino dice:
“Se mi ami dovresti capire da solo di cosa ho bisogno.”

L’adulto dice:
“Ti dico di cosa ho bisogno e poi guardo cosa scegli di farne.”

Il bambino aspetta che qualcuno si accorga che sta male.

L’adulto dice:
“Ho bisogno di aiuto.”

Il bambino pensa:
“Dopo tutto quello che ho fatto per te, dovresti fare lo stesso per me.”

L’adulto riconosce:
“Quello che ho dato è stata una mia scelta. Posso guardare ciò che ricevo e decidere se questa relazione mi fa bene.”

Il bambino, davanti a un rifiuto, sente:
“Non valgo abbastanza.”

L’adulto può soffrire per un rifiuto senza trasformarlo in una sentenza sul proprio valore.

Il bambino, quando qualcuno si allontana, rincorre.

Oppure si allontana per primo.
Così almeno non rischia di essere lasciato.

L’adulto può restare abbastanza fermo da domandarsi:

“Questa persona la desidero davvero o sto cercando disperatamente di non sentirmi abbandonato?”

E poi ci sono le aspettative.

Tutti ne abbiamo.

La differenza non è tra avere o non avere aspettative.

È cosa facciamo quando la realtà non le soddisfa.

Il bambino aspetta inconsapevolmente che qualcuno ripari un bisogno antico.

Che capisca.
Che ricambi.
Che riconosca.
Che finalmente dia ciò che è mancato.

L’adulto desidera.
Chiede.
Comunica.

E poi guarda la realtà.

Non:
“Tu devi amarmi come ho bisogno.”

Ma:
“Io posso vedere come mi ami e decidere se questo amore mi basta.”

Non:
“Tu devi rispettarmi.”

Ma:
“Io posso scegliere cosa fare quando non mi rispetti.”

Non:
“Tu devi riconoscere il mio valore.”

Ma:
“Se tu non lo riconosci, il mio valore non scompare.”

Forse diventare adulti emotivamente non significa smettere di avere ferite.

Significa imparare a riconoscere quando è una ferita antica a parlare al posto nostro.

Perché il bambino dentro di noi continuerà qualche volta ad avere paura.

A sentirsi escluso.
A voler essere scelto.
A sperare che qualcuno finalmente arrivi e ripari tutto.

Non dobbiamo zittirlo.

E nemmeno vergognarci di lui.

Dobbiamo diventare abbastanza adulti da prenderlo per mano e dirgli:

“Lo so che questa cosa ti fa male.

Ma questa volta non devi decidere tu.

Questa volta ci sono io.”

Nessuna quantità di rimorsopuò cambiare il passato.Nessuna quantità di ansiapuò cambiare il futuro.Ma anche una piccola ...
04/09/2026

Nessuna quantità di rimorso
può cambiare il passato.
Nessuna quantità di ansia
può cambiare il futuro.
Ma anche una piccola quantità di gratitudine
può cambiare il presente🩷
Ann Voskamp

SE POTESSI TORNARE INDIETRO...ti darei una madre presente oltremisura.Perché la verità è che, per molto tempo, mi sono r...
02/09/2026

SE POTESSI TORNARE INDIETRO...

ti darei una madre presente oltremisura.

Perché la verità è che, per molto tempo, mi sono rifugiata nel lavoro.

Non perché non ti amassi abbastanza.
Ma perché mi sentivo profondamente inadeguata.

E no, non posso raccontarmi che ci sono sempre stata come avevi bisogno che ci fossi.

Ci sono stata davvero quando ho iniziato a vederti.

E questo è successo tardi.

Ero troppo piena di ferite, di automatismi, di cose irrisolte.
Troppo piena di una vita, la mia, che chiedeva disperatamente di essere vista.

Non me ne faccio una colpa.
E non ho rimpianti.

Ma oggi posso guardare quella verità senza scappare:

non c'ero come tu avevi bisogno che io ci fossi.

E paradossalmente è stato proprio accettarlo a spalancare una porta.

Per molto tempo non ti ho capito.

Eri così diverso dagli altri bambini.

E io ti volevo un po' più simile a loro.

Perché se fossi stato "come gli altri" avrei avuto la rassicurazione che tu stessi bene.

E, forse ancora di più, che io stessi facendo un buon lavoro come madre.

Non avevo ancora capito che il problema non era renderti più simile agli altri.

Era imparare a vedere te.

Non ti ho capito subito.
E non ti ho capito per molto tempo.

Tu, con quei comportamenti che mi sembravano ingestibili, continuavi a spiattellarmi davanti tutto quello su cui io avevo bisogno di lavorare.

Tu eri ingestibile dentro una vita che, in quel momento, io non sapevo gestire.

E così sei diventato il motore dei miei studi, delle mie ricerche, delle mie domande.

Ho iniziato a cercare.

Prima per capire te.
Poi, inevitabilmente, per capire me.

Perché volevo raggiungerti.

Volevo trovare un modo diverso di esserti accanto.
Un modo che partisse da te, e non dall'idea che avevo di come avresti dovuto essere.

Sono partita da lì.

Dal dolore di sentire che non riuscivo a raggiungerti
e dalla speranza ostinata che un modo dovesse esserci.

Poi qualcosa è cambiato.

Ho smesso di cercare cosa ci fosse di sbagliato.

In te.

E anche in me.

Ho iniziato semplicemente a vedere.

La mia bellezza e la tua.
La mia unicità e la tua.

E quella che per anni avevo vissuto come una difficoltà è diventata una delle direzioni più importanti della mia vita.

Ed è anche da lì che, negli anni, è nato il mio lavoro.

Dal desiderio di accompagnare altri genitori a fare quello che io ho imparato, faticosamente, a fare:

spostare lo sguardo.

Smettere per un momento di chiedersi come dovrebbe essere un figlio
e cominciare a domandarsi chi è davvero quello che abbiamo davanti.

Perché presi dalla vita, dalle paure, dalle aspettative e dalle nostre ferite, rischiamo qualche volta di non vedere davvero il dono prezioso che abbiamo davanti.

Non il figlio che avevamo immaginato.

Non quello che ci rassicura.

Non quello che dimostra al mondo che siamo stati bravi genitori.

Quello che c'è.

Con la sua storia.
Il suo carattere.
Le sue fatiche.
La sua irripetibile bellezza.

Oggi compi 17 anni.

E penso a quella canzone di Jovanotti che ti piaceva tanto.

"Hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più."

Forse è proprio questo che hai fatto con la mia.

Mi hai costretta a guardare dove non volevo guardare.
Mi hai insegnato a vedere dove prima cercavo soltanto di aggiustare.
Mi hai portata, senza saperlo, verso una parte di me che forse senza di te non avrei mai incontrato.

Adesso però la strada è tua.

Vola, ragazzo mio.

Prenditi la vita che ti aspetta.
Prendila a morsi.

Sbaglia.
Cambia idea.
Cadi.
Ricomincia.

Scegli anche strade che magari io non capirò.

Ma non diventare mai più piccolo per entrare nel mondo degli altri.

Portaci dentro tutto quello che sei.

La tua diversità.
La tua sensibilità.
La tua testa.
La tua ostinazione.
La tua bellezza.

Quella bellezza che io ho impiegato tanto tempo a vedere
e che oggi non cambierei con niente al mondo.

Vola.

Io non ho più bisogno che tu sia come gli altri per sapere che stai bene.

Ho solo bisogno di saperti abbastanza libero da diventare pienamente te stesso.

Perché il mondo non ha bisogno di persone perfette.

Ha bisogno di persone che abbiano il coraggio di essere profondamente se stesse.

E tu, ragazzo mio, quel coraggio ce l'hai da sempre.❤️

CI SONO COSE CHE PER QUANTO CI PROVIAMO, non possiamo cambiare noi.Anche se le amiamo.Anche se le spieghiamo.Anche se as...
02/09/2026

CI SONO COSE CHE PER QUANTO CI PROVIAMO, non possiamo cambiare noi.

Anche se le amiamo.
Anche se le spieghiamo.
Anche se aspettiamo.
Anche se facciamo tutto “nel modo giusto”.

Ed è una delle verità più difficili da accettare.

Perché finché proviamo a cambiare ciò che è fuori da noi, abbiamo ancora l'illusione di poter controllare il finale.

Una persona che vorremmo diversa.
Una relazione che continuiamo a sperare diventi ciò che non è mai stata.
Un figlio che vorremmo facesse scelte diverse.
Un passato che nella nostra testa riscriviamo cento volte.
Una risposta che aspettiamo.
Una riparazione che forse non arriverà.

E consumiamo una quantità incredibile di energia nel tentativo di spostare qualcosa che non si sposta.

Poi arriva la domanda scomoda:

E se questa cosa non cambiasse?
Io, come scelgo di stare davanti a questa cosa?

È qui che qualcosa può davvero cambiare.

Non necessariamente fuori.

Dentro.

Perché accettare che non possiamo cambiare una situazione non significa subirla.

Significa smettere di consegnarle il potere di decidere come dobbiamo stare.

Possiamo cambiare il modo in cui restiamo.
Il modo in cui ce ne andiamo.
Il modo in cui accompagniamo un figlio senza vivere la sua vita al posto suo.
I confini che mettiamo.
Quello che continuiamo a permettere.
Quello che finalmente decidiamo di lasciare andare.

E forse crescere significa anche arrivare, un giorno, davanti a ciò che abbiamo cercato disperatamente di cambiare e riuscire a dire:

Avrei voluto che fosse diverso.
Avrei voluto che tu fossi diverso.
Avrei voluto un altro finale.

Ma non aspetterò più che cambi tu per cominciare a vivere io.”

Non è smettere di amare.

A volte è proprio il contrario.

È lasciare all'altro la libertà e la responsabilità della propria vita.

E riprendere, finalmente, la nostra.

“Quando non possiamo più cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi.”
— Viktor Frankl

Rosy Cortese

A VOLTE NON SEI TU CHE TI GUARDI ALLO SPECCHIO..Ti  guardi con gli occhi di qualcuno che hai interiorizzato molti anni f...
01/09/2026

A VOLTE NON SEI TU CHE TI GUARDI ALLO SPECCHIO..

Ti guardi con gli occhi di qualcuno che hai interiorizzato molti anni fa.

Ci sono donne che hanno imparato molto presto che essere magre non significava semplicemente essere magre.

Significava essere belle.
Curate.
Desiderabili.
Disciplinate.
“A posto”.

E ingrassare non significava semplicemente avere un corpo diverso.

Significava essersi lasciate andare.
Aver perso il controllo.
Non essersi prese abbastanza cura di sé..

A volte queste associazioni nascono molto presto.

Da una madre continuamente a dieta.

Da un padre che commentava il corpo.

Da un dolce tolto dalle mani.

Da un:

“Questo è meglio che non lo mangi.”

Da una battuta sul peso.
Da quello sguardo sulla pancia che una bambina impara a riconoscere prima ancora di sapere cosa significhi avere un problema con il proprio corpo.

Perché quando hai otto anni non pensi:

“Questo adulto ha un rapporto complicato con il peso e sta trasferendo su di me le sue convinzioni.”

Pensi:

“Prima andavo bene.
Adesso devo stare attenta.”

Poi cresci.

Nessuno ti toglie più il dolce dalle mani.

Nessuno controlla cosa metti nel piatto.

Magari quella persona non commenta più nemmeno il tuo corpo.

Ma qualcosa è rimasto.

Il suo sguardo.

Solo che adesso vive dentro di te.

E non ha più bisogno di parlare.

Basta sentirti gonfia.

Vedere la pancia diversa.

Sentire i pantaloni più stretti.

Prendere qualche chilo.

E sei tu a fare il resto.

“Mi sto lasciando andare.”

“Devo rimettermi in riga.”

“Così non mi piaccio.”

Ed è qui che accade qualcosa di molto più profondo del voler essere magra.

Perché a un certo punto il peso smette di essere soltanto peso e diventa identità.

Magra significa:

sono in controllo.
mi sto prendendo cura di me.
sono desiderabile.
sono ancora quella che voglio essere.

Ingrassare diventa:

mi sto perdendo.
mi sono lasciata andare.
non mi riconosco più.
sto diventando ciò che avevo paura di diventare.

E allora capisci perché qualche chilo può fare così male.

Non perché qualche chilo possa realmente cambiare chi sei.

Ma perché va a toccare una vecchia equazione:

IL MIO CORPO DICE QUALCOSA SU CHI SONO.

Puoi essere una donna adulta e consapevole.

Puoi sapere perfettamente che non è vero.

Puoi dirlo a tua figlia.
A un’amica.
A qualsiasi donna seduta davanti a te.

E continuare, senza rendertene conto, ad applicare una legge diversa quando guardi te stessa.

Ed è anche per questo che, qualche volta, una dieta non basta.

Puoi perdere peso.

Puoi allenarti.

Puoi conoscere perfettamente calorie, proteine, carboidrati e tutto quello che dovresti mettere nel piatto.

Ma se non vai all’origine di quella vecchia equazione, continuerai a cercare nel corpo una risposta a una domanda che con il corpo ha sempre meno a che fare:

“Vado bene?”

Forse allora, oltre a chiederci:

“Come posso tornare al mio peso?”

dovremmo avere il coraggio di domandarci:

“Chi mi ha insegnato che il mio peso dice qualcosa su chi sono?”

E soprattutto:

“Quando mi guardo allo specchio, con gli occhi di chi mi sto guardando?”

Perché ci sono sguardi che ci hanno osservate per pochi anni
e che noi continuiamo a portarci addosso per una vita.

Diventano una voce.
Un metro.
Una sentenza.

Finché un giorno possiamo accorgerci di una cosa:

quello sguardo è dentro di noi,
ma non significa che sia nostro.

E forse il lavoro più profondo non è imparare ad amare ogni versione del nostro corpo.

È smettere di presentarlo, ogni giorno, davanti a un tribunale che non esiste più.

Guardarsi allo specchio
e non aspettare più una sentenza.

Perché forse non era il nostro corpo a dover essere liberato.

Era il nostro sguardo..

MA CHI L’HA DETTO CHE A UNA CERTA ETÀ DEVI SBLOCCARE IL LIVELLO SUCCESSIVO?Qualche giorno fa una madre mi dice:“Mio figl...
29/08/2026

MA CHI L’HA DETTO CHE A UNA CERTA ETÀ DEVI SBLOCCARE IL LIVELLO SUCCESSIVO?

Qualche giorno fa una madre mi dice:

“Mio figlio passa interi pomeriggi a costruire modellini.”

E me lo dice preoccupata.

Si sta isolando?
Fugge dalla realtà?
Non dovrebbe uscire di più?
Alla sua età non dovrebbe avere un gruppo?

E mentre la ascoltavo pensavo:

ma quando abbiamo deciso che esiste un modo giusto di avere 16 anni?

Anzi.

Quando abbiamo deciso che esiste un modo giusto di avere qualsiasi età?

A 6 anni devi stare seduto.

Composto, attento, concentrato e possibilmente adattato a un sistema che, fino a cinque minuti prima, ti diceva che il tuo lavoro era giocare.

Steiner considerava i primi sette anni profondamente legati al gioco, al movimento, all’imitazione, all’esperienza corporea.

Noi a volte sembriamo avere più fretta.

Si muove troppo.
Si distrae.
Fa fatica a stare seduto.

Allarme.

“Avrà qualcosa?”

Poi cresce.

E alle medie bisogna socializzare.

Alle superiori si sblocca il livello successivo:

IL GRUPPO.

Devi uscire.
Fare esperienze.
Avere amici.
Possibilmente divertirti nel modo in cui abbiamo deciso che si divertono gli adolescenti.

Se preferisci tre amici a venti, non ami le feste o passi il pomeriggio a disegnare, suonare, costruire…

“Non è che si sta isolando?”

Poi dovrebbe arrivare anche la fidanzatina o il fidanzatino.

Ha 17 anni e ancora niente?

Qualche domanda comincia a partire.

Poi magari boccia.

E sembra una tragedia esistenziale.

“Ha perso un anno.”

Perso dove?

Cacchio, una vita può durare ottant’anni e noi siamo terrorizzati perché a sedici ne hai impiegato uno in più per arrivare da qualche parte.

Poi finisci le superiori.

Vuoi lavorare?

“Ma oggi almeno una triennale…”

Vuoi studiare?

“Sì, però poi bisogna entrare nel mondo vero.”

E avanti così.

Lavoro.
Carriera.
Convivenza.
Matrimonio.
Figli.

Non vuoi figli?

“Ma proprio mai?”

A quarant’anni sei single?

“Possibile che non hai trovato nessuno?”

Ti separi?

“Però oggi ci si arrende troppo facilmente.”

Insomma, sembra esserci sempre qualcuno con il cronometro in mano.

Come se la vita fosse un videogioco.

6 anni: sblocca l’autocontrollo.
14 anni: sblocca il gruppo.
17 anni: sblocca l’amore.
22 anni: sblocca la laurea.
30 anni: sblocca la carriera.
35 anni: sblocca la famiglia.
40 anni: possibilmente sblocca pure la felicità, grazie. 😂

E se un livello non lo superi nei tempi previsti?

Cominciamo a chiederci cosa non va.

Forse dovremmo recuperare una frase semplicissima:

A OGNUNO IL SUO TEMPO.
A OGNUNO IL SUO RITMO.

C’è chi fiorisce presto e chi molto dopo.

Chi ama il gruppo e chi respira meglio ai margini.

Chi a diciotto anni sa già cosa vuole e chi lo scopre a quarantacinque.

Chi corre.

Chi si ferma.

Chi cambia strada.

E chi, per trovare la propria, deve prima perdersi un po’.

Certo, esistono difficoltà reali che vanno riconosciute e accolte.

Ma non tutto ciò che è diverso è un problema.

Non tutto ciò che è lento è un ritardo.

E non tutto ciò che non corrisponde alle nostre aspettative ha bisogno di essere corretto.

Forse dovremmo smettere di chiedere:

“A che punto sei?”

E cominciare a chiedere:

“Tu, lì dove sei, come stai?”

Perché il vero traguardo non è arrivare puntuali alla vita che gli altri avevano previsto per noi.

È riuscire, prima o poi, ad abitare la propria.

NON SEI SEMPRE IN BALIA DELLE TUE EMOZIONI.A VOLTE SEI IN BALIA DI TUTTO QUELLO CHE FAI PER NON SENTIRLE.Fritz Perls, un...
27/08/2026

NON SEI SEMPRE IN BALIA DELLE TUE EMOZIONI.
A VOLTE SEI IN BALIA DI TUTTO QUELLO CHE FAI PER NON SENTIRLE.

Fritz Perls, uno dei fondatori della Gestalt, diceva:

«La consapevolezza, di per sé, può essere curativa.»

Sembra semplice.

Poi arriva la vita vera.

Perché essere consapevoli non significa soltanto saper dire:

“sono arrabbiata.”
“sono triste.”
“ho paura.”

Significa riuscire a restare lì.

Senza aggiustare subito quello che senti.
Senza giudicarlo.
Senza trasformarlo in qualcosa di più accettabile.

Ed è proprio qui che diventiamo bravissimi.

Ci distraiamo.
Razionalizziamo.
Mangiamo.
Lavoriamo troppo.
Controlliamo tutto.
Ci occupiamo dei problemi degli altri.

A volte restiamo dove stiamo male.

Altre volte ce ne andiamo proprio quando qualcuno comincia ad avvicinarsi davvero.

Qualunque cosa, purché non dobbiamo stare lì dove fa male.

Perché molti di noi hanno imparato molto presto quali emozioni erano ammesse.

“Non piangere.”

“Non arrabbiarti.”

“Non essere gelosa.”

“Non avere paura.”

“Non fare così.”

E piano piano abbiamo fatto qualcosa di molto più profondo:

abbiamo iniziato a vergognarci di quello che sentivamo.

Ma la rabbia non ti rende cattiva.

La gelosia non ti rende meschina.

La paura non ti rende debole.

E persino il desiderio di mandare qualcuno elegantemente a quel paese non richiede necessariamente anni di terapia. 😂

Perché sentire non significa agire.

Posso riconoscere la mia rabbia senza ferirti.

Posso sentire gelosia senza controllarti.

Posso avere paura senza consegnarle il volante della mia vita.

La consapevolezza non serve a diventare persone che provano soltanto emozioni belle.

Serve a non diventare schiavi di quelle che non vogliamo sentire.

Perché c'è una differenza enorme:

ciò che riconosco posso scegliere come attraversarlo.
Ciò che nego, invece, spesso sceglie al posto mio.

Forse essere padroni di sé non significa controllarsi di più.

Significa qualcosa di molto più scomodo:

smettere di chiedersi se quello che proviamo è giusto
e cominciare a chiederci perché, per così tanto tempo,
abbiamo avuto bisogno di non sentirlo.

IL CORPO SA SPESSO PRIMA DI NOI.Lo sa quando una situazione ci pesa, anche se continuiamo a dirci che “va tutto bene”.Lo...
26/08/2026

IL CORPO SA SPESSO PRIMA DI NOI.

Lo sa quando una situazione ci pesa, anche se continuiamo a dirci che “va tutto bene”.

Lo sa quando stiamo dicendo un sì che dentro è un no.

Quando restiamo dove vorremmo andare via.

Quando sorridiamo mentre qualcosa si stringe.

E allora parla.

Con una tensione.
Un respiro che cambia.
Una stanchezza che arriva sempre nello stesso momento.
Quella sensazione nella pancia che proviamo subito a spiegare, razionalizzare, mettere a tacere.

La mente è bravissima a costruire ragioni.
Il corpo è molto meno diplomatico.

Questo non significa che ogni sintomo abbia necessariamente una causa emotiva.

Significa che, insieme a tutto il resto, possiamo imparare a farci una domanda:

“Cosa sto sentendo, proprio adesso, che sto cercando di non sentire?”

A volte il corpo non chiede di essere interpretato.

Chiede semplicemente di essere ascoltato.

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Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00

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