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Oggi parlo di prospettive, per raccontare il senso che hanno per me nel lavoro terapeutico e nella realtà che viviamo og...
02/09/2026

Oggi parlo di prospettive, per raccontare il senso che hanno per me nel lavoro terapeutico e nella realtà che viviamo ogni giorno. Perché possono riguardare il modo in cui guardiamo lo stesso luogo da lati diversi, ma anche come leggiamo noi stessi, le relazioni e il mondo intorno a noi.

Essere immersi nella propria vita significa esserlo anche nei propri pensieri, emozioni, bisogni, aspettative e convinzioni. In parte ci servono, perché rendono ciò che ci circonda più prevedibile, ci orientano e ci aiutano a capire quanto la realtà sia vicina o lontana da ciò che desideriamo.

La difficoltà arriva quando quello sguardo si irrigidisce fino a diventare l’unico possibile. Possiamo vederci come inadeguati, brutti, incapaci; leggere l’altro come egoista, narcisista, insensibile; oppure osservare la società attraverso categorie così rigide da trasformare ogni confronto in appartenenza a una fazione.

Quando questa rigidità restringe il modo in cui leggiamo noi stessi e le relazioni più vicine può contribuire alla sofferenza psicologica. Sul piano collettivo può alimentare polarizzazione, ostilità e difficoltà a riconoscere nell’altro qualcosa di più della sua etichetta politica, sociale o culturale.

Cambiare prospettiva richiede di spostarsi abbastanza da vedere più elementi dello stesso fenomeno, senza rinunciare alle proprie idee o considerare tutto equivalente. Significa cogliere maggiore complessità e scegliere con più libertà come reagire.

È anche una parte importante del lavoro terapeutico: imparare a guardarsi, e a guardarsi in relazione agli altri, con più curiosità, flessibilità e gentilezza. E forse è un esercizio che oggi serve anche fuori dalla stanza di terapia, in una società sempre più allenata a dividersi e meno a comprendersi.

💬 Quale prospettiva su di voi è stato più difficile mettere in discussione? E su quale tema vi accorgete di irrigidirvi più facilmente?

💾 Se la riflessione vi è stata utile, salvate e condividete.

📩 Se sentite il bisogno di lavorare su alcune parti di voi da una prospettiva diversa, potete scrivermi in DM o a [email protected]

31/08/2026

Una parte della sfiducia verso psicologia e psicoterapia credo nasca anche da qui…persone che un percorso lo hanno già fatto, magari per anni, e che alla fine sentono di non averne ricavato molto.

E questa frustrazione, in parte, la capisco. Tra i miei pazienti non alla prima esperienza mi è capitato spesso di ascoltare racconti simili. E in quei casi penso anche che ci voglia coraggio a riprovare, perché dopo un percorso vissuto come inutile o fallimentare non è affatto scontato affidarsi di nuovo.

Non credo però serva cercare per forza un colpevole. La terapia è prima di tutto una relazione, seppur terapeutica, e come ogni relazione può funzionare meglio o peggio per quella persona, in quel momento, con quel terapeuta.

Il problema nasce quando manca una direzione. Conoscere meglio la propria storia, capire da dove arrivano certi schemi o aumentare la consapevolezza può essere molto utile, ma dovrebbe esserci anche una bussola: perché siamo qui? Cosa stiamo cercando di cambiare? In che modo quello che comprendiamo ci sta aiutando nella vita quotidiana?

Per questo credo che una terapia dovrebbe partire dal capire insieme il problema che ha portato la persona a chiedere aiuto, definire obiettivi condivisi e, nel tempo, tornare a verificare se il percorso sta davvero aiutando ad andare nella direzione desiderata.

Se dopo mesi o anni questo non accade, non significa automaticamente che la terapia “non funziona”, ma credo sia importante che entrambe le persone ai lati della scrivania si facciano qualche domanda: ha ancora senso continuare così? Serve cambiare qualcosa? Frequenza, obiettivi, metodo, terapeuta?

Perché andare in terapia a lungo può avere perfettamente senso. Restarci a lungo senza sapere più perché, molto meno.

💬 A voi è mai capitato di vivere (da pazienti) o raccogliere (da collegh*) racconti di percorsi sentiti come inconcludenti? E cosa pensate debba rendere una terapia davvero terapeutica?

💾 Se ti ha fatto riflettere, salva e condividi.

📩 Per un percorso puoi scrivermi in DM o a [email protected]

A volte, nelle relazioni, ci si incastra a lungo in una sensazione precisa in cui l’altro sembra dare sempre troppo poco...
30/08/2026

A volte, nelle relazioni, ci si incastra a lungo in una sensazione precisa in cui l’altro sembra dare sempre troppo poco. Poco tempo, poca presenza, poche attenzioni, poco investimento. Eppure qualcosa continua a tenerci lì.

Quel qualcosa spesso non nasce soltanto nella relazione presente. Ha radici più antiche, nel modo in cui abbiamo imparato a sentirci amati, riconosciuti, visti e nelle aspettative costruite sull’altro.

C’è chi è cresciuto imparando che per ricevere attenzione bisognava essere bravo, adeguato, poco problematico; chi ha conosciuto cure intermittenti, adulti molto impegnati o poco disponibili; chi, al contrario, è stato criticato o svalutato così spesso da imparare a non aspettarsi troppo dagli altri e a convincersi di poter fare tutto da solo.

Queste esperienze non determinano automaticamente come ameremo da adulti, ma possono diventare schemi che ci portiamo dietro. Così può capitare che una persona impari a dare poco, trattenere, controllare la vicinanza; mentre un’altra resti cercando da quel partner la conferma, l’attenzione o la sicurezza che sente di non aver ricevuto abbastanza.

In alcuni casi anche sintomi fisici, comportamenti alimentari disfunzionali o altre forme di sofferenza possono diventare modi indiretti per regolare emozioni difficili o ottenere vicinanza, ma sarebbe semplicistico ridurli a una sola causa.

Due storie possono quindi incontrarsi e non riuscire a nutrirsi a vicenda. Non sempre perché uno sia “il cattivo”, ma perché i loro modi di amare, chiedere, proteggersi e aspettarsi qualcosa dall’altro finiscono per incastrarsi male.

In terapia, individuale o di coppia, si lavora anche su questo: capire da dove arrivano certi bisogni e reazioni, riconoscerli quando si attivano e costruire alternative più libere.

💬 Vi è mai capitato di restare in una relazione aspettando che l’altro iniziasse a darvi ciò di cui avevate bisogno? E quanto di quella attesa parlava anche della vostra storia?

💾 Se vi è stato utile, salvate e condividete il carosello.

📩 Per lavorare su queste dinamiche potete scrivermi in DM o a [email protected].

29/08/2026

Ho letto in questi giorni una frase di Guardiola riemersa nel documentario A Beautiful Obsession. Raccontando ai suoi giocatori la separazione, diceva di amare ancora la sua compagna, ma che tra loro si era persa la passione.

Ovviamente non so cosa sia successo davvero nella loro relazione e non posso fare psicologia a distanza. Dietro parole così possono esserci routine, distanza, difficoltà mai risolte, bisogni cambiati, una relazione che non si riesce più a nutrire e molto altro.

Quella frase, però, mi ha fatto pensare a una confusione molto comune tra passione, innamoramento e amore, come se fossero la stessa cosa.

All’inizio di molte relazioni l’altro occupa molto spazio mentale. Lo cerchiamo, aspettiamo un suo messaggio, idealizziamo, desideriamo la sua vicinanza e sentiamo quella miscela di eccitazione e urgenza che chiamiamo “farfalle nello stomaco”. La ricerca sul romantic love descrive proprio attenzione focalizzata, pensieri intrusivi e forte coinvolgimento dei sistemi di ricompensa e motivazione.

Ma una relazione lunga non possiamo valutarla chiedendoci se dopo molti anni proviamo esattamente ciò che sentivamo all’inizio. Nel tempo la novità diminuisce, l’idealizzazione lascia spazio alla familiarità e la relazione, se cresce, impara a vivere anche di conoscenza dell’altro, cura, stima, intimità, progettualità e investimento reciproco.

Questo non significa che la passione debba sparire, né che si debba restare insieme a ogni costo. A volte separarsi può essere la scelta più sana. Ma se ogni diminuzione delle “farfalle” diventa la prova che l’amore è morto, rischiamo di passare la vita a inseguire sempre l’inizio della relazione successiva.

La passione, inoltre, può essere coltivata attraverso la curiosità, novità condivise e nuove esperienze possono alimentare desiderio e soddisfazione di coppia.

Vi è mai capitato di dubitare di una relazione perché non sentivate più le stesse sensazioni dell’inizio?

Se questa riflessione vi è stata utile, salvatela e condividetela. Se volete lavorare su questi temi, scrivetemi in DM o a [email protected].

Oggi voglio parlare di luoghi. Dei luoghi che abbiamo abitato prima con il corpo e che, con il tempo, abbiamo imparato a...
28/08/2026

Oggi voglio parlare di luoghi. Dei luoghi che abbiamo abitato prima con il corpo e che, con il tempo, abbiamo imparato ad abitare anche con la nostra presenza, lasciandoci qualcosa di noi e portandoci qualcosa di loro.

Così alcuni sono rimasti nella nostra memoria. Magari riaffiorano all’improvviso e ci strappano un sorriso; altri portano nostalgia, lacrime o dolore.

Come esseri umani siamo profondamente legati ai nostri luoghi, perché finiscono per intrecciarsi con pezzi della nostra identità. Ogni ricordo ha spesso un luogo e ogni luogo custodisce momenti, scelte, speranze, desideri, bisogni e versioni di noi.

Possono essere posti attraversati una volta e rimasti impressi, oppure frequentati così tanto da diventare familiari: una casa, una scuola, una strada, una città. Ci sono luoghi in cui avremmo voluto cambiare qualcosa, altri in cui saremmo rimasti più a lungo, quelli che sembravano parlarci anche in silenzio e quelli a cui abbiamo fatto fatica a dire addio.

Sono piccole e grandi costellazioni della nostra vita: posti in cui siamo cresciuti, abbiamo imparato a sentirci amati e ad amare, siamo caduti e ci siamo rialzati, ci siamo messi alla prova, abbiamo studiato, lavorato, conosciuto amici e compagni di viaggio. Posti in cui abbiamo costruito amori, li abbiamo disfatti e, qualche volta, abbiamo ricominciato.

E tra tutti questi luoghi ne attraversiamo uno che rimane con noi: quello dentro di noi, da cui possiamo tornare con la memoria a ciò che abbiamo vissuto, riconoscerne il significato e ritrovare le versioni di noi che, passando di lì, hanno contribuito a costruire quella di oggi.

💬 E per voi quali sono i vostri luoghi? Quelli che basta rivedere o pensare per ritrovare, anche solo per un attimo, una parte della vostra storia?

Se questo carosello vi ha fatto tornare con la mente in qualcuno dei vostri luoghi, salvatelo o condividetelo con qualcuno che ne abita uno insieme a voi.

📩 Se sentite il bisogno di comprendere meglio alcuni pezzi della vostra storia attraverso un percorso psicologico, potete scrivermi in DM o a [email protected].

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