02/09/2026
Oggi parlo di prospettive, per raccontare il senso che hanno per me nel lavoro terapeutico e nella realtà che viviamo ogni giorno. Perché possono riguardare il modo in cui guardiamo lo stesso luogo da lati diversi, ma anche come leggiamo noi stessi, le relazioni e il mondo intorno a noi.
Essere immersi nella propria vita significa esserlo anche nei propri pensieri, emozioni, bisogni, aspettative e convinzioni. In parte ci servono, perché rendono ciò che ci circonda più prevedibile, ci orientano e ci aiutano a capire quanto la realtà sia vicina o lontana da ciò che desideriamo.
La difficoltà arriva quando quello sguardo si irrigidisce fino a diventare l’unico possibile. Possiamo vederci come inadeguati, brutti, incapaci; leggere l’altro come egoista, narcisista, insensibile; oppure osservare la società attraverso categorie così rigide da trasformare ogni confronto in appartenenza a una fazione.
Quando questa rigidità restringe il modo in cui leggiamo noi stessi e le relazioni più vicine può contribuire alla sofferenza psicologica. Sul piano collettivo può alimentare polarizzazione, ostilità e difficoltà a riconoscere nell’altro qualcosa di più della sua etichetta politica, sociale o culturale.
Cambiare prospettiva richiede di spostarsi abbastanza da vedere più elementi dello stesso fenomeno, senza rinunciare alle proprie idee o considerare tutto equivalente. Significa cogliere maggiore complessità e scegliere con più libertà come reagire.
È anche una parte importante del lavoro terapeutico: imparare a guardarsi, e a guardarsi in relazione agli altri, con più curiosità, flessibilità e gentilezza. E forse è un esercizio che oggi serve anche fuori dalla stanza di terapia, in una società sempre più allenata a dividersi e meno a comprendersi.
💬 Quale prospettiva su di voi è stato più difficile mettere in discussione? E su quale tema vi accorgete di irrigidirvi più facilmente?
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📩 Se sentite il bisogno di lavorare su alcune parti di voi da una prospettiva diversa, potete scrivermi in DM o a [email protected]