Chirurgo Oncologo con dermoltre by Viviana Frattini

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FECI ED ESTROGENI? EH GIA!Il microbiota intestinale umano regola il metabolismo degli estrogeni attraverso l'"estrobolom...
07/06/2026

FECI ED ESTROGENI? EH GIA!
Il microbiota intestinale umano regola il metabolismo degli estrogeni attraverso l'"estroboloma", l'insieme di geni batterici che codificano enzimi come le β-glucuronidasi e le β-glucosidasi. Questi enzimi deconiugano e riattivano gli estrogeni, influenzandone i livelli circolanti. L'estroboloma media la circolazione enteroepatica e la biodisponibilità degli estrogeni. Alterazioni nella composizione del microbiota intestinale e nella funzione dell'estroboloma sono state associate a patologie correlate agli estrogeni come il cancro al seno, il cancro dell'enometrio e la sindrome dell'ovaio policistico (PCOS). Ciò è probabilmente dovuto a una disregolazione della segnalazione degli estrogeni, in parte dovuta all'impatto microbico sul metabolismo degli estrogeni. Anche i fitoestrogeni alimentari subiscono un metabolismo batterico in metaboliti attivi come l'equolo, che si lega ai recettori degli estrogeni e mostra una potenza estrogenica maggiore rispetto al suo precursore, la daidzeina. Tuttavia, la capacità di produrre equolo varia tra le popolazioni, a seconda della presenza di specifici microbi intestinali. La caratterizzazione dei geni che producono estroboloma ed equolo in diverse popolazioni può fornire biomarcatori basati sul microbioma. Sono necessarie ulteriori ricerche per indagare componenti specifici dell'estroboloma, le interazioni fitoestrogeni-microbiota e i meccanismi che collegano la disbiosi alle patologie correlate agli estrogeni. Tuttavia, le evidenze attuali suggeriscono che il microbiota intestinale sia un regolatore fondamentale dello stato degli estrogeni, con rilevanza clinica per la salute femminile e i disturbi ormonali

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38342595/

La medicina integrata è la soluzione migliore e più attuale. Integrata, cioè armoniosamente composta da elementi che, in...
15/05/2026

La medicina integrata è la soluzione migliore e più attuale. Integrata, cioè armoniosamente composta da elementi che, in ogni singola situazione, possono convivere, potenziandosi e senza entrare in conflitto.

Serve che chi si occupa di medicina convenzionale conosca gli approcci non convenzionali per essere in grado di guidare, consigliare e sostenere i/le pazienti nelle loro legittime istanze e necessità di cura e di decisioni consapevoli.La medicina integrata non è medicina alternativa: è esattamente il suo opposto. Ed è una responsabilità serissima attuale: integrare (sapendo come fare) è la cura, escludere non lo è.






12/05/2026

Domandarsi . Aiutarsi aiutare . Ricordate che la diagnosi e la terapia è una scelta punto stop non voglio commenti sulla scelta fatta.

 Il "Paternalismo" Comunicativo : Rapporto medico paziente familiare Parlare con i familiari nascondendo la verità al pa...
12/05/2026



Il "Paternalismo" Comunicativo :

Rapporto medico paziente familiare

Parlare con i familiari nascondendo la verità al paziente, o dire "Lasci decidere a noi che ne sappiamo più di te", "Non si preoccupi di nulla".
Su questo argomento il medico dovrebbe essere formato per trovare le parole giuste anche i gesti anche i sorrisi anche fargli vedere fuori per far capire al suo paziente la sua situazione con lo utility ovvio...
SE UN SANITARIO BYPASSA UN PAZIENTE OLTRE OVVIAMENTE A FARE UN SINISTRO PERÒ non si valuta che il paziente anche in coma è sensibile ha un'anima
Quindi con dovuti modi ed è la cosa più difficile di un bravo medico bisogna rapportarsi al paziente perché il paziente
è sensibile: Tali frasi -Lasci dire a noi- tolgono dignità e autonomia al malato. Il paziente ha il diritto di essere informato in modo chiaro e comprensibile.
Pertanto,a prescindere dalle linee guida la collaborazione viene prima di tutto
Approccio Corretto: Condividere le decisioni (Shared Decision Making), rispettando le esigenze del paziente.

Un recente artìcolo (ITALIANO)

30 dicembre 2024;13(1):50.
Comunicazione paziente-infermiere in un contesto ospedaliero oncologico: uno studio qualitativo
Astratto
Introduzione: La comunicazione è un aspetto importante per rendere i pazienti competenti nel definire, elaborare e gestire la propria condizione patologica, nonché nell'intercettare e soddisfare i propri bisogni psicosociali. La comunicazione tra paziente e infermiere è fondamentale per il processo di apprendimento e orientamento, poiché l'infermiere ha la maggiore frequenza e continuità di relazione con i pazienti e le loro famiglie. Questo studio si propone di indagare la qualità della comunicazione tra paziente e infermiere e i fattori che promuovono o ostacolano una comunicazione efficace dal punto di vista del paziente oncologico in un contesto ospedaliero di degenza. Metodi: È stato condotto uno studio qualitativo descrittivo con interviste individuali semi-strutturate analizzate utilizzando la metodologia Framework Analysis. La popolazione era composta da pazienti oncologici ricoverati presso le Unità di Oncologia Medica dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. I dati sono stati analizzati utilizzando il Framework Analysis di Ritchie e Spencer. Risultati: Il campione era composto da 20 pazienti, con un'età media di 61,35 anni, ricoverati presso le Unità di Oncologia Medica dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. Sono emersi tre temi: la comunicazione positiva come elemento di cura, i fattori che favoriscono la comunicazione e i fattori che la ostacolano. Conclusioni: Il campione intervistato ritiene la qualità della comunicazione soddisfacente. Uno stile comunicativo familiare, un linguaggio diretto e un atteggiamento premuroso sono fattori che favoriscono la comunicazione. Al contrario, la mancanza di comunicazione tra il personale medico e infermieristico, la carenza di personale e la mancanza di tempo sono considerati ostacoli alla comunicazione. Competenze comunicative avanzate negli infermieri sono cruciali per affrontare efficacemente i bisogni emotivi e psicosociali dei pazienti oncologici, promuovendo un ambiente di cura più empatico e solidale.

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11720213/?fbclid=IwVERDUARwfeBleHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR6dJuTbiKh8V-ucFZfdanQkJqNMigtZ-eAeqsCMchZ7J-Q49rNkRRSY-6BCjg_aem_W_nDvPKp2x0EjJgar0x2Jw

E quando io parente mi accorgo che c'è qualcosa che non va il motivo è qua sotto:

Costi del cancro lungo il percorso di cura: cosa possiamo aspettarci in base alla letteratura recente

A seguire una serie di articoli dove viene valutato il deficit economico nel seguire un paziente oncologico


Costs of cancer along the care continuum: What we can expect based on recent literature - PubMed
://share.google/XdzMwXKwYKk4yLyIU

Ma lo sono o lo fanno ? 😅🤣🤣🤣nella struttura e nella fisiologia del cervello basate sul sesso riflettono l'alchimia di qu...
09/05/2026

Ma lo sono o lo fanno ?

😅🤣🤣🤣
nella struttura e nella fisiologia del cervello basate sul sesso riflettono l'alchimia di queste interazioni tra ormoni e recettori, i loro effetti all'interno delle cellule e l'influenza intermedia delle variabili genetiche, in particolare il possesso di un genotipo XX rispetto a uno XY, afferma Cahill.

Concentrandosi sui circuiti neurali
Gli esperimenti di Shah sugli animali impiegano tecnologie che consentono agli scienziati di aumentare o sopprimere l'attività di singole cellule nervose, o persino di singoli geni all'interno di quelle cellule nervose, nel cervello di un animale cosciente e attivo. Questi esperimenti hanno individuato geni i cui livelli di attività differiscono fortemente in siti specifici nel cervello dei topi maschi rispetto a quello delle femmine.

Cosa accadrebbe, si chiedeva il team di Shah, se si eliminasse uno o l'altro di questi geni il cui livello di attività differiva tra i cervelli maschili e femminili? Ci hanno provato con uno dei loro geni candidati, disattivandone uno che era normalmente più attivo nelle femmine.

Facendo questo, hanno scoperto che la volontà delle mamme topo di difendere i loro nidi dagli intrusi e di recuperare i cuccioli che si erano allontanati, mandati materni che le femmine normali di topo osservano infallibilmente, è stata completamente distrutta, ma non ha avuto alcun effetto osservabile sul loro comportamento sessuale. Silurare un gene diverso ha ridotto radicalmente l'umore riproduttivo di una femmina di topo, ma i maschi in cui il gene è stato distrutto sembrano completamente normali.

Poiché si sono riaccese le luci sul palcoscenico e i Virologi di fama subitaneamente spiegano, asserendo cose un po’ div...
09/05/2026

Poiché si sono riaccese le luci sul palcoscenico e i Virologi di fama subitaneamente spiegano, asserendo cose un po’ diverse tra loro, il problema e i rischi legati ai pochissimi casi di infezione da Hantavirus, ci rifacciamo all’Istituto Superiore di Sanità, che chiarisce modalità di trasmissione, sintomi e misure preventive dopo il focolaio sulla nave Hondius. Il virus Andes resta l’unico hantavirus con trasmissione interumana documentata

L’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato una serie di FAQ dedicate all’hantavirus dopo il focolaio registrato a bordo della nave da crociera MV Hondius, sul quale nei giorni scorsi sono intervenuti anche Oms, Ecdc e Cdc statunitensi. L’obiettivo è chiarire il livello di rischio reale, le modalità di trasmissione e le caratteristiche cliniche dell’infezione.

Secondo l’Iss, il rischio per la popolazione generale europea resta “molto basso”, in linea con quanto indicato dall’European Centre for Disease Prevention and Control. Ad oggi non risultano casi umani di infezione da hantavirus segnalati sul territorio italiano.

L’Istituto ricorda che gli hantavirus sono virus zoonotici trasmessi principalmente dai roditori attraverso contatto con urina, saliva o feci contaminate oppure tramite superfici contaminate. L’esposizione avviene soprattutto durante attività in ambienti infestati da roditori, come edifici rurali, magazzini, fattorie o aree boschive.

Nel documento viene inoltre ribadito che la trasmissione interumana è stata documentata solo per il virus Andes, identificato anche nei casi collegati alla nave Hondius. Si tratta dell’unico hantavirus noto per poter passare da persona a persona attraverso contatti stretti e prolungati. Tuttavia, sia Iss sia Ecdc sottolineano che il virus “non si trasmette facilmente” e che non sono attesi scenari epidemici diffusi.

Un ulteriore elemento evidenziato riguarda l’assenza in Europa del serbatoio naturale del virus Andes. Secondo l’Ecdc, questo rende improbabile l’introduzione stabile del virus nella popolazione di roditori europea e limita il rischio di trasmissione ambientale nel continente.

Sul piano clinico, l’Iss ricorda che la sindrome cardiopolmonare da hantavirus può manifestarsi inizialmente con febbre, cefalea, mialgie, brividi e sintomi gastrointestinali, seguiti da improvvisa difficoltà respiratoria e ipotensione. I sintomi possono comparire da una a otto settimane dopo l’esposizione.

Attualmente non esistono antivirali specifici né vaccini autorizzati contro l’infezione. La gestione resta di supporto e si basa sul monitoraggio clinico e sul trattamento delle complicanze respiratorie, cardiache e renali. L’accesso precoce alla terapia intensiva, quando necessario, può migliorare gli esiti clinici.

Le FAQ dell’Iss richiamano infine le principali misure preventive: controllo delle infestazioni da roditori, corretta conservazione di alimenti e rifiuti, pulizia sicura degli ambienti contaminati ed evitamento di procedure che possano aerosolizzare materiali infetti. Nel caso del virus Andes, vengono raccomandate anche le comuni misure di prevenzione delle infezioni respiratorie, tra cui igiene delle mani ed etichetta respiratoria.

LE INFEZIONI RICORRENTI DEL TRATTO URINARIO INFERIOREAzione del D-mannosio per Prevenire le Infezioni UrinarieLe infezio...
28/04/2026

LE INFEZIONI RICORRENTI DEL TRATTO URINARIO INFERIORE

Azione del D-mannosio per Prevenire le Infezioni Urinarie
Le infezioni del tratto urinario (UTI) rappresentano un problema assai diffuso, con una particolare incidenza nella popolazione femminile. Negli Stati Uniti, ad esempio, circa l’11% delle donne sperimenta almeno un episodio di UTI non complicata all’anno.

Tra queste, quasi la metà può andare incontro a un nuovo episodio entro il primo anno dall’infezione iniziale. Le cistiti sono definite ricorrenti alla comparsa di almeno tre episodi all’anno oppure di due episodi negli ultimi sei mesi. Hanno un impatto considerevole sulla qualità di vita dei pazienti e sulle risorse del sistema sanitario.

Le infezioni urinarie: contesto e gestione terapeutica
Le infezioni delle vie urinarie (IVU) sono spesso causate da batteri come Escherichia coli, seguito da Proteus, Klebsiella, Enterococchi, Streptococchi e Pseudomonas aeruginosa. Attualmente, le linee guida internazionali raccomandano l’uso di fosfomicina trometamolo, pivmecillinam e nitrofurantoina come prima linea di terapia per la cistite non complicata.

Al contrario, vengono fortemente sconsigliati aminopenicilline e fluorochinoloni, a causa dell’elevata resistenza antibiotica osservata in Europa.

Nonostante gli antibiotici siano la pietra miliare per il trattamento delle IVU, l’aumento delle resistenze, i potenziali effetti avversi e i costi associati hanno spinto la ricerca verso approcci preventivi e terapeutici non antibiotici. Nei pazienti con infezioni ricorrenti, infatti, si raccomanda di considerare con attenzione misure comportamentali e strategie non antimicrobiche prima di avviare la profilassi antibiotica.

D-mannosio: definizione e meccanismo d’azione
Il D-mannosio è un monosaccaride semplice, considerato “inerte” nel metabolismo energetico umano poiché viene quasi interamente escreto nelle urine. Ciononostante, riveste un ruolo nella glicosilazione delle proteine e, più di recente, ha suscitato grande interesse per la capacità di inibire l’adesione batterica alle cellule del tratto urinario.

Il D-mannosio agisce come inibitore competitivo dell’adesione di batteri uropatogeni alle cellule dell’urotelio. In particolare, batteri come E. coli presentano pili di tipo 1, dotati di adesine FimH. Queste adesine permettono ai microrganismi di agganciarsi alla mucosa vescicale.

Quando si assume D-mannosio, questo zucchero si lega alle adesine FimH, ostacolando la loro interazione con i recettori presenti sulle cellule epiteliali del tratto urinario. I batteri, non potendo aderire, vengono quindi eliminati più facilmente durante la minzione.

Il D-mannosio non è efficace solo contro E. coli, ma può contrastare anche altri membri della famiglia delle Enterobacteriaceae, fra cui Klebsiella pneumoniae, Shigella flexneri, Salmonella typhimurium, Serratia marcescens ed Enterobacter cloacae. Pertanto, l’utilizzo del D-mannosio risulta potenzialmente utile nella prevenzione di diverse IVU non complicate.

Evidenze cliniche e ricerche sul D-mannosio
Una ricerca su diversi database (PubMed, EMBASE, Scopus, Web of Science, Cochrane Central Register of Controlled Trials e Cochrane Central Database of Systematic Reviews) ha individuato tredici studi pubblicati tra gennaio 2010 e gennaio 2021, di cui:

Sei studi randomizzati controllati (RCT)
Un trial randomizzato cross-over
Cinque studi prospettici di coorte
Un’analisi retrospettiva
Sette di questi lavori hanno messo a confronto il D-mannosio con un placebo o con altri farmaci/integratori, mentre i restanti sei hanno analizzato l’efficacia del D-mannosio confrontando i dati di follow-up con quelli di base.

Sicurezza e tollerabilità
Il D-mannosio risulta ben tollerato, con pochi eventi avversi segnalati. Tra questi, la diarrea è stata riportata in circa l’8% dei pazienti trattati con 2 g di D-mannosio al giorno per almeno 6 mesi.

La maggior parte degli studi suggerisce che il D-mannosio può:

Ridurre il rischio di recidiva di IVU non complicate, in particolare nelle donne con cistiti ricorrenti.
Affiancare gli antibiotici in alcuni casi, estendendo l’azione preventiva.
Essere combinato con altri integratori (ad esempio probiotici, polifenoli) per potenziare la prevenzione.
Implicazioni pratiche e prospettive di utilizzo
Il D-mannosio si inserisce nell’ampio scenario delle strategie di profilassi non antibiotica, particolarmente rilevanti per:

Ridurre il carico di antibiotici utilizzati, limitando la selezione di ceppi resistenti.
Minimizzare effetti collaterali e impatto ecologico delle terapie farmacologiche.
Integrare l’approccio preventivo in soggetti con cistiti ricorrenti.
Alcuni studi sottolineano i vantaggi di associare il D-mannosio a:

Probiotici (Lactobacillus), utili al riequilibrio del microbiota vaginale e intestinale.
Polifenoli o altre sostanze naturali (ad esempio, proantocianidine da mirtillo rosso), che possono agire su diversi meccanismi di adesione batterica.
Vitamine e composti antiossidanti, per supportare lo stato di benessere generale.
Conclusioni
Le infezioni delle vie urinarie sono particolarmente comuni e spesso recidivanti, impattando negativamente sulla vita di molte donne. Sebbene la terapia antibiotica rappresenti la base del trattamento, l’urgenza di ridurre le resistenze e i potenziali effetti collaterali porta a un progressivo interesse verso misure di prevenzione non antibiotiche.

Il D-mannosio, grazie alla sua capacità di impedire l’adesione batterica all’urotelio e alla buona tollerabilità, si configura come un’opzione interessante in questo ambito.

Gli studi clinici mostrano risultati incoraggianti nella riduzione del rischio di recidive, specialmente se integrato in un approccio più ampio che includa comportamenti corretti (adeguata idratazione, igiene intima appropriata, prevenzione della stipsi) e, ove indicato, l’uso controllato di antibiotici.
Bibliografia
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/?linkname=pubmed_pubmed&from_uid=32972899&fbclid=IwVERDUAReCv5leHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR5p8T5ajR5NpiT1pE9q1u74TseiR2qkla0wBpfltM1yyQR9uTNEbu-ZO1i6LA_aem_zWf4ZBVyUcQ5tsLu-Ivp7Q

26/04/2026

Tumore del colon-retto: l’aumento nei giovani, lo screening :
il tumore del colon-retto, una volta considerato una malattia dell’età matura, colpisce sempre più spesso persone under 50. Negli ultimi trent’anni l’incidenza in questa fascia d’età è più che raddoppiata, e si stima che entro il 2030 rappresenterà l‑11% dei carcinomi del colon e il 23% di quelli del retto a livello mondiale
L’aumento dei tumori del colon-retto nei giovani: segnali da non sottovalutare
“C’è un alert nella letteratura scientifica che pone l’attenzione sui pazienti sotto i 50 anni: c’è un aumento effettivo dell’incidenza di questi tumori. Questo non deve creare particolari allarmismi, ma certamente una migliore attenzione su alcuni sintomi. Classicamente l’emissione di sangue, anche transitoria, dalle feci può essere un segno clinico che deve destare attenzione, così come dolori addominali insoliti o un esame del sangue che mostra un livello di emoglobina un po’ più basso della norma. Il chirurgo che si occupa di questa patologia sa intercettare la familiarità e i problemi che possono far pensare alla necessità di una diagnosi di secondo livello.”

I numeri sono chiari. Dai 4,5 casi per 100.000 abitanti del 1987, l’incidenza del carcinoma colorettale nei giovani adulti ha superato i 9,4 per 100.000 nel 2022. Tra i 15 e i 39 anni la crescita è stata del 47,5% nello stesso arco temporale, con un aumento annuo del 2%. Quello che stava diminuendo negli over 50 grazie allo screening ha iniziato a salire nei più giovani.

Il ritardo diagnostico è il problema più serio per i giovani: mediamente passano sei mesi tra la comparsa dei primi sintomi e la diagnosi. In quel lasso di tempo un tumore può cambiare stadio.

Sangue nelle feci, anche una volta sola, anemia inspiegata, dolore addominale ricorrente o cambiamenti delle abitudini intestinali sono segnali da portare all’attenzione del medico, non da attendere che passino.

Approfondimento scientifico: Early-onset CRC: la crescita globale e i fattori di rischio emergenti
L’analisi del Lancet Oncology (Sung et al., American Cancer Society/IARC, gennaio 2025, dati di 50 paesi, diagnosi fino al 2017): l’incidenza del carcinoma colorettale early-onset (EO-CRC, diagnosi prima dei 50 anni) è aumentata in 27 dei 50 paesi analizzati. In Inghilterra la proporzione di tumori del retto nei pazienti sotto i 50 anni è passata dal 5,2% del 1993 al 19,4% nel 2014. Paesi con trend in crescita includono Nuova Zelanda, Cile, Puerto Rico, Inghilterra. Paradossalmente, l’incidenza negli over 50 è stabile o in calo grazie allo screening.

La revisione sistematica pubblicata su PMC (Hellenic Society of Gastroenterology, 2025, PubMed/MEDLINE, 2004-2024, 29 studi inclusi): l’EO-CRC ha caratteristiche biologiche distinte rispetto al CRC dell’età matura, con maggiore prevalenza di localizzazione al retto sinistro e di istologie mucinose. I giovani pazienti tendono a presentarsi in stadio più avanzato a causa del ritardo diagnostico. Nei millennial l’incidenza è in crescita generazione dopo generazione, il cosiddetto ‘birth cohort effect’.

La revisione narrativa su PMC (2025, Early-onset CRC as metabolic dysregulation):

i fattori di rischio emergenti più documentati includono la dieta ultra-processata (UPF), l’obesità, il diabete tipo 2 e la disbiosi del microbioma intestinale. I giovani adulti che consumano più di 9 porzioni di UPF al giorno hanno un rischio aumentato del 40% di sviluppare adenomi colorettali precoci. L’insulino-resistenza e l’infiammazione cronica sono i meccanismi patogenetici più studiati.
Riferimenti Bibliografici

://www.annalsgastro.gr/index.php/annalsgastro/article/view/7837/5912

://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37444619/ #:~:text=Abstract,cancer;%20early%20onset;%20screening.

23/04/2026

VITAMINA K2 (VK2), TUMORI E MORTALITA' PER TUTTE LE CAUSE. Vanno emergendo in questi ultimi anni diversi studi sperimentali, in vitro, su animali e studi clinici su esseri umani che mostrano e spiegano un ruolo molto importante di una vitamina in molte funzioni biologiche del corpo umano.
Vi sono molte prove di carenza di vitamina K2 che è un fattore in diverse malattie croniche come il diabete, l'osteoporosi, il cancro, le malattie infiammatorie e cardiovascolari. Questa carenza è molto comune nelle malattie citate anche se raramente viene trattata dai medici. Gli studi clinici randomizzati hanno dimostrato che i pazienti con osteoporosi, malattie cardiovascolari e cancro possono beneficiare del supplemento di vitamina K2 . Sono necessari ulteriori studi per accertare l'effetto del supplemento di vitamina K2 in pazienti con diabete e malattie infiammatorie intestinali.

Una recente revisione mira a riassumere i risultati degli studi in cui VK2 è stata somministrata a pazienti con cancro o ad animali a cui sono state inoculate cellule cancerose, in particolare studiando gli effetti inibitori di VK2 sulle cellule cancerose, principalmente attraverso l'arresto del ciclo cellulare, differenziazione cellulare, apoptosi, autofagia e invasione. La recensione riassume le prove che affermano che il trattamento con VK2 potrebbe inibire positivamente la crescita delle cellule tumorali, rendendolo un approccio potenzialmente utile per la prevenzione e il trattamento clinico del cancro. Inoltre, il trattamento di combinazione di VK2 e chemioterapici consolidati possono ottenere risultati migliori, con minori effetti collaterali. Pertanto, si dovrebbe prestare maggiore attenzione agli effetti dei micronutrienti sui tumori.

La vitamina K (VK) è una vitamina liposolubile essenziale che è composta da tre tipi, VK1, VK2 e VK3. VK può attivare fattori di coagulazione (fattore II, VII, IX e X), proteina C e proteina S facilitando la γ-glutamil carbossilasi per catalizzare la carbossilazione dei residui di acido glutammico. Inoltre, la γ-carbossilazione VK-dipendente ha un ruolo essenziale nel mantenimento dell'omeostasi ossea. Una mancanza di VK può portare a gravi emorragie neonatali e osteoporosi, che possono essere trattate con l'applicazione clinica di VK2.

Rapporti precedenti hanno dimostrato che VK1, VK2 e VK3 possono inibire diverse linee cellulari neoplastiche a diversi livelli, principalmente inducendo apoptosi e arresto del ciclo cellulare delle cellule tumorali, tra cui carcinoma epatocellulare, leucemia, tumore del colon-retto, cancro ovarico, cancro pancreatico e cancro al polmone.

Sebbene l'inibizione causata da VK3 sia molto potente, VK3 è anche altamente tossica. Al contrario, VK2 è più mite, ma non causa effetti collaterali, mentre VK1 ha la funzione meno forte. Quindi, VK2 è un potenziale candidato chemioterapico per il trattamento del cancro. Esistono risultati molto positivi di VK2 contro il cancro in esperimenti clinici, animali e in vitro e che hanno chiarito i meccanismi degli effetti antitumorali di VK2.

Vi è una evidenza e interesse per i benefici della vitamina K2 (K2) nell'eziologia e nel trattamento del cancro, evidenze e scoperta dei meccanismi di biologia molecolare sono in aumento.
Il Menadione, vitamina K3, è stato aggiunto ai trattamenti tradizionali in risposta ai risultati in quanto K3, K2, K1 hanno effetti antitumorali su varie linee cellulari tumorali, ma K2 sta guadagnando attenzione perché non è tossica a nessuna dose, a differenza della nota tossicità K3.

K2 in concomitanza con la chemioterapia tradizionale ha mostrato benefici in vitro come nel carcinoma epatocellulare (HCC) , cancro del pancreas , cancro ai polmoni , leucemia , cancro alla prostata , cancro al seno e in una varietà di modelli animali come il modello di topo di HCC. Alcuni pazienti umani hanno mostrato benefici con gli integratori di K2 in termini di prevenzione e trattamento; i dati mostrano che una maggiore assunzione di K riduce il rischio di mortalità per tutte le cause.

Un'analisi prospettica di coorte è stata condotta in 7216 partecipanti dallo studio PREDIMED (Prevención con Dieta Mediterránea) (follow-up mediano di 4,8 y). Le assunzioni di energia e sostanze nutritive sono state valutate utilizzando un questionario di frequenza alimentare validato di 137 voci. L'assunzione dietetica di vitamina K (K1-K2) è stata calcolata annualmente utilizzando il database di composizione alimentare USDA e altre fonti pubblicate. Le morti sono state accertate da un comitato di aggiudicazione del punto finale ignaro delle abitudini alimentari dei partecipanti dopo aver esaminato le cartelle cliniche e collegato al National Death Index. I modelli di rischio proporzionale di Cox sono stati adattati per valutare l'RR della mortalità. L'assunzione di fillochinone dietetico basale aggiustata per il consumo di energia era inversamente associata a un rischio significativamente ridotto di cancro e mortalità per tutte le cause dopo il controllo di potenziali fattori confondenti (HR: 0,54, IC 95%: 0,30, 0,96 e HR: 0,64; IC 95%: 0,45 , 0,90, rispettivamente).
Nelle valutazioni longitudinali, le persone che hanno aumentato l'assunzione di fillochinone (K1) o menachinone (K2) durante il follow-up avevano un rischio più basso di cancro (HR: 0,64, IC 95%: 0,43, 0,95 e HR: 0,41, IC 95%: 0,26, 0,64, rispettivamente ) e mortalità per tutte le cause (HR: 0,57; IC 95%: 0,44, 0,73; HR: 0,55; IC 95%: 0,42, 0,73, rispettivamente) rispetto agli individui che hanno diminuito o non hanno modificato il loro apporto. Inoltre, le persone che hanno aumentato l'assunzione di fillochinone nella dieta hanno un rischio inferiore di rischio di mortalità cardiovascolare (HR: 0,52, IC 95%: 0,31, 0,86).

E' stata osservata un'associazione inversa tra l'assunzione di menaquinone (K2) e il cancro alla prostata, l'incidenza totale del cancro e la mortalità.

Oltre alla sua ben nota funzione fisiologica che attiva la coagulazione, la vitamina K esercita effetti inibitori sulla crescita cellulare in diverse linee cellulari tumorali.
Sebbene la maggior parte degli studi si sia concentrata sul menadione (vitamina K-3), un analogo sintetico che agisce da provitamina-fillochinone, e in particolare da menaquinone, sembra avere una capacità antiproliferativa. Questi risultati sono supportati anche da uno studio clinico randomizzato condotto su individui con cirrosi virale, in cui il rischio di carcinoma epatocellulare era significativamente inferiore in soggetti a cui erano state somministrate alte dosi di MK-4 rispetto al gruppo di controllo.

23/04/2026

LINEE GUIDA DI PREVENZIONE IN ONCOLOGIA: LE RACCOMANDAZIONI DEL WCRF nel 2007 . ma io non capisco perché si parli solo di farmaci 😅

Il WCRF (Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro) ha il compito di promuovere la prevenzione primaria in ambito oncologico tramite la ricerca scientifica e la divulgazione delle informazioni sulle cause del cancro.
Nel 2007 con la collaborazione di oltre 100 scienziati (ricercatori, epidemiologi e biologi) e di una ventina di centri di ricerca fra i più famosi del mondo ha portato a termine la revisione di tutti i lavori scientifici riguardanti cibo e tumori.
In questo ciclopico lavoro vengono elencati i risultati più solidi della ricerca scientifica, che sono stati riassunti in 10 raccomandazioni.

1) Mantenersi snelli per tutta la vita.
Per l'OMS (organizzazione Mondiale della Sanità) si considerano normopeso le persone che hanno un BMI (indice di massa corporea) compreso fra 18.5 5 24.9; in realà oggi abbiamo un'altra emergenza: gli obesi normopeso, cioè persone con un BMI normale ma un'elevata quantità di grasso viscereale, comunque a rischio in ambito oncologico.

2) Mantenersi fisicamente attivi tutti i giorni.
E'necessario fare tutti i giorni movimento, almeno una camminata di 30 minuti, con l'idea di aumentare l'attività gradualmente. L’uso delle automobili e il tempo passato tra televisione, computer e giochi elettronici sono i principali fattori che favoriscono la sedentarietà nelle popolazioni urbane.

3) Limitare il consumo di alimenti ad alta densità calorica ed evitare il consumo di bevande zuccherate. Per cibi ad alta densità calorica si intendono i cibi industrialmente raffinati, precotti e preconfezionati, contenenti elevate quantità di zucchero e grassi. Raramente si può consumare un alimento grasso o zuccherato, ma non quotidianamente, mentre l’uso di bevande gassate e zuccherate è da evitare.

4) Basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di provenienza vegetale, con cereali non industrialmente raffinati e legumi in ogni pasto e un’ampia varietà di verdure non amidacee e di frutta. Sono raccomandate almeno cinque porzioni al giorno tra frutta e verdura (per circa 600 g) (non sono contemplate le patate).

5) Limitare il consumo di carni rosse ed evitare il consumo di carni conservate. Per carni rosse si intendono carni ovine, suine e bovine; non sono raccomandate, ma per chi è abituato a mangiarne si raccomanda di non superare i 500 grammi alla settimana. Per quanto riguarda le carni conservate (carni in scatola, salumi, prosciutti, wurstel) sono invece da evitare.

6) Limitare il consumo di bevande alcoliche. Non sono raccomandate, ma per chi ne fa uso è bene non superare la quantità di un bicchiere di vino (da 120 ml) al giorno per le donne e due per gli uomini (da bere esclusivamente durante i pasti). La quantità di alcol contenuta in un bicchiere di vino è circa pari a quella contenuta in una lattina di birra o in un bicchierino di liquore.

7) Limitare il consumo di sale (non più di 5 g al giorno) e di cibi conservati sotto sale. Evitare cibi contaminati da muffe (in particolare cereali e legumi). E' necessario quindi accertarsi dello stato di conservazione dei cereali e dei legumi acquistati, evitando di conservarli in ambienti caldi ed umidi.

8) Assicurarsi un apporto sufficiente di tutti i nutrienti essenziali attraversoil cibo. E' necessario alimentarsi in modo equilibrato, ma soprattutto vario.
E'necessario inoltre scegliere correttamente i cibi, che siano il più possibile naturali. L’assunzione di supplementi alimentari (vitamine o minerali) per la prevenzione del cancro è invece sconsigliata.

9) Allattare i bambini al seno per almeno sei mesi (entro i 35 anni di età).

10) Nei limiti dei pochi studi disponibili sulla prevenzione delle recidive, le raccomandazioni per la prevenzione alimentare del cancro valgono anche per chi si è già ammalato.

COMUNQUE NON FARE USO DI TABACCO

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Milan
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