Rino Mastromauro Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute

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Rino Mastromauro  Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Rino Mastromauro Osteopata e LM51 in Psicologia Clinica e della Salute, Medicina e salute, ACCADEMIA ITALIANA RICERCA DELLA SALUTE in Via Alfredo Baccarini, 14A, Molfetta.

Osteopata -Osteopatia Tradizionale e Osteopatia Biodinamica, Posturologo
Chinesiologo, ISEF, Dottore in Scienze Motorie, Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, Dottore in Psicologia Clinica e della Salute, Personal Trainer, Formatore dal 1994.

LE NEUROSCIENZE DELLE PERSONE DI SUCCESSO: cosa fanno di diverso i cervelli ad alte prestazioni?Di Rino Mastromauro Per ...
20/06/2026

LE NEUROSCIENZE DELLE PERSONE DI SUCCESSO: cosa fanno di diverso i cervelli ad alte prestazioni?

Di Rino Mastromauro

Per decenni si è pensato che il successo dipendesse principalmente dal talento, dall’intelligenza o dalla fortuna. Oggi le neuroscienze raccontano una storia più complessa e, per certi aspetti, più incoraggiante. Le persone che raggiungono risultati straordinari non possiedono necessariamente un cervello “speciale”: spesso hanno sviluppato abitudini che modificano il funzionamento delle reti neurali coinvolte nell’attenzione, nell’apprendimento e nel controllo delle emozioni.
Una delle caratteristiche più evidenti dei cervelli ad alte prestazioni riguarda la gestione dell’attenzione. In un mondo saturo di notifiche, messaggi e distrazioni, la capacità di mantenere il focus su un singolo compito rappresenta un vantaggio competitivo enorme. Gli studi di neuroimaging mostrano che le persone più produttive tendono a utilizzare in modo più efficiente la corteccia prefrontale, l’area del cervello coinvolta nella pianificazione, nel processo decisionale e nell’autocontrollo. In altre parole, non sono necessariamente più intelligenti: sono più brave a dirigere le proprie risorse mentali verso ciò che conta davvero.
Un secondo elemento chiave è la capacità di tollerare la fatica cognitiva. Il cervello è progettato per risparmiare energia e tende naturalmente a preferire attività semplici e gratificanti. Le persone di successo, invece, allenano la capacità di lavorare anche quando la motivazione diminuisce. Questo comportamento rafforza progressivamente i circuiti neurali associati alla disciplina e all’autoregolazione. Con il tempo, attività inizialmente difficili diventano più automatiche, richiedendo meno sforzo mentale.
Anche il rapporto con gli errori è profondamente diverso. Le neuroscienze hanno identificato un segnale cerebrale chiamato “error-related negativity”, che si attiva quando commettiamo un errore. Nelle persone orientate alla crescita, questo sistema sembra essere particolarmente efficiente: invece di vivere il fallimento come una minaccia, il cervello lo interpreta come un’informazione utile per migliorare la prestazione futura. È uno dei meccanismi alla base della cosiddetta mentalità di crescita.
Un altro fattore spesso sottovalutato riguarda il sonno. Numerose ricerche dimostrano che durante il riposo notturno il cervello consolida i ricordi, elimina prodotti di scarto metabolici e rafforza le connessioni neurali più importanti. Molti pensano che dormire meno significhi avere più tempo per lavorare, ma le evidenze scientifiche suggeriscono il contrario: la privazione cronica del sonno riduce attenzione, creatività, memoria e capacità decisionale.
Anche l’esercizio fisico svolge un ruolo cruciale. L’attività aerobica aumenta la produzione di fattori neurotrofici, sostanze che favoriscono la crescita e la sopravvivenza dei neuroni. Non a caso, numerosi leader, imprenditori e professionisti inseriscono l’allenamento nella propria routine quotidiana. Muovere il corpo significa, letteralmente, allenare anche il cervello.
Le persone ad alte prestazioni tendono a proteggere il proprio tempo mentale. Limitano il multitasking, organizzano le priorità e dedicano periodi specifici a lavori che richiedono concentrazione profonda. Le neuroscienze hanno ormai dimostrato che il multitasking è in gran parte un’illusione: il cervello non esegue più attività complesse contemporaneamente, ma passa rapidamente da un compito all’altro, pagando ogni volta un costo in termini di efficienza.
La lezione più importante è forse questa: il successo non nasce da una particolare configurazione genetica, ma dalla capacità di costruire abitudini che sfruttano al meglio il potenziale del cervello. Grazie alla neuroplasticità, le reti neurali si modificano continuamente in risposta alle nostre azioni quotidiane. Ogni volta che scegliamo di concentrarci, imparare, allenarci o riposare adeguatamente, stiamo letteralmente plasmando il cervello che avremo domani.
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ESTATE E CERVELLO: LE NEUROSCIENZE DEL CAMBIO DI STAGIONECome il sistema nervoso si adatta all’aumento della luce, del c...
13/06/2026

ESTATE E CERVELLO: LE NEUROSCIENZE DEL CAMBIO DI STAGIONE
Come il sistema nervoso si adatta all’aumento della luce, del caldo e dell’attività fisica

Di Rino Mastromauro

L’estate non modifica soltanto il paesaggio e le nostre abitudini quotidiane. Il passaggio dalla primavera alla stagione estiva rappresenta una vera e propria sfida neurobiologica che coinvolge cervello, sistema endocrino, apparato cardiovascolare e metabolismo energetico. Le neuroscienze moderne dimostrano come l’aumento delle ore di luce, delle temperature ambientali e dell’attività sociale induca una serie di adattamenti che influenzano il nostro comportamento, l’umore, le prestazioni cognitive e la capacità di sostenere lo sforzo fisico.
Luce solare, serotonina e benessere mentale
Uno dei principali fattori che caratterizzano l’estate è il prolungamento dell’esposizione alla luce naturale. La retina non si limita a svolgere una funzione visiva, ma comunica direttamente con il nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo, il principale “orologio biologico” dell’organismo.
L’incremento della luce diurna modifica la produzione di melatonina e aumenta l’attività serotoninergica. La serotonina è un neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell’umore, della motivazione, dell’appetito e delle relazioni sociali. Numerosi studi hanno evidenziato che durante i mesi più luminosi aumenta la disponibilità cerebrale di serotonina, contribuendo a una maggiore sensazione di energia e benessere psicologico (Lambert et al., 2002).
Parallelamente, si osserva un aumento dell’attività dopaminergica nei circuiti della ricompensa, fenomeno che favorisce la ricerca di nuove esperienze, il movimento e la socializzazione.

Il cervello sotto stress termico
Se la luce esercita effetti generalmente positivi, l’aumento della temperatura rappresenta invece una sfida fisiologica significativa.
Il cervello umano è estremamente sensibile alle variazioni termiche. Quando la temperatura corporea aumenta, l’ipotalamo attiva meccanismi di dissipazione del calore attraverso vasodilatazione periferica e sudorazione. Questi processi richiedono energia e un costante monitoraggio da parte del sistema nervoso autonomo.
Le ricerche mostrano che il caldo eccessivo può compromettere diverse funzioni cognitive, tra cui:

attenzione sostenuta;
memoria di lavoro;
velocità di elaborazione delle informazioni;
capacità decisionali;
controllo motorio fine.

Secondo Gaoua (2010), anche modesti aumenti della temperatura interna possono ridurre significativamente le prestazioni cognitive, soprattutto durante attività che richiedono elevata concentrazione.

Percezione della fatica e ruolo del cervello
Negli ultimi anni le neuroscienze dello sport hanno dimostrato che la fatica non dipende esclusivamente dai muscoli.
La cosiddetta “Central Fatigue Theory” suggerisce che il cervello moduli continuamente l’intensità dello sforzo per proteggere l’organismo dal rischio di danni fisiologici. Durante l’estate il sistema nervoso centrale aumenta la percezione della fatica prima che venga raggiunto un livello critico di temperatura corporea.
Questo significa che molti sportivi possono sentirsi più stanchi pur mantenendo livelli di performance muscolare apparentemente invariati. Non si tratta di debolezza o mancanza di allenamento, ma di un sofisticato meccanismo di protezione neurale.
Chi continua ad allenarsi in palestra: quali accorgimenti adottare?
Per chi pratica attività fisica regolarmente, l’estate richiede alcune strategie specifiche.

1. Idratazione cerebrale e muscolare
Una perdita di liquidi superiore all’1-2% del peso corporeo può alterare memoria, attenzione, coordinazione e capacità di reazione (Sawka et al., 2005).

È consigliabile:
bere regolarmente durante tutta la giornata;
assumere acqua prima dell’allenamento;
reintegrare elettroliti dopo esercizi particolarmente intensi.

2. Modulare il carico di lavoro
Le temperature elevate aumentano lo stress cardiovascolare.
Può risultare utile:
ridurre temporaneamente il volume di allenamento;
aumentare i tempi di recupero;
privilegiare esercizi multiarticolari ben controllati;
programmare le sedute nelle ore più fresche.

3. Nutrizione neuroprotettiva
Il cervello produce una maggiore quantità di radicali liberi durante gli stati di stress termico.
L’alimentazione dovrebbe includere:

frutta e verdura di stagione;
omega-3;
alimenti ricchi di polifenoli;
adeguato apporto proteico per il recupero neuromuscolare.

Sonno e recupero cerebrale
Uno degli effetti meno considerati dell’estate riguarda la qualità del sonno.
Temperature notturne elevate possono ridurre il sonno profondo e alterare i processi di consolidamento della memoria e recupero neuronale. Dormire in ambienti freschi, limitare l’esposizione alla luce artificiale serale e mantenere orari regolari favorisce la neuroplasticità e il recupero psicofisico.
L’estate rappresenta una fase di profondo adattamento per il cervello umano. L’aumento della luce migliora l’umore attraverso serotonina e dopamina, mentre il caldo richiede una continua regolazione neurofisiologica per mantenere l’equilibrio interno. Comprendere questi meccanismi permette di ottimizzare benessere, prestazioni cognitive e attività sportiva, trasformando il cambio di stagione in un’opportunità di crescita e adattamento biologico.

Riferimenti bibliografici
Cajochen, C. (2007). Alerting effects of light. Sleep Medicine Reviews, 11(6), 453-464.

Gaoua, N. (2010). Cognitive function in hot environments: A question of methodology. Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 20(3), 60-70.

Lambert, G. W., Reid, C., Kaye, D. M., Jennings, G. L., & Esler, M. D. (2002). Effect of sunlight and season on serotonin turnover in the brain. The Lancet, 360(9348), 1840-1842.

Sawka, M. N., Cheuvront, S. N., & Carter, R. (2005). Human water needs. Nutrition Reviews, 63(6), S30-S39.

Walker, M. P. (2017). Why We Sleep: Unlocking the Power of Sleep and Dreams. New York: Scribner.

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GRAVIDANZA E CERVELLO MATERNO: come cambiano postura, emozioni, dolore e percezione del corpoDi Rino Mastromauro La grav...
06/06/2026

GRAVIDANZA E CERVELLO MATERNO: come cambiano postura, emozioni, dolore e percezione del corpo

Di Rino Mastromauro

La gravidanza rappresenta una delle trasformazioni neurobiologiche più profonde nella vita di una donna. Oggi le neuroscienze dimostrano che non si tratta soltanto di cambiamenti ormonali temporanei, ma di una vera riorganizzazione cerebrale capace di influenzare emozioni, postura, percezione del dolore e immagine corporea. Recenti studi di neuroimaging hanno evidenziato modificazioni della materia grigia e della connettività neuronale nelle aree coinvolte nell’empatia, nella regolazione affettiva e nella cognizione sociale (Barba-Müller et al., 2019; Cainelli et al., 2024). Tali adattamenti sembrano avere una funzione evolutiva: preparare il cervello materno alla cura del neonato e alla gestione della relazione madre-bambino.
Dal punto di vista biomeccanico, la gravidanza modifica progressivamente l’equilibrio corporeo. L’aumento del volume addominale determina uno spostamento del baricentro in avanti e un incremento della lordosi lombare, con conseguenti adattamenti muscolari e articolari. Secondo uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Healthcare, le alterazioni posturali risultano strettamente associate all’intensità del dolore lombare e pelvico, soprattutto nelle donne multipare (Popajewski et al., 2024). Il dolore in gravidanza, tuttavia, non dipende esclusivamente da fattori meccanici: il sistema nervoso centrale diventa più sensibile agli stimoli corporei, modulando la percezione dolorifica attraverso processi neuroendocrini complessi.
Anche la sfera emotiva subisce profonde modificazioni. Gli elevati livelli di estrogeni e progesterone influenzano direttamente le reti neuronali coinvolte nella regolazione dell’umore, favorendo oscillazioni emotive, maggiore sensibilità e vulnerabilità psicologica. Parallelamente, il cervello materno mostra un aumento della responsività agli stimoli sociali ed emotivi, in particolare a quelli legati ai segnali infantili (Hoekzema et al., 2022). Sebbene tali cambiamenti abbiano una funzione adattiva, possono anche aumentare il rischio di ansia e depressione perinatale, oggi considerate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una priorità clinica globale (WHO, 2024).
Un altro aspetto centrale riguarda la percezione del corpo. Durante la gestazione molte donne sperimentano una ridefinizione della propria immagine corporea, spesso accompagnata da vissuti ambivalenti. Da un lato il corpo viene percepito come generativo e funzionale; dall’altro, le rapide trasformazioni fisiche possono generare disagio, soprattutto in contesti culturali dominati da modelli estetici rigidi. Studi longitudinali recenti dimostrano che una percezione negativa del proprio corpo in gravidanza può persistere anche nel post-partum e associarsi a difficoltà emotive e relazionali (Spinoni et al., 2023).
Nel complesso, la gravidanza appare come un processo integrato in cui cervello, emozioni e corpo si modificano simultaneamente. Comprendere questi cambiamenti significa riconoscere la maternità non soltanto come evento biologico, ma come esperienza neuropsicologica complessa che coinvolge identità, percezione corporea e adattamento emotivo.

Riferimenti bibliografici
Barba-Müller, E., Craddock, S., Carmona, S., & Hoekzema, E. (2019). Brain plasticity in pregnancy and the postpartum period. Trends in Neurosciences, 42(12), 945–957.

Cainelli, E., et al. (2024). The mother–child interface: A neurobiological perspective. Progress in Neurobiology.

Hoekzema, E., et al. (2022). Pregnancy leads to long-lasting changes in human brain structure. Nature Neuroscience.

Popajewski, M., et al. (2024). Maternal parity effect on spine posture changes and back pain during pregnancy. Healthcare, 12(22), 2202.

Spinoni, M., et al. (2023). A prospective study on body image disturbances during pregnancy and postpartum. Frontiers in Psychology, 14.

World Health Organization. (2024). Perinatal mental health and maternal wellbeing. WHO.

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Gli ADOLESCENTI di oggi sono davvero più fragili o solo più stressati neurologicamente?Di Rino Mastromauro C’è una frase...
30/05/2026

Gli ADOLESCENTI di oggi sono davvero più fragili o solo più stressati neurologicamente?

Di Rino Mastromauro

C’è una frase che si sente ripetere sempre più spesso: “I ragazzi di oggi sono fragili.”
Fragili emotivamente, meno resilienti, più vulnerabili allo stress, meno tolleranti alla frustrazione. Ma siamo sicuri che il problema sia davvero una debolezza caratteriale?
Le neuroscienze moderne stanno iniziando a suggerire una lettura molto diversa: molti adolescenti non sono più fragili, ma più esposti a uno stato di stress neurologico cronico.
L’adolescenza, infatti, rappresenta una delle fasi più delicate dello sviluppo cerebrale. Il cervello è in piena riorganizzazione neurobiologica, soprattutto nelle aree coinvolte nella regolazione emotiva, nel controllo degli impulsi e nella gestione dello stress.
Secondo una revisione pubblicata nel 2024 sulla rivista Children and Youth Services Review, l’aumento dell’esposizione digitale negli adolescenti è associato a livelli più elevati di ansia, sintomi depressivi, alterazioni del sonno e riduzione dell’attività fisica (Domoff SE et al., 2024).
Ed è proprio l’ambiente moderno ad essere profondamente cambiato.
Gli adolescenti di oggi vivono immersi in:
notifiche continue,
iperconnessione,
confronto sociale permanente,
stimolazione rapida,
riduzione dei tempi di recupero mentale,
sonno insufficiente,
sedentarietà crescente.
Dal punto di vista neurofisiologico, il cervello adolescenziale è particolarmente sensibile ai circuiti dopaminergici della ricompensa. Social media e piattaforme digitali sfruttano continuamente questi meccanismi attraverso:
novità rapide,
feedback immediati,
scrolling infinito,
gratificazione istantanea.
Nel tempo il sistema nervoso si abitua a livelli elevati di stimolazione e può diventare meno tollerante alla lentezza, alla noia e alla concentrazione prolungata.
Anche il sonno gioca un ruolo centrale. Una recente ricerca pubblicata nel Preventing Chronic Disease Journal del CDC nel 2025 ha evidenziato come l’eccessivo utilizzo serale dei dispositivi digitali sia associato a peggior qualità del sonno, aumento dello stress percepito e maggiore vulnerabilità psicologica negli adolescenti (Centers for Disease Control and Prevention, 2025).
E quando il cervello dorme meno, diventa biologicamente più vulnerabile allo stress.
Ma esiste un altro elemento spesso sottovalutato: il movimento.
Molti adolescenti oggi si muovono significativamente meno rispetto alle generazioni precedenti. Questo non influisce soltanto sulla forma fisica, ma anche sulla salute neurologica e psicologica.
L’attività fisica, infatti:
modula il cortisolo,
migliora la neuroplasticità,
aumenta serotonina e dopamina,
riduce l’iperattivazione ansiosa,
migliora attenzione e qualità del sonno.
Uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Public Health ha mostrato che livelli più elevati di attività fisica sono associati a una riduzione significativa dell’impatto negativo dello screen time sulla salute mentale degli adolescenti (Zhang Y. et al., 2025).
Quando invece un ragazzo:
dorme poco,
si muove poco,
vive costantemente online,
riceve stimoli continui,
non ha reali spazi di recupero,
il sistema nervoso entra più facilmente in una condizione di ipervigilanza cronica.
Ed è qui che possono comparire:
irritabilità,
stanchezza persistente,
tensioni corporee,
difficoltà attentive,
ansia,
somatizzazioni,
instabilità emotiva.
Non è semplicemente fragilità.
È neurobiologia adattativa.
Naturalmente sarebbe riduttivo attribuire tutto agli smartphone o ai social network. Esistono anche fattori familiari, scolastici, relazionali ed economici che influenzano profondamente la salute mentale giovanile. Tuttavia, ignorare l’impatto neurologico dello stile di vita moderno sarebbe altrettanto superficiale.
Forse allora la domanda corretta non è se i ragazzi siano più deboli.
La vera domanda è:
il cervello adolescenziale moderno sta vivendo condizioni compatibili con uno sviluppo sano?
Perché un sistema nervoso continuamente sotto pressione non diventa più forte.
Diventa semplicemente più stanco.

Bibliografia essenziale
Domoff SE, Borgen AL, Robinson CD et al. Digital media use and adolescent mental health outcomes: recent evidence and clinical implications. Children and Youth Services Review. 2024.
Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Screen use, sleep quality, and psychological stress in adolescents. Preventing Chronic Disease Journal. 2025.
Zhang Y., Li X., Chen H. et al. Physical activity moderates the association between screen time and mental health in adolescents. Journal of Public Health. 2025.

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STRESS CRONICO: quando il corpo resta in modalità sopravvivenzaDi Rino MastromauroLo stress, in origine, è un meccanismo...
23/05/2026

STRESS CRONICO: quando il corpo resta in modalità sopravvivenza

Di Rino Mastromauro

Lo stress, in origine, è un meccanismo di difesa. È ciò che permette all’organismo di reagire rapidamente davanti a un pericolo: aumentano battito cardiaco, pressione arteriosa, vigilanza mentale e produzione di energia. In condizioni normali, una volta cessata la minaccia, il corpo torna in equilibrio. Il problema nasce quando l’allarme non si spegne mai.
Ultime ricerche neuroscientifiche mostrano che lo stress cronico non è soltanto una condizione psicologica, ma un vero stato biologico persistente. Quando il cervello percepisce un pericolo continuo — anche solo emotivo o lavorativo — mantiene attivo l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse HPA), il sistema neuroendocrino che regola la produzione di cortisolo, il cosiddetto “ormone dello stress”.
Nel breve termine il cortisolo è utile: aumenta attenzione, energia e capacità di reazione. Ma se resta elevato per settimane o mesi, l’organismo entra in una modalità di sopravvivenza permanente. È qui che iniziano le conseguenze più profonde.
Recenti studi evidenziano che l’iperattivazione cronica dell’asse HPA altera il funzionamento di aree fondamentali del cervello. La corteccia prefrontale, responsabile di lucidità, pianificazione e controllo emotivo, riduce la propria efficienza. L’ippocampo, coinvolto nella memoria e nell’orientamento temporale, subisce una riduzione della neuroplasticità. Parallelamente, l’amigdala — il centro cerebrale della paura — diventa iperattiva. Il risultato è un cervello costantemente orientato alla minaccia.
Molte persone descrivono questa condizione con frasi apparentemente semplici: “Non riesco a staccare”, “Mi sento sempre in allerta”, “Anche quando riposo sono esausto”. In realtà, dietro questi sintomi esiste un preciso meccanismo neurobiologico. Il sistema nervoso autonomo resta bloccato in stato di iperattivazione, consumando energia e riducendo la capacità di recupero fisico e mentale.
Le conseguenze coinvolgono tutto l’organismo. Il sonno diventa frammentato, aumenta l’infiammazione sistemica, si alterano metabolismo e sistema immunitario. Alcune ricerche collegano lo stress cronico anche a fenomeni di neuroinfiammazione e modificazioni epigenetiche, cioè cambiamenti nell’espressione genica indotti dall’ambiente e dagli stili di vita.
Un aspetto particolarmente interessante emerso negli ultimi studi riguarda la percezione del tempo. Sotto stress cronico, il cervello fatica a creare “marcatori” mnestici chiari: giorni, settimane e mesi sembrano confondersi in un presente continuo dominato dall’urgenza. È il tipico vissuto di chi sente che il tempo “evapora” senza riuscire realmente a viverlo.
La buona notizia è che il cervello conserva una straordinaria capacità di adattamento. Sonno regolare, attività fisica moderata, relazioni sociali sane, mindfulness e tecniche di respirazione hanno dimostrato effetti concreti nella riduzione dell’attivazione cronica del sistema dello stress. Anche la psicoterapia cognitivo-comportamentale si è rivelata efficace nel interrompere i circuiti mentali che mantengono il corpo in costante allerta.
Comprendere lo stress cronico significa superare l’idea semplicistica di “stanchezza mentale”. Significa riconoscere che il corpo umano non è progettato per vivere permanentemente in emergenza. Quando la sopravvivenza diventa uno stato continuo, il prezzo biologico e psicologico può essere molto alto.
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IL CORPO NON MENTE: come postura, stress e traumi emotivi modificano dolore, movimento e saluteDi Rino Mastromauro Per m...
16/05/2026

IL CORPO NON MENTE: come postura, stress e traumi emotivi modificano dolore, movimento e salute

Di Rino Mastromauro

Per molto tempo il corpo è stato considerato una macchina composta da muscoli, articolazioni e tessuti da “riparare” quando compare dolore. Oggi neuroscienze, psicologia clinica e medicina del dolore mostrano una realtà molto più complessa: mente e corpo costituiscono un unico sistema integrato.
La postura cambia sotto stress. Il dolore modifica il movimento. Le emozioni influenzano respirazione, tono muscolare e percezione corporea. In altre parole, il corpo racconta continuamente ciò che accade nel sistema nervoso.
Dal punto di vista neurofisiologico, la postura non è semplicemente “stare dritti”, ma il risultato dell’interazione tra cervello, equilibrio, respirazione, vista, propriocettività e stato emotivo. Quando il cervello percepisce una minaccia — fisica o psicologica — modifica automaticamente il comportamento motorio e posturale.
Per questo motivo stress cronico, ansia e sovraccarico emotivo possono favorire:
rigidità cervicale,
tensione lombare,
spalle elevate,
respirazione superficiale,
affaticamento persistente,
riduzione della mobilità.
Non si tratta di suggestione, ma di adattamenti biologici reali. Il sistema nervoso autonomo, attraverso un’eccessiva attivazione simpatica, mantiene il corpo in uno stato di allerta prolungato. Il risultato è una maggiore tensione muscolare e una minore capacità di recupero.
Anche il dolore oggi viene interpretato in modo diverso rispetto al passato. Non dipende esclusivamente da un danno anatomico, ma dall’elaborazione che il cervello fa delle informazioni provenienti dal corpo e dall’ambiente.
Stress, qualità del sonno, emozioni, esperienze precedenti, paura del movimento e stile di vita possono aumentare la sensibilità del sistema nervoso. Per questo due persone con la stessa risonanza magnetica possono avere sintomi completamente differenti.
Il dolore, infatti, non misura solo il danno tissutale: misura soprattutto il livello di minaccia percepita dal cervello.
Un ruolo importante è svolto anche dai traumi emotivi. Esperienze traumatiche o periodi di forte stress possono alterare i sistemi neurobiologici che regolano sicurezza, attenzione e risposta allo stress. In molte persone ciò si traduce in ipervigilanza, rigidità corporea, difficoltà respiratorie e tensione muscolare persistente.
Il corpo conserva strategie adattive sviluppate per proteggersi. Strategie utili nel breve termine, ma che nel tempo possono contribuire a dolore cronico, limitazioni motorie e affaticamento.
In questo contesto il movimento assume un ruolo centrale. L’attività fisica adattata non agisce solo sui muscoli, ma anche sul cervello e sul sistema nervoso. Un esercizio ben dosato può migliorare regolazione emotiva, qualità del sonno, resilienza allo stress e percezione del dolore.
Muoversi in modo graduale e sicuro aiuta il cervello a percepire nuovamente il corpo come affidabile, riducendo paura, tensione e rigidità.
La salute, quindi, non può essere ridotta alla sola biomeccanica o alla sola dimensione psicologica. Il modello biopsicosociale integra neuroscienze, comportamento, emozioni, movimento e stile di vita, offrendo una visione più moderna e realistica della persona.
Il corpo non mente: spesso esprime ciò che il sistema nervoso non riesce più a compensare. Comprendere questa connessione significa superare la separazione tra mente e corpo e sviluppare un approccio clinico più completo, scientifico e umano.

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DOLORE CRONICO E ADHD: un legame nascosto che passa dalla menteDi Rino Mastromauro Il dolore cronico non è solo una ques...
09/05/2026

DOLORE CRONICO E ADHD: un legame nascosto che passa dalla mente

Di Rino Mastromauro

Il dolore cronico non è solo una questione fisica. Sempre più studi dimostrano che emozioni, pensieri e condizioni psicologiche giocano un ruolo fondamentale nel modo in cui percepiamo il dolore. Una recente ricerca pubblicata su Scientific Reports ha esplorato un aspetto ancora poco conosciuto: il legame tra dolore cronico e disturbi del neurosviluppo, in particolare l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività).
Lo studio ha coinvolto quasi mille pazienti in Giappone, tutti affetti da dolore persistente da almeno tre mesi. I ricercatori hanno analizzato non solo l’intensità del dolore, ma anche fattori come ansia, depressione, qualità della vita e modalità di pensiero legate al dolore stesso.
Uno dei risultati più sorprendenti riguarda proprio l’ADHD: circa il 17% dei partecipanti mostrava sintomi compatibili con questo disturbo, una percentuale che saliva fino a oltre il 27% nei casi di dolore più grave. Si tratta di valori molto più alti rispetto alla popolazione generale. Al contrario, i tratti legati all’autismo non sembrano avere un impatto significativo sull’intensità del dolore.
Ma il punto chiave è un altro: l’ADHD non aumenta direttamente il dolore. Il collegamento è più sottile e passa attraverso la sfera emotiva. Le persone con sintomi ADHD tendono infatti a sperimentare più facilmente ansia e depressione. Questi stati emotivi, a loro volta, amplificano la percezione del dolore.
In alcuni casi entra in gioco anche un meccanismo chiamato “catastrofizzazione”: una tendenza a interpretare il dolore in modo estremamente negativo, come qualcosa di incontrollabile o destinato a peggiorare. Questo tipo di pensiero può rendere il dolore ancora più intenso e difficile da gestire.
In altre parole, l’ADHD può rendere una persona più vulnerabile non tanto al dolore in sé, ma al modo in cui lo vive e lo interpreta.
Questi risultati hanno implicazioni importanti. Spesso, nei percorsi di cura del dolore cronico, gli aspetti psicologici vengono sottovalutati. Questo studio suggerisce invece che riconoscere e trattare condizioni come l’ADHD, insieme ad ansia e depressione, potrebbe migliorare significativamente la qualità della vita dei pazienti.
Gli autori propongono quindi un approccio più integrato: non solo farmaci per il dolore, ma anche supporto psicologico e strategie per gestire i pensieri negativi. Interventi come la terapia cognitivo-comportamentale possono aiutare a “rompere” il circolo tra emozioni e dolore.
Naturalmente, lo studio ha alcuni limiti: si basa su questionari e non su diagnosi cliniche complete, e riguarda solo pazienti giapponesi. Tuttavia, offre un’indicazione chiara: il dolore cronico è un fenomeno complesso, e per affrontarlo davvero bisogna considerare anche ciò che accade nella mente.

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PERSONALITÀ E SCELTA DI CARRIERA: il ruolo dei tratti oscuri nelle traiettorie professionaliDi Rino Mastromauro Nel pano...
01/05/2026

PERSONALITÀ E SCELTA DI CARRIERA: il ruolo dei tratti oscuri nelle traiettorie professionali

Di Rino Mastromauro

Nel panorama della psicologia delle differenze individuali, il legame tra personalità e scelta di carriera rappresenta un ambito di ricerca consolidato ma ancora in evoluzione. Accanto ai modelli tradizionali—come i Big Five—negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per la cosiddetta triade oscura: psicopatia subclinica, machiavellismo e narcisismo. Questi tratti, pur associati a esiti interpersonali problematici, offrono una lente utile per comprendere perché alcuni individui siano particolarmente attratti da contesti professionali ad alta competizione e visibilità.
La letteratura suggerisce che livelli elevati di narcisismo siano correlati a un forte orientamento verso ruoli di leadership. Il bisogno di ammirazione, unito a un’immagine grandiosa di sé, può spingere l’individuo a cercare posizioni che garantiscano status, riconoscimento e potere decisionale. Non sorprende quindi che settori come management, politica o imprenditoria risultino particolarmente attrattivi per profili narcisistici, i quali tendono a percepire tali ambienti come palcoscenici ideali per l’espressione del sé.
Il machiavellismo, caratterizzato da strategia, freddezza emotiva e orientamento al controllo, appare invece funzionale in contesti dove la negoziazione e la gestione delle relazioni sono centrali. Carriere in ambito aziendale, finanza o consulenza possono beneficiare—almeno nel breve termine—di queste competenze, specialmente in ambienti competitivi dove la capacità di influenzare gli altri rappresenta un vantaggio adattivo.
La psicopatia subclinica, infine, si distingue per impulsività, ricerca di sensazioni forti e bassa avversione al rischio. Tali caratteristiche possono orientare verso professioni dinamiche, ad alto stimolo o con margini di incertezza elevati, come alcune aree della tecnologia, del trading o persino settori creativi. In questi contesti, la tolleranza al rischio e la rapidità decisionale possono tradursi in performance elevate, sebbene accompagnate da potenziali costi etici e relazionali.
È tuttavia riduttivo considerare la triade oscura come un blocco monolitico. Studi recenti evidenziano come le diverse sfaccettature di questi tratti si associno in modo differenziato agli interessi professionali. Ad esempio, alcune componenti del narcisismo (come l’assertività) possono favorire l’ingresso in professioni creative, dove l’espressione individuale è valorizzata, mentre aspetti più manipolativi del machiavellismo si allineano a contesti organizzativi complessi. Analogamente, la ricerca di stimoli tipica della psicopatia può tradursi in una preferenza per ambienti tecnologici o orientati all’innovazione.
In una prospettiva applicativa, questi risultati invitano a superare una visione moralistica della personalità, promuovendo invece un approccio funzionale: determinati tratti, anche se socialmente controversi, possono risultare adattivi in specifici contesti lavorativi. Ciò non implica ignorarne i rischi, ma piuttosto comprenderne le dinamiche per favorire ambienti professionali più consapevoli e sistemi di selezione più raffinati.
La relazione tra personalità e carriera non è lineare, ma profondamente sfaccettata. I tratti oscuri, lungi dall’essere esclusivamente disfunzionali, contribuiscono a orientare le scelte professionali in modi complessi, aprendo nuove prospettive per la ricerca e per la pratica nell’ambito dell’orientamento e dello sviluppo di carriera.

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