12/09/2026
L’ATTIVITÀ FISICA È UNA TERAPIA PER IL SISTEMA NERVOSO.
Di Rino Mastromauro
Negli ultimi anni la ricerca neuroscientifica ha ridefinito il ruolo dell’attività fisica, riconoscendola come un intervento capace di modulare direttamente i circuiti cerebrali e i sistemi di regolazione dell’organismo. Meta-analisi recenti confermano che l’esercizio produce una riduzione significativa dei sintomi depressivi e ansiosi, con effetti osservabili in diverse popolazioni cliniche (Noetel et al., 2024; Zhou et al., 2025). Tuttavia, il dato clinico rappresenta solo la superficie di un processo più profondo, che coinvolge l’integrazione tra cervello, corpo e sistema nervoso autonomo.
In questo contesto, il nervo vagoassume un ruolo centrale. Secondo la Teoria Polivagale (Porges, 2011), il sistema nervoso autonomo non è un semplice regolatore omeostatico, ma un sistema gerarchico coinvolto nella regolazione emotiva, nella sicurezza percepita e nei comportamenti sociali. L’attività fisica, in particolare quella aerobica e ritmica, sembra influenzare il tono vagale, migliorando la capacità dell’organismo di passare da stati di attivazione difensiva a stati di regolazione più flessibili.
Un indicatore chiave di questo processo è la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), considerata un marker della funzionalità vagale. Studi recenti mostrano che l’esercizio regolare aumenta l’HRV, suggerendo un miglioramento della regolazione autonoma e della resilienza allo stress (Shaffer & Ginsberg, 2017). Questo dato è particolarmente rilevante nei disturbi dell’umore, dove si osserva frequentemente una riduzione del tono vagale.
Parallelamente, l’attività fisica modula i processi di interocezione, ovvero la capacità di percepire e integrare i segnali provenienti dal corpo (Craig, 2002). L’interocezione rappresenta un ponte fondamentale tra fisiologia e esperienza soggettiva: alterazioni in questo sistema sono associate a disturbi come ansia e depressione. Muoversi significa aumentare la qualità e la variabilità dei segnali corporei, favorendo una maggiore integrazione cortico-viscerale, in particolare nelle aree dell’insula e della corteccia cingolata anteriore.
Dal punto di vista neurochimico, l’esercizio continua a mostrare effetti sui sistemi monoaminergici (serotonina, dopamina) e sui fattori neurotrofici come il BDNF, contribuendo alla plasticità neuronale (Larsson et al., 2025). Tuttavia, il modello emergente suggerisce che questi effetti non siano indipendenti, ma integrati all’interno di un sistema più ampio di regolazione corpo-cervello.
In questa prospettiva, l’attività fisica può essere interpretata come un intervento capace di agire simultaneamente su più livelli: neurobiologico, autonomico e percettivo. Non si limita a “migliorare l’umore”, ma interviene sulla capacità dell’organismo di autoregolarsi, modulando la relazione tra stati corporei e stati mentali.
La conclusione che emerge è chiara: il movimento rappresenta uno dei principali strumenti di accesso alla regolazione del sistema nervoso, in quanto agisce direttamente sui circuiti che integrano interocezione, emozione e risposta autonoma.
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