Rino Mastromauro Osteopata e Psicologo Clinico e della Salute

Rino Mastromauro  Osteopata e Psicologo Clinico e della Salute Osteopata - Psicologo Clinico e della Salute - Posturologo - Specialista in Fitness/Body Building, Wellness - Formatore

L’ATTIVITÀ FISICA È UNA TERAPIA PER IL SISTEMA NERVOSO.Di Rino MastromauroNegli ultimi anni la ricerca neuroscientifica ...
12/09/2026

L’ATTIVITÀ FISICA È UNA TERAPIA PER IL SISTEMA NERVOSO.

Di Rino Mastromauro

Negli ultimi anni la ricerca neuroscientifica ha ridefinito il ruolo dell’attività fisica, riconoscendola come un intervento capace di modulare direttamente i circuiti cerebrali e i sistemi di regolazione dell’organismo. Meta-analisi recenti confermano che l’esercizio produce una riduzione significativa dei sintomi depressivi e ansiosi, con effetti osservabili in diverse popolazioni cliniche (Noetel et al., 2024; Zhou et al., 2025). Tuttavia, il dato clinico rappresenta solo la superficie di un processo più profondo, che coinvolge l’integrazione tra cervello, corpo e sistema nervoso autonomo.
In questo contesto, il nervo vagoassume un ruolo centrale. Secondo la Teoria Polivagale (Porges, 2011), il sistema nervoso autonomo non è un semplice regolatore omeostatico, ma un sistema gerarchico coinvolto nella regolazione emotiva, nella sicurezza percepita e nei comportamenti sociali. L’attività fisica, in particolare quella aerobica e ritmica, sembra influenzare il tono vagale, migliorando la capacità dell’organismo di passare da stati di attivazione difensiva a stati di regolazione più flessibili.
Un indicatore chiave di questo processo è la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), considerata un marker della funzionalità vagale. Studi recenti mostrano che l’esercizio regolare aumenta l’HRV, suggerendo un miglioramento della regolazione autonoma e della resilienza allo stress (Shaffer & Ginsberg, 2017). Questo dato è particolarmente rilevante nei disturbi dell’umore, dove si osserva frequentemente una riduzione del tono vagale.
Parallelamente, l’attività fisica modula i processi di interocezione, ovvero la capacità di percepire e integrare i segnali provenienti dal corpo (Craig, 2002). L’interocezione rappresenta un ponte fondamentale tra fisiologia e esperienza soggettiva: alterazioni in questo sistema sono associate a disturbi come ansia e depressione. Muoversi significa aumentare la qualità e la variabilità dei segnali corporei, favorendo una maggiore integrazione cortico-viscerale, in particolare nelle aree dell’insula e della corteccia cingolata anteriore.
Dal punto di vista neurochimico, l’esercizio continua a mostrare effetti sui sistemi monoaminergici (serotonina, dopamina) e sui fattori neurotrofici come il BDNF, contribuendo alla plasticità neuronale (Larsson et al., 2025). Tuttavia, il modello emergente suggerisce che questi effetti non siano indipendenti, ma integrati all’interno di un sistema più ampio di regolazione corpo-cervello.
In questa prospettiva, l’attività fisica può essere interpretata come un intervento capace di agire simultaneamente su più livelli: neurobiologico, autonomico e percettivo. Non si limita a “migliorare l’umore”, ma interviene sulla capacità dell’organismo di autoregolarsi, modulando la relazione tra stati corporei e stati mentali.
La conclusione che emerge è chiara: il movimento rappresenta uno dei principali strumenti di accesso alla regolazione del sistema nervoso, in quanto agisce direttamente sui circuiti che integrano interocezione, emozione e risposta autonoma.

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IL MOVIMENTO RISCRIVE L’ESPERIENZA : cervello, corpo e predizioneDi Rino MastromauroLe neuroscienze contemporanee hanno ...
05/09/2026

IL MOVIMENTO RISCRIVE L’ESPERIENZA : cervello, corpo e predizione

Di Rino Mastromauro

Le neuroscienze contemporanee hanno progressivamente adottato un modello di cervello predittivo, in cui la percezione e l’esperienza emergono dall’integrazione tra previsioni interne e segnali corporei. In questo contesto, l’interocezione assume un ruolo centrale, rappresentando il canale attraverso cui il cervello monitora lo stato fisiologico dell’organismo (Craig, 2002; Seth, 2013).
L’attività fisica si inserisce in questo modello come un potente modulatore degli input interocettivi. Durante il movimento, il corpo genera segnali complessi legati a frequenza cardiaca, respirazione, tensione muscolare e stato viscerale. Questi segnali vengono integrati dal cervello per aggiornare i modelli predittivi, riducendo l’errore tra aspettativa e realtà. In altre parole, muoversi significa offrire al cervello nuove informazioni per ricalibrare la percezione di sé e dell’ambiente.
Le evidenze empiriche mostrano che livelli più elevati di attività fisica sono associati a una riduzione dei sintomi depressivi e a un miglioramento della qualità della vita, con una relazione dose-risposta significativa (Shen et al., 2026). Tuttavia, il miglioramento non è spiegabile esclusivamente in termini cognitivi. Meta-analisi indicano infatti che i benefici sulle funzioni esecutive e attentive non sono sufficienti a giustificare l’intero effetto antidepressivo (Ren et al., 2025).
Questo suggerisce che il cambiamento avvenga a un livello più profondo, legato alla regolazione del sistema nervoso autonomo e alla qualità dell’integrazione interocettiva. In linea con la Teoria Polivagale (Porges, 2011), l’attività fisica può favorire uno stato di maggiore sicurezza neurofisiologica, migliorando la flessibilità tra attivazione simpatica e regolazione vagale. Questo si traduce in una maggiore capacità di gestire lo stress e di modulare le risposte emotive.
Inoltre, l’esercizio influenza i sistemi di regolazione dello stress, contribuendo alla modulazione del cortisolo e migliorando l’adattamento agli stimoli ambientali. Questo effetto è coerente con una visione integrata della salute, in cui mente e corpo non sono separati, ma parte di un unico sistema dinamico.
Le revisioni sistematiche più recenti confermano che l’attività fisica produce benefici su depressione, ansia e funzionamento globale attraverso meccanismi combinati biologici, psicologici e comportamentali (Singh et al., 2023; Munro et al., 2025). Tuttavia, il contributo specifico dell’interocezione e della regolazione autonomica rappresenta una delle aree più promettenti della ricerca attuale.
In conclusione, l’attività fisica non è semplicemente un comportamento salutare, ma un vero e proprio strumento di regolazione dell’esperienza. Attraverso la modulazione dell’interocezione e del nervo vago, il movimento consente al cervello di aggiornare continuamente i propri modelli interni, migliorando la coerenza tra corpo, emozione e cognizione.
Questo porta a una implicazione clinica fondamentale: la regolazione emotiva passa inevitabilmente attraverso il corpo. E il movimento rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui questa regolazione può essere facilitata e potenziata.

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31/08/2026
LA FASCIA  nuova frontiera nella comprensione della menteDi Rino Mastromauro L’evoluzione dei modelli teorici in ambito ...
29/08/2026

LA FASCIA nuova frontiera nella comprensione della mente

Di Rino Mastromauro

L’evoluzione dei modelli teorici in ambito psichiatrico e psicologico sta progressivamente conducendo verso una concezione integrata del funzionamento umano, nella quale i processi mentali emergono dall’interazione dinamica tra sistemi neurobiologici, corporei e ambientali. In tale prospettiva, il recente contributo pubblicato su Frontiers in Psychiatry (Shah et al., 2026) introduce un paradigma innovativo, proponendo la fascia come un elemento chiave nel continuum mente–corpo.
Tradizionalmente considerata un tessuto connettivo di supporto, la fascia è oggi riconosciuta come una rete tridimensionale altamente innervata e metabolicamente attiva, implicata nella trasmissione di segnali meccanici e sensoriali al sistema nervoso centrale. Essa partecipa a funzioni quali propriocezione, nocicezione e meccanotrasduzione, contribuendo in modo significativo ai processi di interocezione, ovvero alla percezione e integrazione degli stati interni corporei (Shah et al., 2026). Tale ruolo la colloca in una posizione strategica nei modelli contemporanei di regolazione emotiva e di costruzione dell’esperienza soggettiva.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda l’impatto dello stress cronico sulla fisiologia fasciale. L’attivazione prolungata dei sistemi di stress può determinare modificazioni strutturali e funzionali del tessuto fasciale, tra cui aumento della rigidità, alterazioni viscoelastiche e processi infiammatori. Questi cambiamenti risultano associati a una disregolazione del sistema nervoso autonomo e possono contribuire al mantenimento di stati di iperattivazione fisiologica, frequentemente riscontrati nei disturbi d’ansia e depressivi. Ne emerge un modello bidirezionale in cui la dimensione psicologica e quella somatica si influenzano reciprocamente, configurando un circuito di mantenimento del disagio (Shah et al., 2026).
In questo quadro teorico, la Psicologia Clinica e della Salute trova un ambito di applicazione particolarmente rilevante. I costrutti di consapevolezza corporea, regolazione emotiva e somatizzazione, già centrali nei modelli clinici contemporanei, possono essere ulteriormente approfonditi considerando il ruolo della fascia come possibile mediatore biologico dell’esperienza emotiva. Tale prospettiva si integra coerentemente con approcci embodied e con i modelli della psicosomatica e della PNEI.
Parallelamente, l’Osteopatia si configura come un ambito applicativo coerente con questo paradigma emergente. Gli interventi manuali orientati alla modulazione della tensione e della mobilità fasciale potrebbero influenzare indirettamente i processi di regolazione autonomica e interocettiva, contribuendo al miglioramento del benessere psicofisico. Tuttavia, è necessario sottolineare come tali implicazioni, pur teoricamente fondate, richiedano ulteriori conferme attraverso studi clinici controllati e metodologicamente rigorosi.
Ulteriore supporto a questa integrazione proviene dall’elevata comorbidità tra dolore cronico, in particolare di origine miofasciale, e disturbi psicopatologici quali depressione e ansia. Tale associazione suggerisce la presenza di meccanismi condivisi, nei quali la fascia potrebbe rappresentare un nodo di interconnessione tra dimensione somatica ed emotiva (Pirri et al., 2025).
L’inclusione della fascia nei modelli esplicativi della salute mentale rappresenta un’evoluzione significativa verso una prospettiva autenticamente biopsicosociale. L’integrazione tra psichiatria, psicologia clinica e approcci corporei, come l’osteopatia, apre scenari clinici innovativi orientati a una comprensione più complessa e a interventi terapeutici multimodali, centrati sull’unità funzionale dell’individuo.

Bibliografia
Shah, S. M., Jahangir, M., Alhudaithi, G. S., Taneja, C., Alharbi, F. S., & Lin, X. (2026). Fascia’s role in the mind-body continuum: A novel target for integrative treatments in psychiatry. Frontiers in Psychiatry, 17, 1687288.
Pirri, C., et al. (2025). Fascia and neuroinflammation in complex disorders. International Journal of Molecular Sciences, 26(6), 2826.

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IL PARADOSSO DI LIBET: tra cervello, coscienza e corpo vissuto.Di Rino Mastromauro Negli anni ’80, gli esperimenti di Be...
22/08/2026

IL PARADOSSO DI LIBET: tra cervello, coscienza e corpo vissuto.

Di Rino Mastromauro

Negli anni ’80, gli esperimenti di Benjamin Libet hanno introdotto uno dei dilemmi più affascinanti delle neuroscienze contemporanee: il cosiddetto paradosso di Libet. Studiando semplici movimenti volontari, Libet osservò che l’attività cerebrale preparatoria – il cosiddetto potenziale di preparazione – precede di alcune centinaia di millisecondi la consapevolezza soggettiva della decisione di agire. In altre parole, il cervello sembra “iniziare” l’azione prima che il soggetto ne sia cosciente.
Questo dato ha alimentato un dibattito profondo sul libero arbitrio: siamo davvero agenti delle nostre azioni o semplici osservatori di processi neurobiologici già avviati? Libet stesso propose una soluzione intermedia, suggerendo che la coscienza non avvia l’azione, ma può esercitare un controllo inibitorio, un “veto” (Libet, 1985). Tuttavia, ricerche successive hanno ridimensionato l’interpretazione deterministica del fenomeno, evidenziando come il potenziale di preparazione possa riflettere processi dinamici e probabilistici, più che una decisione già formata (Schurger et al., 2021) .
Se spostiamo lo sguardo dall’ambito strettamente neurofisiologico a quello clinico e corporeo, il paradosso di Libet assume una rilevanza ancora più ampia. Nell’ottica osteopatica e psicosomatica, il corpo non è un semplice esecutore della volontà cosciente, ma un sistema complesso in cui processi impliciti, automatici e pre-riflessivi giocano un ruolo centrale. La postura, il tono muscolare, i pattern respiratori e viscerali rappresentano espressioni di organizzazioni profonde che precedono la consapevolezza.
In questo senso, il “ritardo” della coscienza descritto da Libet può essere reinterpretato come una conferma della centralità dei processi corporei impliciti. L’organismo agisce come un’unità integrata in cui il sistema nervoso autonomo, le reti sensomotorie e le dinamiche fasciali anticipano la costruzione dell’esperienza cosciente. La percezione di “decidere” potrebbe emergere come un fenomeno narrativo successivo, coerente con una visione embodied della mente.
Dal punto di vista clinico, ciò apre prospettive interessanti. In ambito osteopatico, il lavoro manuale non si limita a correggere disfunzioni meccaniche, ma dialoga con questi livelli preconsci dell’organizzazione corporea. Analogamente, nella pratica psicosomatica, il sintomo può essere letto come espressione di processi non ancora mentalizzati, che si manifestano prima di essere riconosciuti a livello cognitivo.
Il paradosso di Libet, quindi, non va interpretato come una negazione del libero arbitrio, ma come un invito a rivedere il rapporto tra coscienza e corpo. Più che un centro di comando, la coscienza appare come una funzione integrativa, che emerge da dinamiche corporee più profonde. In questa prospettiva, l’intervento clinico – osteopatico e psicologico – può essere visto come un processo di integrazione tra livelli impliciti ed espliciti dell’esperienza, restituendo al soggetto una forma più ampia e incarnata di agency.

Riferimenti bibliografici
Libet, B. (1985). Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will in voluntary action. Behavioral and Brain Sciences, 8(4), 529–566.
Schurger, A., Hu, P. B., & Roskies, A. L. (2021). What is the readiness potential? Trends in Cognitive Sciences, 25(7), 558–570.
Libet, B., Wright, E. W., & Gleason, C. A. (1982). Readiness-potentials preceding unrestricted voluntary acts. Electroencephalography and Clinical Neurophysiology.

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AUTOFAGIA: IL SISTEMA DI RICICLO CELLULARE CHE AIUTA A MANTENERE L’ORGANISMO IN SALUTE.Di Rino Mastromauro L’autofagia, ...
08/08/2026

AUTOFAGIA: IL SISTEMA DI RICICLO CELLULARE CHE AIUTA A MANTENERE L’ORGANISMO IN SALUTE.
Di Rino Mastromauro

L’autofagia, dal greco autós (“sé stesso”) e phagein (“mangiare”), è un processo fisiologico attraverso il quale le cellule degradano e riciclano i propri componenti danneggiati o non più funzionali. Più che un meccanismo di autodistruzione, rappresenta un sofisticato sistema di manutenzione cellulare, indispensabile per preservare l’equilibrio dell’organismo e garantire il corretto funzionamento dei tessuti.
Quando la disponibilità di nutrienti diminuisce, come avviene durante il digiuno o una moderata restrizione calorica, l’organismo modifica il proprio metabolismo: si riducono i livelli di insulina, si attivano vie metaboliche come AMPK e viene inibita la proteina mTOR, favorendo così un aumento dell’attività autofagica. In questa fase le cellule iniziano a eliminare proteine mal ripiegate, mitocondri danneggiati e altri componenti cellulari deteriorati, recuperandone i materiali per produrre energia e costruire nuove strutture cellulari.
Secondo una importante revisione pubblicata sul New England Journal of Medicine, l’autofagia rappresenta uno dei principali meccanismi con cui l’organismo mantiene la qualità delle cellule e protegge i tessuti dall’accumulo di danni associati all’invecchiamento. Alterazioni di questo processo sono state osservate in numerose patologie, tra cui malattie neurodegenerative, diabete, tumori e alcune disfunzioni del sistema immunitario (Mizushima & Levine, 2020).
L’interesse della comunità scientifica nei confronti dell’autofagia è cresciuto enormemente dopo il 2016, quando il fisiologo giapponese Yoshinori Ohsumi ricevette il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina. I suoi studi permisero di identificare i geni che regolano questo processo e di comprenderne i meccanismi molecolari, dimostrando come il riciclo intracellulare sia fondamentale per l’adattamento alla carenza di nutrienti, la difesa dalle infezioni e il mantenimento della salute cellulare (Nobel Assembly at Karolinska Institutet, 2016).
Negli ultimi anni la ricerca ha ulteriormente ampliato queste conoscenze. Una revisione pubblicata nel 2024 su Cell Insight evidenzia come l’autofagia sia coinvolta nella regolazione dell’infiammazione, nel controllo della qualità dei mitocondri, nella risposta immunitaria e nella prevenzione di numerose malattie croniche. Gli autori sottolineano inoltre il crescente interesse verso possibili strategie terapeutiche capaci di modulare questo processo per migliorare la salute metabolica e rallentare alcune patologie legate all’invecchiamento (He et al., 2024).
È tuttavia importante evitare semplificazioni. Contrariamente a quanto spesso riportato sui social media, non esiste una soglia precisa di ore di digiuno oltre la quale “si accende” l’autofagia. Le conoscenze attuali indicano che si tratta di un processo sempre presente nelle cellule, la cui attività aumenta progressivamente in risposta allo stress metabolico, alla restrizione calorica e all’esercizio fisico. Nell’uomo non è ancora possibile stabilire con certezza quando questo incremento diventi clinicamente significativo, poiché gran parte delle evidenze deriva da studi sperimentali su modelli animali e cellulari.
L’autofagia rappresenta quindi uno straordinario esempio di adattamento evolutivo. Quando le risorse energetiche diminuiscono, il nostro organismo non si limita a conservare energia, ma attiva sofisticati programmi di riparazione e riciclo che contribuiscono a mantenere l’efficienza cellulare. Comprendere questi meccanismi apre prospettive promettenti per la prevenzione delle malattie croniche e per la promozione di un invecchiamento più sano, pur ricordando che il digiuno non è indicato per tutti e dovrebbe essere sempre valutato in relazione alle condizioni cliniche individuali.

Bibliografia
He, C., et al. (2024). Recent progresses in the late stages of autophagy. Cell Insight, 3(2), 100152.
Mizushima, N., & Levine, B. (2020). Autophagy in Human Diseases. New England Journal of Medicine, 383(16), 1564–1576.
Nobel Assembly at Karolinska Institutet. (2016). The Nobel Prize in Physiology or Medicine 2016 – Yoshinori Ohsumi: Discoveries of mechanisms for autophagy.

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IL CERVELLO SI MUOVE GRAZIE ALL'ADDOME: la scoperta che cambia la biomeccanica cerebrale.Di Rino MastromauroPer lungo te...
01/08/2026

IL CERVELLO SI MUOVE GRAZIE ALL'ADDOME: la scoperta che cambia la biomeccanica cerebrale.

Di Rino Mastromauro

Per lungo tempo si è ritenuto che i piccoli movimenti del cervello all'interno della scatola cranica fossero dovuti principalmente al battito cardiaco e alla respirazione. Un nuovo studio pubblicato nel 2026 su Nature Neuroscience propone invece una spiegazione diversa e potenzialmente rivoluzionaria: il principale motore di questi micromovimenti sarebbe la pressione generata dai muscoli dell'addome. I ricercatori hanno dimostrato che, durante la veglia, la contrazione della muscolatura addominale produce un aumento della pressione intra-addominale che viene trasmesso al sistema nervoso centrale attraverso il plesso venoso vertebrale, una rete di vene priva di valvole che collega il bacino, la colonna vertebrale e il cranio. Questo sistema funziona come una sorta di circuito idraulico capace di trasferire rapidamente le variazioni pressorie fino alle strutture intracraniche, inducendo un lieve spostamento del cervello. Per arrivare a questa conclusione sono state impiegate metodiche sperimentali estremamente sofisticate, tra cui microscopia a due fotoni ad alta velocità, elettromiografia della muscolatura addominale, imaging micro-CT e modelli biomeccanici computerizzati. Gli esperimenti sono stati condotti su topi svegli, condizione indispensabile per osservare una fisiologia il più possibile vicina a quella naturale. Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la tempistica del fenomeno. Gli autori hanno osservato che il movimento del cervello precede spesso l'inizio della locomozione. In altre parole, il cervello inizia a spostarsi ancora prima che l'animale compia il primo passo, in concomitanza con l'attivazione dei muscoli addominali. Questo dato suggerisce che il movimento cerebrale non sia una conseguenza dello spostamento del corpo, bensì dell'aumento di pressione prodotto dalla contrazione muscolare. L'ipotesi è stata ulteriormente confermata attraverso un altro esperimento: applicando una pressione esterna sull'addome di animali anestetizzati, e quindi immobili, i ricercatori hanno ottenuto lo stesso movimento cerebrale osservato durante la locomozione. Ciò dimostra che è sufficiente una variazione della pressione addominale per indurre lo spostamento del cervello, indipendentemente dal movimento dell'intero organismo. Le implicazioni fisiologiche di questa scoperta sono numerose. Secondo i modelli sviluppati dagli autori, tali micromovimenti potrebbero favorire la circolazione del liquido cerebrospinale e del liquido interstiziale, contribuendo ai meccanismi di eliminazione dei prodotti di scarto metabolico. Si tratta di un processo che richiama il sistema glinfatico, fondamentale per l'omeostasi cerebrale, anche se i flussi osservati durante la veglia sembrano seguire dinamiche differenti rispetto a quelle descritte durante il sonno. Lo studio apre inoltre scenari clinici di notevole interesse. Alterazioni della pressione intra-addominale o della trasmissione meccanica attraverso il plesso venoso vertebrale potrebbero influenzare condizioni come l'ipertensione endocranica, la malformazione di Chiari, alcune forme di idrocefalo e altre patologie caratterizzate da alterazioni della dinamica del liquido cerebrospinale. Anche l'obesità, nota per determinare un aumento cronico della pressione addominale, potrebbe acquisire una nuova rilevanza nell'ambito della biomeccanica cerebrale. Naturalmente occorre interpretare questi risultati con prudenza. Le evidenze derivano da un modello animale e sarà necessario verificare se gli stessi meccanismi siano presenti anche nell'uomo e quale sia il loro reale impatto clinico. Tuttavia, il lavoro rappresenta un importante cambio di paradigma: il cervello non può più essere considerato un organo meccanicamente isolato, ma parte integrante di un sistema in cui le variazioni pressorie generate dal resto del corpo influenzano direttamente la sua dinamica. Se confermata da ulteriori studi, questa scoperta potrebbe modificare profondamente la nostra comprensione della fisiologia cerebrale, aprendo nuove prospettive sia nella ricerca di base sia nella diagnosi e nel trattamento delle malattie neurologiche.

Garborg, C. S., Ghitti, B., Zhang, Q., Ricotta, J. M., Frank, N., Mueller, S. J., Greenawalt, D. I., Turner, K. L., Kedarasetti, R. T., Mostafa, M., Lee, H., Costanzo, F., & Drew, P. J. (2026). Brain motion is driven by mechanical coupling with the abdomen. Nature Neuroscience, 29(6), 1397-1407. https://doi.org/10.1038/s41593-026-02279-z

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EDITING GENOMICO: riscrivere il DNA per cambiare il futuro della medicina. Di Rino Mastromauro L'avvento della tecnologi...
25/07/2026

EDITING GENOMICO: riscrivere il DNA per cambiare il futuro della medicina.

Di Rino Mastromauro

L'avvento della tecnologia CRISPR-Cas9 ha rappresentato una delle più importanti innovazioni della biologia molecolare contemporanea, modificando profondamente le prospettive della ricerca genetica e della medicina di precisione. Derivato da un sistema immunitario adattativo presente nei batteri, il complesso CRISPR-Cas9 consente di riconoscere e modificare specifiche sequenze di DNA con un livello di precisione e semplicità senza precedenti rispetto alle tecniche di editing genomico sviluppate in passato (Doudna & Charpentier, 2014). L'importanza di questa scoperta è stata riconosciuta con l'assegnazione del Premio Nobel per la Chimica 2020 a Jennifer A. Doudna ed Emmanuelle Charpentier, premiate per lo sviluppo di un metodo di editing del genoma che ha rivoluzionato la ricerca biologica e biomedica (The Nobel Prize, 2020).
Il funzionamento del sistema si basa sull'azione coordinata di una molecola di RNA guida (guide RNA, gRNA), progettata per riconoscere una specifica sequenza bersaglio, e dell'endonucleasi Cas9, responsabile del taglio del DNA. Una volta prodotta la rottura della doppia elica, i meccanismi di riparazione della cellula possono essere sfruttati per inattivare un gene, correggere una mutazione o inserire nuove sequenze genetiche. L'espressione "riscrivere i geni" descrive quindi la possibilità di modificare con precisione il patrimonio genetico intervenendo su specifiche basi nucleotidiche piuttosto che sull'intero gene (Jinek et al., 2012).
L'impatto di CRISPR sulla medicina è particolarmente rilevante. Numerosi studi clinici hanno dimostrato il potenziale della tecnologia nel trattamento di patologie ereditarie come anemia falciforme e β-talassemia. In tali casi, la correzione delle cellule staminali ematopoietiche ha consentito una significativa riduzione delle manifestazioni cliniche, aprendo nuove prospettive per terapie potenzialmente definitive (Frangoul et al., 2021). Parallelamente, il genome editing è oggetto di intensa ricerca nell'immunoterapia oncologica, dove la modifica dei linfociti T potrebbe potenziare la risposta del sistema immunitario contro le cellule tumorali.
Anche il settore agroalimentare trae beneficio dall'impiego di CRISPR, grazie allo sviluppo di colture più resistenti a patogeni, siccità e cambiamenti climatici. Tuttavia, la tecnologia pone importanti questioni etiche e di sicurezza, tra cui il rischio di modifiche indesiderate (off-target) e l'eventuale editing della linea germinale umana, le cui alterazioni sarebbero trasmissibili alle generazioni future. Per questo motivo, la comunità scientifica sostiene un approccio prudente, supportato da rigorose valutazioni etiche e regolatorie (National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, 2017).

Riferimenti:

Doudna, J. A., & Charpentier, E. (2014). The new frontier of genome engineering with CRISPR-Cas9. Science, 346(6213), 1258096.

Frangoul, H., Altshuler, D., Cappellini, M. D., et al. (2021). CRISPR-Cas9 gene editing for sickle cell disease and β-thalassemia. The New England Journal of Medicine, 384(3), 252–260.

Jinek, M., Chylinski, K., Fonfara, I., Hauer, M., Doudna, J. A., & Charpentier, E. (2012). A programmable dual-RNA-guided DNA endonuclease in adaptive bacterial immunity. Science, 337(6096), 816–821.

National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine. (2017). Human genome editing: Science, ethics, and governance. National Academies Press.

The Nobel Prize. (2020). The Nobel Prize in Chemistry 2020. https://www.nobelprize.org/prizes/chemistry/2020/summary/

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EMPOWERMENT: il potere di diventare protagonisti della propria vita.Di Rino Mastromauro Negli ultimi decenni il termine ...
18/07/2026

EMPOWERMENT: il potere di diventare protagonisti della propria vita.

Di Rino Mastromauro

Negli ultimi decenni il termine empowerment è entrato sempre più frequentemente nel linguaggio della psicologia, della medicina, della pedagogia e delle scienze sociali. Sebbene venga spesso tradotto con “potenziamento”, il suo significato è molto più ampio. L’empowerment rappresenta un processo di crescita personale attraverso il quale un individuo sviluppa maggiore consapevolezza delle proprie risorse, rafforza il senso di autoefficacia e acquisisce la capacità di affrontare con autonomia le sfide della vita.
Il concetto trova solide basi nella psicologia umanistica e nella psicologia sociale. Autori come Albert Bandura hanno evidenziato come la convinzione di essere in grado di influenzare gli eventi della propria esistenza – definita autoefficacia – rappresenti uno dei principali fattori di benessere psicologico. Una persona che percepisce di possedere gli strumenti per affrontare le difficoltà tende infatti a sviluppare maggiore resilienza, migliori capacità decisionali e un più elevato livello di soddisfazione personale.
L’empowerment non coincide con l’autostima. Una persona può avere una buona opinione di sé e, tuttavia, sentirsi incapace di modificare la propria realtà. Al contrario, l’empowerment implica il passaggio da una posizione passiva a una posizione attiva: dalla convinzione che siano gli altri o le circostanze a determinare il proprio destino, alla consapevolezza di poter esercitare un’influenza concreta sulle proprie scelte.
Questo processo non nasce improvvisamente, ma si costruisce gradualmente attraverso esperienze significative. Ogni piccolo successo, ogni obiettivo raggiunto e ogni difficoltà superata contribuiscono a rafforzare il senso di competenza personale. Anche gli errori, se interpretati come occasioni di apprendimento e non come fallimenti definitivi, diventano strumenti di crescita.
Dal punto di vista pratico, favorire l’empowerment significa innanzitutto sviluppare la conoscenza di sé. Riconoscere i propri punti di forza, ma anche i propri limiti, permette di prendere decisioni più consapevoli e realistiche. Un secondo elemento fondamentale riguarda la responsabilità personale: smettere di attribuire esclusivamente all’ambiente o agli altri le cause delle proprie difficoltà significa recuperare uno spazio di libertà e di azione.
Un ruolo importante è svolto anche dalla qualità delle relazioni. Famiglia, scuola, ambiente lavorativo e professionisti della salute possono contribuire a creare contesti che valorizzano le competenze individuali invece di sostituirsi continuamente alla persona. L’obiettivo non è creare dipendenza dall’aiuto esterno, ma promuovere autonomia e capacità di autodeterminazione.
In ambito sanitario questo principio assume un valore particolare. Lo psicologo, così come altri professionisti della salute, non si limita a risolvere un problema contingente, ma accompagna il paziente nello sviluppo di competenze che gli consentano di affrontare in modo sempre più autonomo le difficoltà future. Analogamente, nella scuola, un insegnante orientato all’empowerment non trasmette soltanto conoscenze, ma favorisce negli studenti fiducia nelle proprie capacità, pensiero critico e responsabilità.
L’empowerment, dunque, non è una tecnica né una moda culturale. È una filosofia dell’intervento educativo, psicologico e sanitario che mette la persona al centro del proprio percorso di crescita. Significa aiutare ciascuno a scoprire che possiede già molte delle risorse necessarie per affrontare la vita e che tali risorse possono essere sviluppate attraverso l’esperienza, la riflessione e l’apprendimento continuo.
In definitiva, il vero potere dell’empowerment non consiste nel controllare il mondo che ci circonda, ma nel riconoscere la capacità di scegliere come affrontarlo. È proprio questa consapevolezza che trasforma un individuo da semplice spettatore a protagonista della propria esistenza.

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Molfetta
70056

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