28/05/2026
Spesso ci interroghiamo sulla natura delle nostre relazioni, sospesi tra il desiderio di fusione e la necessità di mantenere la nostra unicità. Come terapeuta, rifletto spesso su come questo equilibrio delicato si giochi non solo nella vita di coppia, ma anche nello spazio protetto della stanza di terapia.
Se nell'amore romantico corriamo spesso il rischio di cercare una fusione indiscriminata, quel "cercarsi disperatamente" tipico del mito dell'androide, nella relazione terapeutica, così come in un legame maturo la sfida è un'altra. È il passaggio dal "ti amo perché ho bisogno di te" all'"io sono, quindi ti amo".
La terapia diventa allora quel luogo in cui il paziente, accolto in uno sguardo amorevole che riconosce la sua unicità può finalmente fermarsi, "sgombrare lo spazio" e ritrovare le proprie forze e risorse. Noi terapeuti non siamo sapienti che sistemano la vita degli altri, ma compagni di viaggio che, attraverso l'ascolto e la presenza accompagnano l'altro nell'incontro più difficile e prezioso: quello con se stessi.
Come diceva Antoine de Saint-Exupéry: "L'amore è forse quel delicato processo attraverso il quale ti accompagno all'incontro con te stesso".
Costruire un legame autentico, sia esso affettivo o terapeutico, significa proprio questo: rispettare la soggettività dell'altro, permettendogli di percepire la propria unicità, senza trasformarlo per renderlo simile a noi.