24/05/2026
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Stamattina, leggendo Specchio - La Stampa, ho letto un articolo con questo titolo: .
In Giappone significa “accesso diretto all’estetica” e descrive un fenomeno che sta crescendo rapidamente in Asia: giovani medici che abbandonano le specialità cliniche tradizionali per dedicarsi alla medicina estetica privata.
Un fenomeno apparentemente lontano da noi. Eppure, a pensarci bene, forse non così distante.
Perché quando sempre meno giovani scelgono la medicina generale, il pronto soccorso, la geriatria o alcune branche ospedaliere considerate “pesanti”, una domanda dovremmo iniziare a porcela tutti: cosa sta succedendo alla medicina?
Non si tratta di demonizzare la medicina estetica, che quando fatta seriamente è una disciplina medica a tutti gli effetti. Il problema nasce quando interi settori fondamentali della sanità iniziano a perdere attrattiva. Quando curare un diabetico complesso, seguire un anziano fragile o fare il medico di famiglia diventa meno desiderabile rispetto a professioni percepite come più remunerative, meno stressanti e più “gestibili”.
E qui entra in gioco anche la crisi vocazionale della medicina generale.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo impoverimento della figura del medico di famiglia. Non dal punto di vista umano o professionale, ma dal punto di vista organizzativo e sociale. Sempre più pensionamenti in arrivo, sempre meno giovani disponibili a prendere il testimone. In alcune zone trovare un nuovo medico di famiglia sta diventando un’impresa.
E forse il motivo è sotto gli occhi di tutti.
Oggi il medico di famiglia non è più soltanto il professionista che ascolta, visita, accompagna e cura. Sempre più spesso è diventato un gestore di piattaforme, codici, scadenze, certificati, piani terapeutici, burocrazia e incombenze amministrative che sottraggono tempo prezioso alla relazione umana.
Purtroppo, oggi, il tempo passato davanti al computer (in orario extra-lavorativo) è nettamente maggiore a quello passato davanti al paziente nelle ore di ambulatorio.
E insieme alla burocrazia cresce anche un altro problema: la progressiva erosione del rapporto di fiducia medico-paziente.
Un tempo il medico di famiglia era “il dottore”. Quello che conosceva la storia della famiglia, le paure, le fragilità, persino i silenzi. Oggi spesso ci si incontra in un clima diverso: più diffidente, più conflittuale, più veloce. Il medico rischia di diventare un semplice erogatore di ricette o prestazioni, mentre il paziente, sommerso da informazioni trovate online o sui social, arriva spesso già sfiduciato o sulla difensiva.
Non è colpa dei pazienti. Non è colpa dei medici. È il sistema che sta cambiando.
E quando una professione perde progressivamente tempo, serenità, riconoscimento sociale e rapporto umano, inevitabilmente perde anche fascino agli occhi delle nuove generazioni.
Il rischio, però, è enorme. Perché una sanità può sopravvivere senza filler? Probabilmente sì.
Può sopravvivere senza medici di famiglia, senza internisti, senza medici d’urgenza? Decisamente no.
La medicina territoriale rappresenta ancora oggi il primo argine del Servizio Sanitario Nazionale. È il luogo dove si intercettano precocemente le malattie, dove si evita l’intasamento degli ospedali, dove si accompagna la cronicità e si combatte la solitudine sanitaria.
Ma per salvare questa figura non bastano slogan o celebrazioni nella giornata del medico. Servono scelte concrete:
meno burocrazia inutile, più tempo clinico, maggiore tutela professionale, investimenti sui giovani medici e, soprattutto, il recupero del valore umano della relazione di cura.
Perché senza fiducia reciproca, senza tempo per ascoltare e senza nuove generazioni motivate, il rischio è che anche da noi il “chokubi” non resti soltanto una curiosità letta sul giornale, ma diventi il simbolo di una medicina che smette lentamente di curare per iniziare semplicemente a “performare”.