26/08/2026
C’è una cosa che mi intenerisce in un uomo che si presenta come l’ultimo baluardo dell’ordine naturale. È la faccia di chi crede di essere arrivato primo.
Guardalo bene mentre parla del concepito, della RU-486, dei consultori da riempire di volontari con le magliette giuste. Ha il tono di chi porta una novità e mentre parla sembra non sapere che quella frase l’hanno già detta i padri della Chiesa, i medici dell’Ottocento, i tribunali fascisti, i mariti, i parroci, gli zii, i questori.
Non sa di essere l’ultimo arrivato a una fila lunghissima.
Mi fa tenerezza, sì, come per un bambino che scopre il mare e corre a raccontartelo.
Perché la parte che gli sfugge è sempre la stessa: vietare l’ab**to non ha mai fatto sparire l’ab**to.
Non è mai successo, non in Italia, non altrove, non in nessun secolo.
Le donne hanno interrotto le gravidanze quando era peccato mortale, quando era reato contro la stirpe, quando significava il carcere per sé e per chi le aveva aiutate. Lo hanno fatto nelle case senza acqua calda, con i nomi che si passavano a voce bassa in cortile, con i soldi tolti alla spesa, con l’indirizzo scritto su un foglietto che poi bruciavano..E poi alcune tornavano a casa.
Altre arrivavano in ospedale troppo tardi e in cartella si scriveva un’altra cosa, per non rovinare la famiglia.
Quante fossero non lo sapremo mai con esattezza ed è proprio questo il punto: la clandestinità non produce statistiche, produce silenzi.
Produce donne che hanno rischiato la vita in una stanza sul retro, produce famiglie che hanno imparato a non fare domande, produce figlie cresciute convinte che fosse stata una br**ta influenza.
Il divieto non ha mai deciso se una donna abortisse; ha deciso soltanto quanto le sarebbe costato.
C’è un’altra cosa che dovremmo ricordare.
A parlare di ab**to, da sempre, sono stati soprattutto gli altri.
Tavoli rotondi pieni di uomini che discutevano di cosa fosse giusto o sbagliato per noi, uomini che stabilivano quando una gravidanza diventasse una vita da proteggere, quando una donna dovesse diventare madre, cosa fosse morale, cosa fosse peccato, cosa fosse reato.
Tavoli attorno ai quali si decideva del nostro corpo senza che il nostro corpo fosse seduto a quel tavolo.
Non è una questione di uomini buoni o uomini cattivi.
È una questione di potere.
Perché quando per secoli a decidere della vita delle donne sono quasi esclusivamente uomini, quella non è una discussione astratta sulla morale ma una forma di governo sui corpi.
Questa storia non comincia con l’ab**to.
Ci hanno insegnato a leggere tardi e poi ci hanno detto che leggevamo male e allora abbiamo letto di notte, con i libri prestati e le candele corte, firmando con nomi di uomini quello che scrivevamo perché arrivasse in fondo alla pagina senza essere fermato prima.
Ci hanno chiuso le aule e abbiamo studiato dietro una tenda, ascoltando la lezione di qualcun altro.
Ci hanno detto che la nostra firma valeva solo accanto a quella di un padre, poi di un marito e abbiamo tenuto i soldi cuciti dentro la fodera del cappotto.
Ci hanno spiegato che una ragazza sposata da chi l’aveva violentata era una ragazza sistemata e per anni la legge è stata d’accordo. Fino al 1981.
Ci hanno chiamate isteriche e ci hanno messe dove le voci non arrivano.
Eppure....
Ogni volta che una di noi ha deciso di andarsene, di studiare, di tenere quel figlio o di non tenerlo, di lavorare, di firmare, di partire con una valigia di cartone e due bambini per mano, lo ha fatto ugualmente.
Ha pagato più del dovuto ma lo ha fatto.
La storia delle donne non è la storia di quello che ci è stato concesso.
È la storia di quello che abbiamo fatto comunque, prima che fosse concesso.
Il voto è arrivato dopo che le donne votavano già nelle case, nelle fabbriche, nelle strade dove portavano messaggi dentro il pane.
Il diritto di famiglia è arrivato dopo che migliaia di donne avevano già smesso di obbedire.
Le leggi non ci hanno mai anticipate.
Ci hanno raggiunte, con il fiatone, in ritardo, quando eravamo già altrove.
Per questo, ogni volta che qualcuno annuncia di volerci riportare indietro, mi viene da guardare più lontano di lui.
Dietro di me c’è una fila lunghissima di donne che hanno sentito la stessa frase.
Donne alle quali è stato detto che non potevano studiare.
Che non potevano votare.
Che non potevano avere un conto.
Che non potevano lasciare un marito.
Che non potevano decidere se diventare madri.
Che non potevano decidere quando diventarlo.
Che non potevano parlare.
Che non potevano scegliere.
Nessuna si è fermata.
Quindi mettiamola in chiaro, senza giri di parole.
Non tratteremo.
Non arretreremo di un passo, non per stanchezza e nemmeno per prudenza.
Non accetteremo che si chiami tutela quello che è sorveglianza, che si chiami vita quello che è controllo, che si chiami ascolto una donna lasciata sola in un consultorio davanti a chi ha già deciso per lei.
E soprattutto non accetteremo più tavoli apparecchiati per decidere di noi senza di noi.
Il nostro corpo non è una materia da sottoporre al voto di chiunque ritenga di avere un’opinione abbastanza autorevole.
Quello che abbiamo in mano non ci appartiene del tutto.
Ce lo hanno passato mani che non conosciamo, una alla volta, senza sapere se sarebbe bastato.
È arrivato fino a noi perché qualcuna, prima di noi, non si è fermata.
Non si spegne qui.
Lo passeremo ad altre mani