Centro Antiviolenza Sabine

Centro Antiviolenza Sabine Il centro antiviolenza Sabine ha sede a Montignoso, in Via Carlo Sforza n. 58.

Il nostro numero di telefono attivo h. 24 é 329.1286257
Orario di apertura: lun 10:30-16:30/ mar 10:30-19:00, mer 10:30-16;30/ giov 10:30-19:30, ven 10:30- 16:30 Associazione Sabine è principalmente uno sportello d’ascolto e un punto di accoglienza per donne e minori vittime di soprusi e abusi. L’attività delle nostre volontarie avviene in stretta collaborazione con i servizi psico-socio-sanitari

ed educativi del territorio che sono coordinati da psicologhe, professioniste, legali, assistenti sociali, una ginecologa e una nutrizionista. Offriamo consulenze psicologiche e legali, ascolto telefonico, colloqui su appuntamento, campagne di sensibilizzazione, formazione e aggiornamento, gruppi di aiuto, mediazione linguistica.

La violenza psicologica non lascia lividi....
01/09/2026

La violenza psicologica non lascia lividi....

28/08/2026
28/08/2026

Vorrei ringraziare Noemi e la Fondazione Una Nessuna Centomila per qualcosa che va molto oltre il sostegno concreto che ci danno. Ieri sera, dal palco, Noemi ha parlato di Sabine, il centro antiviolenza di Montignoso . Può sembrare una cosa piccola ma non lo è affatto. Nominare un Centro Antiviolenza significa portare quella parola fuori dalle stanze dove si viene spesso in segreto, significa ricordare che la violenza contro le donne non è una faccenda privata, non è una storia di coppia, non è qualcosa che accade soltanto agli altri. È una questione che riguarda tutta la società.
E quando a farlo è una persona ascoltata da migliaia di persone, attraverso un palco, la musica, un momento condiviso, quella parola arriva lontano. È questo il valore dello spazio che Una Nessuna Centomila sceglie di dare ai Centri Antiviolenza: non soltanto sostenerci, ma aiutarci a rendere visibile il nostro lavoro, la nostra presenza, la possibilità concreta di chiedere aiuto.
Grazie, quindi, a Noemi, per aver pronunciato il nostro nome. E grazie alla Fondazione Una Nessuna Centomila, per aver scelto di stare dalla parte dei Centri e delle donne che ogni giorno incontriamo.

C’è una cosa che mi intenerisce in un uomo che si presenta come l’ultimo baluardo dell’ordine naturale. È la faccia di c...
26/08/2026

C’è una cosa che mi intenerisce in un uomo che si presenta come l’ultimo baluardo dell’ordine naturale. È la faccia di chi crede di essere arrivato primo.
Guardalo bene mentre parla del concepito, della RU-486, dei consultori da riempire di volontari con le magliette giuste. Ha il tono di chi porta una novità e mentre parla sembra non sapere che quella frase l’hanno già detta i padri della Chiesa, i medici dell’Ottocento, i tribunali fascisti, i mariti, i parroci, gli zii, i questori.
Non sa di essere l’ultimo arrivato a una fila lunghissima.
Mi fa tenerezza, sì, come per un bambino che scopre il mare e corre a raccontartelo.
Perché la parte che gli sfugge è sempre la stessa: vietare l’ab**to non ha mai fatto sparire l’ab**to.
Non è mai successo, non in Italia, non altrove, non in nessun secolo.
Le donne hanno interrotto le gravidanze quando era peccato mortale, quando era reato contro la stirpe, quando significava il carcere per sé e per chi le aveva aiutate. Lo hanno fatto nelle case senza acqua calda, con i nomi che si passavano a voce bassa in cortile, con i soldi tolti alla spesa, con l’indirizzo scritto su un foglietto che poi bruciavano..E poi alcune tornavano a casa.
Altre arrivavano in ospedale troppo tardi e in cartella si scriveva un’altra cosa, per non rovinare la famiglia.
Quante fossero non lo sapremo mai con esattezza ed è proprio questo il punto: la clandestinità non produce statistiche, produce silenzi.
Produce donne che hanno rischiato la vita in una stanza sul retro, produce famiglie che hanno imparato a non fare domande, produce figlie cresciute convinte che fosse stata una br**ta influenza.
Il divieto non ha mai deciso se una donna abortisse; ha deciso soltanto quanto le sarebbe costato.
C’è un’altra cosa che dovremmo ricordare.
A parlare di ab**to, da sempre, sono stati soprattutto gli altri.
Tavoli rotondi pieni di uomini che discutevano di cosa fosse giusto o sbagliato per noi, uomini che stabilivano quando una gravidanza diventasse una vita da proteggere, quando una donna dovesse diventare madre, cosa fosse morale, cosa fosse peccato, cosa fosse reato.
Tavoli attorno ai quali si decideva del nostro corpo senza che il nostro corpo fosse seduto a quel tavolo.
Non è una questione di uomini buoni o uomini cattivi.
È una questione di potere.
Perché quando per secoli a decidere della vita delle donne sono quasi esclusivamente uomini, quella non è una discussione astratta sulla morale ma una forma di governo sui corpi.
Questa storia non comincia con l’ab**to.
Ci hanno insegnato a leggere tardi e poi ci hanno detto che leggevamo male e allora abbiamo letto di notte, con i libri prestati e le candele corte, firmando con nomi di uomini quello che scrivevamo perché arrivasse in fondo alla pagina senza essere fermato prima.
Ci hanno chiuso le aule e abbiamo studiato dietro una tenda, ascoltando la lezione di qualcun altro.
Ci hanno detto che la nostra firma valeva solo accanto a quella di un padre, poi di un marito e abbiamo tenuto i soldi cuciti dentro la fodera del cappotto.
Ci hanno spiegato che una ragazza sposata da chi l’aveva violentata era una ragazza sistemata e per anni la legge è stata d’accordo. Fino al 1981.
Ci hanno chiamate isteriche e ci hanno messe dove le voci non arrivano.
Eppure....
Ogni volta che una di noi ha deciso di andarsene, di studiare, di tenere quel figlio o di non tenerlo, di lavorare, di firmare, di partire con una valigia di cartone e due bambini per mano, lo ha fatto ugualmente.
Ha pagato più del dovuto ma lo ha fatto.
La storia delle donne non è la storia di quello che ci è stato concesso.
È la storia di quello che abbiamo fatto comunque, prima che fosse concesso.
Il voto è arrivato dopo che le donne votavano già nelle case, nelle fabbriche, nelle strade dove portavano messaggi dentro il pane.
Il diritto di famiglia è arrivato dopo che migliaia di donne avevano già smesso di obbedire.
Le leggi non ci hanno mai anticipate.
Ci hanno raggiunte, con il fiatone, in ritardo, quando eravamo già altrove.
Per questo, ogni volta che qualcuno annuncia di volerci riportare indietro, mi viene da guardare più lontano di lui.
Dietro di me c’è una fila lunghissima di donne che hanno sentito la stessa frase.
Donne alle quali è stato detto che non potevano studiare.
Che non potevano votare.
Che non potevano avere un conto.
Che non potevano lasciare un marito.
Che non potevano decidere se diventare madri.
Che non potevano decidere quando diventarlo.
Che non potevano parlare.
Che non potevano scegliere.
Nessuna si è fermata.
Quindi mettiamola in chiaro, senza giri di parole.
Non tratteremo.
Non arretreremo di un passo, non per stanchezza e nemmeno per prudenza.
Non accetteremo che si chiami tutela quello che è sorveglianza, che si chiami vita quello che è controllo, che si chiami ascolto una donna lasciata sola in un consultorio davanti a chi ha già deciso per lei.
E soprattutto non accetteremo più tavoli apparecchiati per decidere di noi senza di noi.
Il nostro corpo non è una materia da sottoporre al voto di chiunque ritenga di avere un’opinione abbastanza autorevole.
Quello che abbiamo in mano non ci appartiene del tutto.
Ce lo hanno passato mani che non conosciamo, una alla volta, senza sapere se sarebbe bastato.
È arrivato fino a noi perché qualcuna, prima di noi, non si è fermata.
Non si spegne qui.
Lo passeremo ad altre mani

La violenza contro le donne non nasce all’improvviso. Cresce dentro parole, stereotipi, battute normalizzate, modelli di...
01/08/2026

La violenza contro le donne non nasce all’improvviso. Cresce dentro parole, stereotipi, battute normalizzate, modelli di dominio e messaggi che, giorno dopo giorno, insegnano ai ragazzi che il rispetto è facoltativo e alle ragazze che certi comportamenti sono inevitabili.
Per questo accogliamo con interesse la decisione del governo britannico di introdurre nelle scuole secondarie un percorso obbligatorio di educazione contro la misoginia. Un intervento che affronta temi fondamentali: il rispetto, le relazioni sane, la pornografia online, i deepfake, la manipolazione dei social media e l’influenza di modelli che promuovono odio e sopraffazione.
Educare non significa indottrinare. Significa fornire strumenti critici. Significa aiutare le nuove generazioni a riconoscere la violenza prima che diventi normalità, a distinguere l’amore dal controllo, il consenso dalla costrizione, la forza dal dominio.
I dati raccontano una realtà che non possiamo ignorare: sempre più ragazze e ragazzi entrano in contatto con contenuti misogini fin dalla preadolescenza. La prevenzione non può iniziare quando la violenza è già avvenuta. Deve partire molto prima.
Come Associazione Sabine sosteniamo da anni che l’educazione all’affettività, al rispetto, all’uguaglianza e alla cittadinanza consapevole debba diventare parte integrante del percorso scolastico. La scuola non è soltanto il luogo dove si apprendono nozioni. È anche il luogo in cui si formano cittadini e cittadine.
Investire sull’educazione significa costruire una società più libera dalla violenza. Per tutti.

26/07/2026

Come può funzionare una società che criminalizza prima di educare?
È una domanda che oggi dovremmo avere il coraggio di porci tutti.
Da una parte il Governo approva un disegno di legge che introduce una presunzione di imputabilità per i minori tra i 14 e i 18 anni, spostando l’asse verso una risposta sempre più repressiva. Dall’altra rende più difficile l’ingresso nelle scuole dei percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità, proprio quegli strumenti che aiutano bambini e adolescenti a costruire relazioni sane, a riconoscere le emozioni, a prevenire la violenza e il disagio. È una contraddizione che ci interroga profondamente. Davanti al grido di aiuto di un’intera generazione, la risposta delle istituzioni sembra essere quella più semplice e più spietata: punire. Ma sb****re un quattordicenne davanti a un tribunale significa, troppo spesso, arrivare quando tutto il resto ha già fallito. Punire un adolescente senza avergli mai offerto una reale alternativa non è la certificazione del fallimento delle istituzioni. Dietro ogni ragazzo che sbaglia c’è molto spesso una solitudine immensa, una famiglia lasciata sola, un vuoto educativo ed emotivo che nessuno ha saputo colmare. Lo Stato ha il dovere morale di intervenire prima, non di limitarsi a firmare una condanna quando ormai è troppo tardi. La sicurezza si costruisce incidendo sui bilanci dello Stato e sulle politiche sociali, non gonfiando i codici penali. Servono investimenti strutturali nell’istruzione pubblica e nel tempo pieno. La scuola deve tornare a essere il luogo più vivo del quartiere, uno spazio capace di offrire opportunità, relazioni e futuro.
L’educazione emotiva e l’educazione all’empatia dovrebbero essere parte integrante del percorso scolastico di ogni bambino e di ogni bambina. Dobbiamo insegnare ai ragazzi a riconoscere il dolore, la rabbia, la frustrazione, prima che si trasformino in violenza. Aiutarli a passare dall’impulso alla consapevolezza, dalla reazione alla capacità di comprendere sé stessi e gli altri. Esistono già sperimentazioni scientificamente validate che dimostrano quanto questi percorsi riducano il disagio e promuovano il benessere. Perché renderli più difficili proprio oggi? È indispensabile garantire un servizio di supporto psicologico stabile in ogni scuola, ridurre il numero di alunni per classe, formare i docenti sull’educazione emotiva e investire nei centri di aggregazione, nello sport e negli educatori di comunità. Perché la famiglia, da sola, non sempre può farcela. E quando non ci riesce, è la comunità che deve prendersi la responsabilità di esserci. Ogni euro sottratto alla scuola e al sociale per essere investito nella repressione è un pezzo di futuro che scegliamo consapevolmente di perdere. Come Centro Antiviolenza lo ripetiamo da sempre: la violenza si previene molto prima che venga commesso un reato. Si previene costruendo cultura, relazioni, empatia e rispetto. I nostri ragazzi hanno bisogno di adulti, di maestri, di educatori e di istituzioni che scelgano di accompagnarli, ascoltarli e offrire loro strumenti per crescere. Perché una società che sceglie di criminalizzare prima di educare non è una società più sicura. È semplicemente una società che ha rinunciato a educare.

24/07/2026

La libertà delle donne passa anche dai pantaloncini.
Sembra una frase paradossale, quasi assurda. Eppure è proprio nei dettagli apparentemente piccoli che spesso si nascondono i grandi nodi culturali.
In questi giorni Libera Camici, vicesindaca di Livorno, è stata oggetto di commenti e giudizi legati al suo abbigliamento durante una conferenza stampa. Non al suo lavoro. Non alle sue competenze. Non alle sue responsabilità istituzionali. Al suo corpo.
E questo, ancora una volta, ci interroga.
Perché quando una donna ricopre un ruolo pubblico, troppo spesso si apre una porta attraverso cui chiunque si sente autorizzato a entrare: quella del giudizio sul suo aspetto, sul modo in cui si veste, sulla sua immagine.
Una donna può essere preparata, competente, seria, impegnata. Può dedicare tempo e energie alla comunità. Può avere esperienza e capacità. Ma basta un dettaglio, un vestito, una scelta personale, perché lo sguardo si sposti improvvisamente dal suo valore al suo corpo. Un uomo in bermuda, con una camicia aperta o con un abbigliamento informale viene generalmente considerato semplicemente una persona vestita in modo informale. Una donna, invece, rischia ancora di essere letta attraverso categorie antiche: adeguata o inadeguata, rispettabile o provocante, autorevole o fuori luogo.
È questa la cultura che dobbiamo cambiare.
Perché il problema non sono i pantaloncini. Il problema è l’idea, ancora presente, che il corpo di una donna sia qualcosa su cui la collettività possa esprimere un giudizio, come se il suo aspetto potesse mettere in discussione il suo ruolo, la sua professionalità, la sua credibilità.
Nei centri antiviolenza incontriamo ogni giorno le conseguenze di una cultura che insegna alle donne a sentirsi osservate, valutate, controllate. Una cultura in cui spesso il primo passo verso la svalutazione passa proprio dal corpo: dal modo in cui una donna appare, si muove, parla, occupa uno spazio.
La violenza di genere non è fatta solo di gesti estremi. È anche fatta di parole, stereotipi, doppi standard, di quel continuo messaggio che dice alle donne: “Ricordati che devi stare al tuo posto”.
Ma le donne non devono stare al posto assegnato da qualcun altro.
Devono poter essere competenti, autorevoli, fragili, determinate, eleganti o casual. Devono poter scegliere.
Anche di indossare un paio di pantaloncini

18/07/2026

Ci hanno insegnato a leggere l’Odissea come il viaggio di un eroe. Ma se ci fermiamo davvero ad ascoltare il poema, scopriamo qualcosa di diverso.
L’Odissea non è soltanto la storia di un uomo che torna a casa. È anche la storia delle donne che rendono possibile quel ritorno, che lo ostacolano, lo mettono alla prova, lo proteggono, lo trasformano.
È Atena ad aprire il poema. Non resta sullo sfondo: pensa, decide, convince gli dèi, costruisce strategie. È la mente politica della narrazione, la regista invisibile che muove gli eventi.
C’è Calipso, spesso ricordata solo come la ninfa che trattiene Ulisse. Eppure pronuncia uno dei discorsi più moderni dell’intera letteratura antica. Denuncia il doppio standard degli dèi: agli dèi maschi è concesso amare donne mortali, alle dee questo non è permesso. Tremila anni fa, Omero mette in scena una riflessione sulla disparità di trattamento tra uomini e donne.
Poi arriva Circe. Ridurla a una seduttrice o a una maga significa non coglierne la grandezza. È lei a restituire umanità ai compagni di Ulisse, trasformati in porci. È lei a insegnargli come affrontare ciò che verrà: la discesa nell’Ade, il canto delle Sirene, il passaggio tra Scilla e Cariddi. Circe non è un ostacolo: è conoscenza. È la donna che consegna all’eroe gli strumenti per sopravvivere.
Le Sirene, poi, sono forse il simbolo più frainteso del poema. Per secoli sono state ridotte a creature seducenti che incantano gli uomini con la loro bellezza. Ma Omero racconta altro. Le Sirene promettono conoscenza. Offrono il sapere assoluto, la verità su ogni cosa. Il loro potere non è il corpo: è la voce. È la parola. È un sapere così irresistibile da poter diventare fatale.
E subito dopo appare Scilla. Non solo la mia omonima ma anche il mostro marino che abita la scogliera. Anche lei è una figura femminile. Non seduce, non persuade: è il volto del limite. Davanti a lei Ulisse capisce che l’ingegno non basta sempre. Ci sono momenti in cui non si può vincere ma soltanto scegliere quale perdita affrontare. È uno dei passaggi più tragici del poema, perché costringe l’eroe a fare i conti con la propria fragilità.
Poi c’è Nausicaa, una ragazza giovanissima che trova sulla spiaggia un uomo sconosciuto, n**o, sporco, reduce da un naufragio. Non fugge. Non lo umilia. Lo guarda come un essere umano, gli offre vestiti, dignità e una strada da seguire. La sua forza è l’accoglienza, non la paura.
Tra le figure più silenziose c’è Euriclea, la nutrice. È lei la prima a riconoscere Ulisse. Non grazie alle parole ma toccando una cicatrice mentre gli lava i piedi. È un gesto di cura che diventa memoria. È il sapere custodito da una donna che nessuno celebra come eroina ma senza la quale il ritorno perderebbe il suo significato.
E infine Penelope.
Per secoli è stata raccontata come la moglie fedele che aspetta ma Penelope non aspetta affatto. Governa una casa assediata da centotto pretendenti, protegge il figlio, difende il regno, usa l’unica arma che le è concessa: l’intelligenza.
La tela che tesse di giorno e disfa di notte non è il simbolo della pazienza domestica. È un atto di resistenza politica. È una strategia per sottrarsi a un destino deciso da altri.
Ulisse è famoso come “l’uomo dal multiforme ingegno” ma Omero ci dice chiaramente che Penelope gli è pari. Quando finalmente si ritrovano, il loro incontro celebra il riconoscimento tra due menti capaci di pensare, resistere e costruire il proprio destino.
Forse è arrivato il momento di rileggere i classici con occhi nuovi.
Perché le donne, nella grande letteratura come nella storia, troppo spesso sono state raccontate come figure secondarie. E invece erano già lì: a guidare, custodire, mettere alla prova, accogliere, resistere.
L’Odissea non cambia. Cambia il nostro sguardo e quando cambia lo sguardo, cambiano anche le storie che scegliamo di raccontare.

14/07/2026

Indirizzo

Via Carlo Sforza N. 58
Montignoso
54038

Orario di apertura

Lunedì 10:30 - 16:30
Martedì 10:30 - 15:00
17:30 - 17:00
Mercoledì 10:30 - 17:00
Giovedì 10:30 - 14:30
Venerdì 10:30 - 14:30
16:00 - 20:00

Telefono

+393291286257

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