24/05/2026
In venticinque minuti di tragitto verso l’aeroporto, John raccontò una parte della sua vita che portava dentro da anni.
Era il mio autista Uber quella mattina. Quando gli chiesi se potevo sedermi sul sedile anteriore accanto a lui, mi guardò con sorpresa e poi sorrise. Accettò subito.
Durante il viaggio iniziammo a parlare. Mi domandò perché stessi partendo e gli spiegai che viaggiavo per lavoro. Poi volle sapere quanti anni avessi. Quando risposi che avevo ventisette anni, rimase in silenzio per un momento.
Tre anni prima aveva perso sua figlia all’improvviso. Aveva ventinove anni e lasciò un bambino di quattro anni. John mi disse che gli ricordavo lei, per il modo di parlare e per la gentilezza che aveva percepito fin dai primi minuti.
Poi arrivò il resto.
Mi raccontò di aver cercato di salvarla quando la vide in difficoltà, di aver tentato di rianimarla e di non essere riuscito a impedirne la morte. Disse di averla tenuta tra le braccia mentre cercava disperatamente di fare qualcosa. Poco tempo dopo, anche il padre del bambino morì e lui si ritrovò a stringere quel nipotino rimasto senza entrambi i genitori.
Da allora conviveva con domande che non avevano trovato risposta.
Continuava a chiedersi se avrebbe potuto accorgersi prima della sofferenza della figlia, se avrebbe dovuto fare di più, parlare di più, capire di più. Erano pensieri che lo accompagnavano ogni giorno.
In quei venticinque minuti parlammo come due persone che si conoscevano da molto tempo. Lui raccontava, io ascoltavo.
Quando arrivammo all’aeroporto, vidi le lacrime scendere sul suo volto. Mi disse che non aveva mai parlato in quel modo con una sconosciuta e che sentiva il bisogno di liberarsi di un peso che portava dentro da anni.
Mi confessò che avrebbe voluto abbracciarmi, ma non sapeva se fosse appropriato. Così si limitò a ringraziarmi per averlo ascoltato.
Prima che scendessi dall’auto, aggiunse una frase che ricordo ancora: di non perdere mai la capacità di essere gentile con le persone, perché spesso non si conosce il dolore che qualcuno sta affrontando.
Presi il bagaglio e mi allontanai di qualche passo. Ma sentii subito il bisogno di tornare indietro.
«John!», lo chiamai.
Si voltò.
«Mi piacciono gli abbracci.»
Ci abbracciammo davanti all’ingresso dell’aeroporto, tra viaggiatori in corsa, trolley trascinati sul pavimento e annunci diffusi dagli altoparlanti. Un gesto semplice, nato spontaneamente.
Prima di salutarci, mi disse di prendermi cura di me stessa e aggiunse che per anni aveva continuato a sorridere agli altri mentre dentro cercava di convivere con il suo dolore.
Poi gli chiesi una foto. Volevo ricordare quella persona incontrata per caso durante un semplice viaggio verso l’aeroporto.
Accettò con emozione. Scattammo la foto e ci salutammo.
Da quel giorno conservo quell’immagine come il ricordo di un incontro durato appena venticinque minuti, abbastanza per lasciare un segno che non ho più dimenticato.
Piccole Storie.